Lega Nord
per l'indipendenza della Padania
Sezione di Rovato


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"La Vera Storia d'Italia"
 
raccontata da Gilberto Oneto a Radio Padania Libera
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"L'altro risorgimento"
Rubrica trasmessa su Telepadania condotta dal Prof. Stefano Bruno Galli e dal Prof. Andrea Rognoni
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Cultura

>>> 21 aprile 2011



>>> 18 marzo 2011
Anche nell'ovest bresciano arriva un ciclo di 4 incontri sul cosiddetto "Risorgimento". Importante occasione per conoscere o approfondire il processo che portò alla nascita del "Regno d'Italia". Capiremo perchè le idee federaliste vennero accantonate
AL VIA UNA SERIE DI 4 INCONTRI SU "FEDERALISMO E RISORGIMENTO" ORGANIZZATI DAL CENTRO CULTURALE "CARLO CATTANEO" DI CASTREZZATO
Nei primi 3 incontri interverranno i Prof. Albertoni, Galli, Rognoni, Lovat e Reguzzoni. Nel quarto incontro interverranno l'On. Caparini, il Sen. Mazzatorta e l'Assessore Regionale Rizzi, che parleranno delle riforme federaliste realizzate e da realizzare
Il Centro Culturale "Carlo Cattaneo" di Castrezzato, con il Patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Brescia, del Comune di Chiari e del Comune di Castrezzato, organizza un ciclo di 4 incontri intitolato "Federalismo e Risorgimento". Gli incontri si terranno presso la sala congressi dell'Autodromo di Franciacorta "Daniel Bonara" (Via Bargnana a Castrezzato, tel. 030-7040677). Ecco il programma:

PRIMO INCONTRO - LUNEDÌ 21 MARZO - ore 20,30
“Il federalismo nella cultura politica italiana”
Prof. Ettore A. Albertoni (Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche, Presidente emerito del Consiglio regionale lombardo)
Prof. Stefano B. Galli (Docente di Storia delle dottrine politiche-Università degli Studi di Milano, Presidente di Eupolis Lombardia, membro dell’Accademia roveretana degli Agiati)
Modera: Angelo Bruno Ferretti (ViceSindaco-Comune di Castrezzato)

SECONDO INCONTRO - LUNEDÌ 28 MARZO - ore 20,30
"Piemonte e Lombardo-Veneto nel Risorgimento"
Prof. Andrea Rognoni (docente di materie letterarie, direttore di ArteNord)
Prof. Davide Lovat (teologo della politica)
Modera: Dott.ssa Federica Epis

TERZO INCONTRO - LUNEDÌ 4 APRILE - ore 20,30
"Il Federalismo nel 150mo dell’Unità"
Prof. Giuseppe Reguzzoni (Docente di Ermeneutica-Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)
Prof. Stefano B. Galli (Docente di Storia delle dottrine politiche-Università degli Studi di Milano, Presidente di Eupolis Lombardia, membro dell’Accademia roveretana degli Agiati)
Modera: Dott.ssa Mariapaola Bergomi

QUARTO INCONTRO - DOMENICA 10 APRILE - ore 10,30
"Scenari per un’Italia federale"
On. Davide Caparini
Sen. Sandro Mazzatorta
Ass. Regionale Monica Rizzi
Coordina: Prof. Stefano B. Galli


