>>> 4 febbraio 2012
Dal
punto di vista economico, l’impatto della combinazione prima
casa‐revisione dei moltiplicatori, sarà notevole per il contribuente,
dal momento che la nuova imposta provocherà un aumento di tassazione
immobiliare mai raggiunto prima e maggiore perfino della tanto odiata
Isi, l’imposta straordinaria immobiliare. Il 50% dell’introito
dovrà essere girato allo Stato
GRAZIE
ROMA, GRAZIE NUOVO PENTAPARTITO PD/PDL/FLI/UDC/IDV! TORNA L’ICI,
CAMUFFATA DA IMU. UN ALTRO SALASSO PER FAMIGLIE, IMPRESE ED ENTI LOCALI
PADANI
Oltre ad un maggior onere per il
cittadino, i
Comuni riceveranno meno rispetto alla precedente versione del Decreto
federalista e dovranno subire anche ulteriori tagli al fondo di
riequilibrio: un sacrificio notevole per gli enti locali, già alle
prese, peraltro, con i stringenti vincoli del Patto di stabilità
interno nel decreto
L’imposta
municipale unica (IMU) viene introdotta nella scorsa primavera dal
decreto legislativo sul federalismo municipale (23/2011) che prevedeva
l’istituzione, a partire dal 2014, di questa imposta, fissata allo 0,76
per cento, basata sul possesso di immobili diversi dalla abitazione
principale e che avrebbe dovuto sostituire l’ICI e l’IRPEF sui renditi
fondiari. Vediamo nello specifico cosa prevedeva l’IMU nel Decreto sul
federalismo municipale. L’imposta municipale propria nasce e viene
disciplinata dagli articoli 8 e 9 del Decreto Legislativo n.23 del
2011, e la sua entrata in vigore viene fissata nel 2014 in
sostituzione, per la componente immobiliare, delle seguenti forme di
prelievo:
• Imposta sul
reddito delle persone fisiche (IRPEF) e le relative addizionali dovute
sui redditi fondiari, con riferimento ai beni non locati;
• Imposta comunale sugli immobili (ICI).
Presupposto dell’imposta è il
possesso di immobili diversi dall’abitazione principale, mentre sono
soggetti passivi dell’imposta municipale il proprietario o il titolare
di un diritto reale di immobili, il concessionario di aree demaniali o
il locatario se l’immobile è in locazione finanziaria (il beneficio
della esenzione per l’abitazione principale è riconosciuto solo se
l’immobile è il luogo in cui il contribuente ha sia la residenza
anagrafica sia la dimora abituale purché si tratti di un immobile
iscritto o iscrivibile al catasto edilizio urbano come unica unità
immobiliare in una categoria diversa da A/1, A/8 e A/9). La base
imponibile corrisponde al valore dell’immobile ovvero, per i fabbricati
iscritti in catasto, dal prodotto tra le rendite catastali rivalutate
del 5%. L’aliquota di base è fissata, come detto, nella misura dello
0,76 per cento, può essere modificata con decreto del Presidente del
Consiglio dei ministri mentre ai comuni viene data la facoltà di
modificare, in aumento o in diminuzione l’aliquota:
• fino ad un massimo di 0,3 punti percentuali per l’imposta municipale applicata al possesso di immobili non locati;
• fino ad un massimo di 0,2 punti percentuali per l’IMU applicata agli immobili locati.
Sono esenti dall'imposta
municipale propria gli immobili posseduti dallo Stato e da altri enti
locali (Regioni, Province, Comuni, Comunità montane, Consorzi fra detti
enti, ove non soppressi, Enti del servizio sanitario nazionale,
destinati esclusivamente ai compiti istituzionali) destinati ai fini
istituzionali, oltre che i fabbricati ad uso culturale e i fabbricati
di proprietà della Santa Sede destinati esclusivamente all’esercizio
del culto. La
nuova IMU stravolge completamente l’imposta così come pensata dal
decreto federalista: l’imposta ora, infatti, si applica a partire dal
2012 e sostituisce l’ICI; sulla prima casa, l’aliquota di base è del 4
per mille, con possibilità dei comuni di aumentarla o diminuirla di due
punti, mentre sugli altri immobili l’aliquota viene fissata allo 7,6
per mille con possibilità dei comuni di modificare di 3 punti tale
valore. Il
tutto, in abbinata al fatto che gli immobili subiranno una
rivalutazione del valore immobiliare derivante dall’applicazione, oltre
che del 5% di rendita catastale, di specifici moltiplicatori modulati
per tipologia di edificio.