>>> 12 marzo 2011
La questione inno è l'elemento più comico che emerge dalle celebrazioni per il cosiddetto 150° anniversario della cosiddetta "unità d'Italia". "Il Canto degli Italiani" (più noto come "Inno di Mameli" o "Fratelli d'Italia") è internazionalmente considerato uno degli inni più brutti
MEGLIO "VA, PENSIERO" O IL COSIDDETTO "INNO DI MAMELI"? NON C'E' PARAGONE...
Nel mondo il canto verdiano è considerato una vera opera d'arte e molti stranieri sono convinti che sia questo l'inno della Repubblica Italiana. Invece si scelse una mediocre marcetta con un testo violento e sanguinario. Anche nei sondaggi, da anni, Verdi straccia Mameli
Riportiamo qui di seguito l'inno della Repubblica Federale Padana (proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia), il famoso il "Va, Pensiero" di Giuseppe Verdi e l'inno della Repubblica Italiana, "Il Canto degli Italiani" di Goffredo Mameli. Entrambi i brani furono scritti nel XIX secolo, in epoca romantica, ma se il "Va, Pensiero" faceva parte del "Nabucco", famosissima opera di Verdi e fu scelto come inno dai Padri fondatori della Padania nel 1995-1996 per la sua diffusione popolare, la sua bellezza e per il significato dei testi (lamento di un Popolo senza Libertà), nel caso di "Fratelli d'Italia" siamo di fronte ad una semplice marcettacon un testo propagandistico e violento (la frase da kamikaze "siam pronti alla morte" viene ripetuta per ben 10 volte!), che per decenni fu utilizzata esclusivamente in ambienti militari e che i cittadini della Repubblica Italiana non hanno ancora imparato. E meno male! Noi abbiamo sempre espresso la nostra preferenza per il "Va, Pensiero", come del resto la maggior parte dei cittadini delle Regioni Padane, che in ogni sondaggio, anche prima che "Va, Pensiero" fosse adottato come inno padano, ha sempre mostrato di preferire di gran lunga Verdi a Mameli. Ora, però, giudicate voi:

"Va, Pensiero"

Va, Pensiero, sull'ali dorate;
Va, ti posa sui clivi, sui colli,
Ove olezzano tepide e molli
L'aure dolci del suolo natal!

Del Giordano le rive saluta,
Di Sionne le torri atterrate...

Oh mia patria si bella e perduta!
O membranza sì cara e fatal!

Arpa d'or dei fatidici vati,
Perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto raccendi,
Ci favella del tempo che fu!

O simile dei Solima ai fati
Traggi un suono di crudo lamento,

O t'ispiri il Signore un concento
Che ne infonda al patire virtù!

Note storiche (da Wikipedia)
"Va, pensiero" ("Va, pensiero, sull'ali dorate") è uno dei cori più noti della storia dell'opera, collocato nella parte terza del "Nabucco" di Giuseppe Verdi (1842), dove viene cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia. Il poeta Temistocle Solera scrisse i versi ispirandosi al Salmo 137 "Super flumina Babylonis".

Parafrasi
Va, pensiero, sulle tue ali d'oro - Va e posati sulle dolci colline - Dove profuma deliziosa - L'aria della nostra terra natìa. - Lascia le rive del Giordano, - Lascia le torri distrutte di Sion! - Oh, mia Patria, così bella ma altrettanto lontana! - Oh, ricordo casi caro, ma cosi doloroso! - O tu, Musa ispiratrice dei grandi Poeti, - Perché taci e ti abbandoni al pianto? - Riaccendi nel nostro cuore i ricordi, - Parlaci ancora della nostra Storia gloriosa! - Ahime! Come Solimano, inerte verso il suo destino, - ti sei arresa,
la tua voce e oggi un orribile lamento! - Oh, che il Signore ti ispiri un canto nuovo, - Che ci dia, nella sofferenza, - Il coraggio di rinascere!


"Il Canto degli Italiani"

Fratelli d'Italia L'Italia s'è desta dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa (1)
Dov'è la vittoria? Le porga la chioma (2) che schiava di Roma Iddio la creò.
Stringiamci a coorte (3) siam pronti alla morte,  siam pronti alla morte (4) Italia chiamò.
Noi fummo da secoli calpesti e derisi, perchè non siam popolo, perchè siam divisi (5).
Raccolgaci un'unica bandiera, una speme, di fonderci insieme già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte siam pronti alla morte,  siam pronti alla morte Italia chiamò.
Uniamoci, uniamoci l'unione e l'amore rivelano ai popoli le vie del Signore. (6)
Giuriamo far libero il suolo natio uniti per Dio (7) chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte siam pronti alla morte,  siam pronti alla morte Italia chiamò.
Dall'Alpe a Sicilia dovunque è Legnano (8), ogn'uomo di Ferruccio (9) ha il cuore e la mano,
I bimbi d'Italia si chiaman Balilla (10) il suon d'ogni squilla i vespri suonò. (11)
Stringiamci a coorte siam pronti alla morte,  siam pronti alla morte Italia chiamò.
Son giunchi, che piegano, le spade vendute (12). Già l'aquila d'Austria (13) le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia bevé col cosacco il sangue polacco ma il cor lo bruciò. (14)
Stringiamci a coorte siam pronti alla morte, siam pronti alla morte Italia chiamò.

Note storiche (da Wikipedia)
Nell'autunno del 1847, Goffredo Mameli scrisse il testo de "Il Canto degli Italiani". Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica.

Note al testo
(1) Cioè ha riesumato l'antico spirito di conquista e la sete di potere che giaceva assopita dai tempi dell’Impero Romano. Si tratta di Scipione l’Emiliano, che Dario Fo in un suo intervento sul Corriere chiamò "criminale razzista"; alcuni comunque lo identificano con l'Africano, il nonno dei due più famosi "sindacalisti" dell'antichità, Tiberio e Caio Gracco, morti nel tentativo di far approvare le leggi agrarie.
(2) Qui il poeta si riferisce all'uso antico di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che portavano invece i capelli lunghi. Dunque i popoli che abitano la penisola devono porgere la chioma perché venga loro tagliata quali schiavi di Roma, sempre vittoriosa per volere di Dio.
(3) La coorte, cohors, era una sanguinaria unità da combattimento dell'esercito romano, decima parte di una legione; chiaro il riferimento alla corte come nobiltà, da difendere e per la quale combattere a costo della vita.
(4) Qui l’autore sembra presagire la propria morte, causata dalle ferite riportate in battaglia, nel 1849.
(5) Lo stesso Mameli, consapevole della mancanza di basi storiche e culturali comuni, rimarca l’impossibilità di riunire diversi popoli sotto un’unica bandiera, se non con l’uso della forza (come puntualmente avvenne).
(6) Si può intravedere in questi versi un sentimento democristiano ante litteram, confermato dalla nota religiosità di Mazzini, spesso deriso per questo da Marx con il nomignolo di Teopompo.
(7) "Per Dio" va inteso come invito a un'unione sacra, calata dall’alto (come le investiture divine dei Re carolingi) e alla quale nessuno (tantomeno il popolo plebeo) ha il diritto di opporsi.
(8) Ossia la battaglia in cui i comuni lombardi, uniti in una lega e guidati da Alberto da Giussano, batterono il Barbarossa respingendo il primo tentativo di unificazione degli Stati che componevano la penisola italica.
(9) Francesco Ferrucci che guidò i Fiorentini contro Carlo VIII di Francia e che a Maramaldo, rinnegato e traditore, gridava: "Vile, tu uccidi un uomo morto!". Altro esempio di resistenza popolare all’unificazione.
(10) "Balilla" è il soprannome di Gianbattista Perasso, il monarchico genovese che guidò la rivolta di Genova contro gli austriaci nel 1746, che ogni cittadino dovrebbe prendere a esempio di amor patrio in contrapposizione ai precedenti richiami a moti contrari alla creazione di uno Stato comune. Da qui verrà ripreso il nome delle giovani leve fasciste.
(11) Si tratta dei Vespri siciliani, rivolta (1282) degli isolani contro i francesi, che poi per stanarli gli facevano vedere dei ceci e chiedevano: cosa sono questi? E loro, non sapendo pronunciare la "c" dolce, dicevano "sesi" e venivano trucidati! La tromba di battaglia suona da monito a chiunque voglia resistere all’unificazione.
(12) Le truppe mercenarie di occupazione, viste come il male minore pur di piegare ogni resistenza.
(13) L'aquila bicipite, simbolo degli Asburgo, che persero il controllo dei territori a nord del Po a causa delle ricche donazioni che fecero rapidamente cambiare bandiera alla grande maggioranza delle truppe.
(14) Nonostante i danni, le razzie e i soprusi compiuti dai mercenari stranieri chiamati a combattere contro il popolo ribelle, l’importante è aver cancellato (“bruciato”) ogni radice, ed aver creato col sangue l’Italia. Col tempo, e con altri soprusi, si sarebbero creati (questa era la speranza) anche gli Italiani.