Il
funzionamento della nuova imposta prevede che l’introito della prima
casa rimanga ai comuni, mentre la rimanente parte (che vale circa 18
degli oltre 21 miliardi complessivi derivante dalla nuova IMU) venga
diviso tra i Comuni e lo Stato. Vista così, sembrerebbe quasi che, nel
complesso, la nuova Imu porti maggiori entrate ai Comuni, ma in realtà
non è affatto così. Ai Comuni con una mano viene concessa una tassa
locale, ma con l'altra viene sottratto ogni gettito che superi
l'attuale gettito dell'Ici, così che se un Comune volesse abbassare
l'aliquota base ai propri cittadini, non calerebbe quanto dovuto allo
Stato: in pratica, sarebbe il Comune a pagare l'Imu allo Stato. La
quota che lo Stato prevede di incassare globalmente si basa, supponendo
l’applicazione, alla base imponibile complessiva, dell'aliquota del 7,6
per mille; pertanto, i comuni che abbasseranno l'aliquota sugli
immobili diversi dalla prima abitazione, potrebbero arrivare a dare
allo Stato qualcosa come l’ottanta per cento dell’IMU del proprio
territorio. Difficile dunque pensare di rivedere al ribasso l’imposta,
tanto più che i comuni devono fare anche i conti con il taglio al fondo
di riequilibrio ridotto in misura corrispondente al maggior gettito ad
aliquota base attribuito ai comuni con l’IMU e rispetto al gettito ICI.
L’applicazione
della nuova imposta, difatti, avviene a parità di risorse disponibili:
agli incrementi di entrata stimati, pertanto, per i comuni nel loro
complesso, per effetto del maggior gettito IMU rispetto al gettito ICI,
corrispondono riduzioni di pari importo del fondo sperimentale di
riequilibrio e poi del fondo perequativo. Gli effetti espansivi previsti con l’IMU vengono quindi sterilizzati. A
questo va inoltre aggiunto sia un ulteriore taglio del Fondo
sperimentale di riequilibrio per 1.450 milioni di euro, prevista
dall’articolo 28, sia la rivisitazione della compartecipazione
Iva‐Irpef che dal 2012 viene incorporata all’interno del FSR.
Viene
meno, quindi, la territorializzazione del gettito provinciale della
stessa, così come prevista dal precedente Decreto sul Federalismo
municipale. Dal punto
di vista economico, l’impatto della combinazione prima casa‐revisione
dei moltiplicatori, sarà notevole per il contribuente, dal momento che
la nuova imposta provocherà un aumento di tassazione immobiliare mai
raggiunto prima e maggiore perfino della tanto odiata Isi, l’imposta
straordinaria immobiliare. Facciamo un esempio. Supponiamo di avere una
abitazione non prima casa con una rendita di 500 euro ed una aliquota
del 7 per mille. Oggi il comune incasserebbe 367,50 euro (500 euro
*1,05 *100 a cui poi si applica la aliquota del 7 per mille). Con la
nuova manovra, tuttavia, da domani il cittadino dovrà sborsare 105 x
160 (effetto moltiplicatore) x 7,6/1000 (aliquota IMU), ovvero ben
638,4 euro. Un aumento significativo per il contribuente, pari a quasi
l’80% di maggior imposta, ma che, come abbiamo detto in precedenza,
cela anche un tranello. Di questi 638 euro, infatti, il Comune ne potrà
incassare solo 319, dal momento che il 50% dell’introito dovrà essere
girato allo Stato: di fatto, quindi, oltre ad un maggior onere per il
cittadino, i Comuni avranno una minore entrata rispetto a prima e
rispetto a quanto previsto, invece, dalla precedente versione del
federalismo municipale. Non solo, quindi, i Comuni riceveranno meno
rispetto alla precedente versione del Decreto federalista, ma dovranno
subire anche ulteriori tagli al fondo di riequilibrio: un sacrificio
notevole per gli enti locali, già alle prese, peraltro, con i
stringenti vincoli del Patto di stabilità interno. C’è, tuttavia, un secondo aspetto, dietro a questa operazione, ed è il rovesciamento completo della logica federalista. Il
coinvolgimento, obbligato, dei sindaci alla raccolta del denaro che
servirà a Roma per rimpinguare le casse dell’erario, infatti, evidenzia
chiaramente come la manovra “salva‐italia” sia centralista e contro gli
enti territoriali.
Oggi,
infatti, al contrario di quanto posto dalla riforma federalista e
contrariamente rispetto a quanto avviene negli altri Paesi europei più
moderni, Germania e Svizzera in primis, la manovra impone agli
amministratori locali non più di reclamare una maggiore autonomia
locale allo scopo di ottenere maggiori entrate da utilizzare per il
territorio, ma di rastrellare denaro per poi inviarlo a Roma. La
prospettiva, dunque, si pone su un piano assolutamente e completamente
diverso rispetto a prima, dal momento che si privano gli amministratori
locali di quelle leve che avrebbero dovuto costituire l’ossatura
dell’autonomia fiscale, passaggio obbligatorio per dare seguito alla
autonomia amministrativa, sgravando al contempo lo Stato centrale dalle
responsabilità di riscossione da quelle risorse che invece avrebbero
dovuto essere utilizzate per sostenere il territorio. Con
questa manovra di revisione dell’imposta municipale propria, pertanto,
la logica federalista cede il passo ad una revisione assolutamente
centralista di gestione delle risorse pubbliche che non potrà che
deresponsabilizzare tanto gli enti locali, depotenziati di qualsiasi
leva, quanto l’amministrazione centrale, intenta solo ad assicurare al
conto dell’erario statale maggiori entrate. Viene quindi snaturata la
imposta così come pensata dalla precedente riforma federalista che
prevedeva un legame diretto tra la tassazione al territorio, e che
avrebbe permesso di godere di una maggiore autonomia finanziaria per
sviluppare servizi e, quindi, misurare la capacità degli
amministratori, seguendo così la logica del “pago, vedo, voto” (il
cittadino paga i tributi, vede come sono utilizzati e vota premiando o
punendo i propri amministratori).
On. Maria Piera Pastore
Dr. Andrea Recaldin
V° Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione - Camera dei Deputati
[clicca qui per scaricare la relazione in formato pdf]
Tutti contro la Lega, unica forza di opposizione al governo ladro di Monti. Sui telegiornali di ieri e
sui giornali di oggi campeggiano titoloni come "Lega spaccata" o "Lega
divisa", ma quasi nessuno accenna ai veri responsabili del voto contro
l'arresto di Cosentino: i deputati Radicali, eletti con il Partito Democratico
"Apprendo con piacere che
Cosentino non ringrazia la Lega Nord per il voto che gli ha evitato
l'arresto in quanto il ringraziamento sarebbe stato mal indirizzato.
L'indicazione del Movimento era di votare sì all'arresto pur lasciando
libertà di coscienza. Personalmente io ho trovato nell'indirizzo della
Lega rispecchiato il mio pensiero e quello che credo sia il sentire di
tutta la militanza leghista quindi ho votato sì all'arresto, come la
maggior parte delle deputate e dei deputati del Carroccio. Penso che
tra altre forze politiche vi debba essere meno serenità in merito al
voto dei loro parlamentari". Il chiaro riferimento è a quei deputati
Radicali, eletti nelle file del Partito Democratico, che in nome del
garantismo (e coerentemente, dal loro punto di vista) si sono
dissociati dal PD e hanno votato contro l'arresto. Anche se la linea
ufficiale data da Umberto Bossi ai suoi deputati era stata libertà di
coscienza o, nel dubbio, il voto per l'arresto, stranamente sui
telegiornali di ieri e sui giornali di oggi campeggiano titoloni come
"Lega spaccata" o "Lega divisa", ma quasi nessuno accenna ai veri
responsabili del voto contro l'arresto di Cosentino: i Radicali, eletti
con il Partito Democratico. L'Unità dei Radicali pare non sapere nulla
e contro la Lega arriva a toccare il fondo, titolando "Lega dei
Casalesi". Come sempre, per il gusto di colpire l'odiatissima Lega, i
mass media romanofili utilizzano due pesi e due misure.