>>> 12 marzo 2011
Mentre si spendono e spandono milioni di euro per le celebrazioni del cosiddetto 150° anniversario della cosiddetta "unità d'Italia", c'è ancora una Regione che incredibilmente non ha ancora la sua bandiera ufficiale. La nostra, la Lombardia!
PROGETTO DI LEGGE REGIONALE DELLA LEGA: LA BANDIERA DI SAN GIORGIO TORNI FINALMENTE AD ESSERE IL VESSILLO UFFICIALE DELLA LOMBARDIA
L'attuale bandiera (rosa camuna bianca in campo verde) è provvisoria e non è altro che un adattamento (discutibile) dello stemma regionale. La gloriosa bandiera di San Giorgio fu proposta dalla Lega Lombarda, già 30 anni fa, come bandiera della Regione
La bandiera da sempre rappresenta per un popolo motivo di fierezza, oggetto di rispetto, riconoscimento del singolo e della collettività. I popoli riconoscono in quel simbolo le loro tradizioni, la loro cultura e la loro identità. Tale è il caso di innumerevoli realtà regionali, fra le quali, a titolo di esempio giova  citare quello della Catalogna, dove la Bandiera regionale, ripristinata nel 1930 dalle iniziali autonomie locali promosse dalla Repubblica spagnola, venne vietata dal regime franchista nel 1936 che la pose fuori legge, conoscendo addirittura un periodo di persecuzione politica per poi ritrovare il giusto, libero e ufficiale utilizzo  nel 1979, nel quadro di una Spagna libera e federale. Considerato che la Regione Lombardia, a tutt'oggi, a differenza di mol  te altre Regioni, è priva della propria Bandiera avendo esclusivamente adottato con L.R. 12 giugno 1975 n. 85 uno stemma ed un gonfalone. La bandiera bianca recante al centro la croce rossa, protagonista di grandi fatti storici e densa di alti valori morali, non può che essere considerata a tutti gli effetti la Bandiera della Lombardia. E' infatti questa che tradizione vuole si trovasse sul pennone del Carroccio nella battaglia di Legnano nel XII secolo. La Croce rossa in campo bianco, inversione araldica del vessillo imperiale, era simbolo di affrancatura dei Comuni lombardi, nell’ottica di un’autonomia dalle solide radici. Il tutto è stato istituzionalmente riconosciuto con l'adozione del Gonfalone della nostra Regione avvenuto con L.R. 85/1975 nel quale viene riprodotto il Carroccio. Pertanto nel  presente progetto di legge, visto altresì l'indubbio fondamento storico sopraccitato, accanto al gonfalone ed allo stemma si adotta ed istituisce la bandiera di San Giorgio come Bandiera della Lombardia disciplinandone nel contempo le modalità d'uso e di esposizione permanente; prevedendosi l'esposizione della stessa all'esterno e sugli ingressi principali degli edifici pubblici della Regione, degli Enti locali, e degli uffici periferici delle amministrazioni dello Stato e all'interno dei medesimi edifici nelle aule e nelle sale di riunione e nel corso delle sedute degli organi istituzionali ed elettivi degli Enti locali.     In attuazione dell’art. 1 dello Statuto d’Autonomia della Regione Lombardia, che prevede espressamente che la Regione sia dotata di una bandiera, viene proposto il seguente progetto:
PROGETTO DI LEGGE N. 0079
di iniziativa dei Consiglieri regionali Bossi, Orsatti, Colla, Cecchetti, Toscani, Bottari, Marelli, Bossetti,  Ruffinelli, Frosio, Galli, Romeo, Ciocca, Bianchi, Longoni, Pedretti, Parolo
 “Istituzione ed adozione della bandiera della Regione Lombardia in attuazione dell'art. 1 dello Statuto d'Autonomia della Regione Lombardia”.
PRESENTATO IL 18/02/2011
ASSEGNATO IN DATA 24/02/201


Articolo 1
(Istituzione ed adozione della bandiera della Regione Lombardia)
1. Il presente articolo istituisce ed adotta la bandiera della Regione Lombardia e ne disciplina le modalità d'uso e di esposizione da parte delle Amministrazioni e degli Enti pubblici operanti o aventi sede nella Regione Lombardia, purché affiancata dalla bandiera della Repubblica Italiana e da quella dell'Unione Europea.
2. Sono fatte salve le disposizioni normative sull'uso della bandiera della Repubblica, delle bandiere militari, della marina mercantile e di altri Corpi od organismi dello Stato e dell'Unione Europea.
3. La bandiera della Regione della Lombardia è costituita da una croce rossa, posta centralmente, in campo bianco.
4. La dimensione del lato maggiore della bandiera, detto base, è pari a 1,66 volte l'altezza; la larghezza delle bande rosse corrisponde a 1/10 della misura della base.
5. All'estremità dell'asta della bandiera è riprodotto lo stemma della Regione Lombardia di cui all'art. l della L.R. 12 giugno 1975, n. 85.
6. La bandiera della Regione Lombardia deve essere esposta permanentemente all'esterno e sugli accessi principali degli edifici ove hanno sede gli organismi di diritto pubblico di seguito indicati: pubbliche sedi di organi istituzionali ed elettivi della Regione, degli Enti locali, nonché degli uffici periferici  dell'Amministrazione dello Stato operanti nel territorio regionale, nelle scuole e nelle università statali e all'interno dei medesimi edifici, nelle aule e nelle sale di riunione.
7. La bandiera della Regione Lombardia deve essere esposta nel corso delle sedute degli organi  istituzionali ed elettivi degli Enti locali
8. La bandiera della Regione deve essere esposta in buono stato d'uso e correttamente dispiegata.
9. L'esposizione della bandiera regionale da parte dei privati è libera purché avvenga in forme decorose.
10. La bandiera esposta all'esterno degli edifici pubblici in segno di lutto deve essere tenuta a mezz'asta e all'estremità superiore dell'inferitura possono apporsi due strisce di velo nero. Le due strisce di velo nero sono obbligatorie quando la bandiera è portata nelle pubbliche cerimonie funebri.
Articolo 2
(Norma finanziaria)
Alle spese di cui alla presente legge si provvede con le risorse annualmente stanziate alla UPB 4.2.2.187 “Azioni di comunicazione interna ed esterna”.
Articolo 3
(Entrata in vigore)
La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla data di pubblicazione nel Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia.


>>> 12 marzo 2011
Si sprecheranno ingenti risorse pubbliche per inutili eventi retorici. La feccia festeggia: fascisti, comunisti, monarchici e massoni. Ma udite udite, festeggiano persino certi alti prelati, che si sono dimenticati di cosa pensava la Chiesa del nuovo regno "unitario"...
ENTRANO NEL VIVO I FESTEGGIAMENTI-FARSA PER IL COSIDDETTO 150° DELLA COSIDDETTA "UNITA' D'ITALIA"
Ovviamente, se oggi non ci fosse al governo una Lega forte, l'occasione sarebbe stata ghiotta per fare ovunque un lavaggio del cervello ai cittadini, riempiendoli ogni giorno di vuota retorica e di falsità storiche. Comunque scuola e TV si stanno già "impegnando" bene...
Il 17 marzo 2011 sarà festeggiato in pompa magna il cosiddetto 150° anniversario della cosiddetta "Unità d'Italia". Al di là dell'immancabile grande spreco di soldi (che solo grazie alla Lega è stato contenuto al massimo) e delle cerimonie retoriche, quel che ci importa è ricordare il lavaggio del cervello che per questi 150 anni i Popoli Padani (e non) hanno dovuto subire, ad esempio, nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle caserme, nei pubblici uffici. Un oceano di falsità patriottarde che a metà del XX secolo ha invaso, con l'avvento della TV, le case di milioni di persone, tenute all'oscuro, come nel peggiore dei regimi, di quanto era accaduto e di quanto stava accadendo nella cosiddetta "Italia", regno prima, repubblica poi. Nell'immaginario collettivo, da Nord a Sud, in 150 anni non si è creato alcun senso comune di appartenenza, se non calcisticamente parlando (cosa anche questa venuta meno recentemente). In pratica, alla parola "Italia" (pura e semplice espressione geografica, come disse Metternich al Congresso di Vienna nel 1815), la gente comune associa il proprio territorio (Comune, distretto, Provincia, Regione, al massimo Nord, Centro 0 Sud), senza conferire al termine quel significato più ampio che avrebbero voluto darle i cosiddetti "padri della Patria", ovvero gli abili e astuti strateghi conquistatori Piemontesi che comunque, come dimostrano la quasi totalità dei documenti storici, si sarebbero "accontentati" della conquista della Padania, al massimo di Roma e del Lazio, lasciando il caotico e arretrato Sud e la Sicilia ai Borboni. E questo la dice lunga sull'operazione di conquista organizzata dalla dinastia dei Savoia, che dalla metà del XIX secolo, con l'appoggio di Francia ed Inghilterra (e relativa massoneria), cacciarono gli austriaci Asburgo dalla Padania, i Papi dal Centro e da Roma e i Borboni dal Sud. I Popoli, da Nord a Sud, furono consultati in merito all'annessione al Regno savoiardo (non sempre, non ovunquee spesso sotto la minaccia delle baionette) in occasione dei cosiddetti "plebisciti". Una farsa spacciata per scelta libera e democratica. Così nacque il Frankenstein chiamato "Italia", che per stare insieme si sarebbe dovuto trasformare al più presto in uno stato federale, come propose Carlo Cattaneo, uno dei pochi pensatori liberi del suo tempo, antiaustriaco ma al contempo critico verso i Savoia. Invece i Piemontesi optarono per il pugno di ferro e il centralismo di tipo francese/napoleonico/giacobino. I risultati si sono visti! Pubblichiamo qui di seguito alcuni articoli del Prof. Stefano B. Galli pubblicati su La Padania nel 2008 e nel 2009. Il Prof. Galli è ricercatore e insegna Storia delle Dottrine Politiche nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano. Le sue ricerche riguardano il pensiero politico italiano ed europeo tra il XVIII e il XX Secolo, con particolare attenzione ai temi del giusnaturalismo e dell’illuminismo, del costituzionalismo e del federalismo. Ha curato la raccolta degli scritti dell’illuminista trentino Carl’Antonio Pilati "La Chiesa non è uno Stato" (Roma, 2002); ha pubblicato, di recente, "Le alchimie del federalismo" (Firenze, 2005) e "From New York to Bergen Belsen" (New York, 2006). È socio dell’Accademia degli Agiati di Rovereto.

L’Italia è morta? In realtà non è mai nata
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 24 luglio 2008)
Il tema dell’identità italiana è sempre stato molto caro a Ernesto Galli della Loggia. È uno dei temi privilegiati della sua attività scientifica e anche giornalistica. Così il professore non ha esitato, martedì 22 luglio scorso, a pubblicare, sulle colonne del “Corriere della Sera”, un lungo editoriale dedicato appunto all’identità italiana. La cultura come risorsa: questo è il titolo dell’editoriale in cui Galli della Loggia sostiene che dietro le interpretazioni deliberatamente confinate in un ambito economico connesse al declino del Paese c’è qualcosa di più. C’è “il venir meno - scrive - di un’energia interiore, il perdersi del senso e delle ragioni del nostro stare insieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato il primo alle seconde”. Che le ragioni della socialità abbiano subito un generalizzato arretramento non è una novità; forse non sono mai esistite. L’essere comunità politica non ha mai prodotto infatti una specifica identità italiana, così sfilacciata nella sua dimensione ideologica, del tutto priva di quel senso civico che dovrebbe costituirne l’elemento essenziale. Perché l’idea dell’Italia non ha mai poggiato su una dimensione culturale e morale unitaria, ma su un’articolazione differenziata della sua realtà identitaria. Un’articolazione che affonda le proprie radici nella storia fortemente autonomistica di questo Paese, contro la quale s’impose il maldestro disegno militare e politico della monarchia sardo-piemontese, nel deliberato tentativo - peraltro non riuscito - di creare una nazione, secondo le sollecitazioni dottrinarie e istituzionali del secolo decimonono. E tuttavia l’unità nazionale non ha risolto il problema dell’identità nazionale: “Abbiamo finto - ha scritto il compianto Giorgio Rumi - che la legge 17 marzo 1861 avesse istituito una nazione e non semplicemente un regno” dall’identità “melliflua”.Si avverte la sensazione - osserva preoccupato il professor Galli della Loggia - che, oggi, “le differenze sociali, culturali e quindi geografiche tra le varie parti della penisola si stanno approfondendo”. Per la verità tali differenze sono sempre esistite e sono sempre state assai profonde. Non occorre ricordare, in tal senso, l’esito di un recente sondaggio già analizzato su queste stesse colonne. Vi sarà una ragione se sette italiani su dieci (a livello nazionale) farebbero a meno dell’unità nazionale, che ritengono una realtà storica oggi modificabile; se un italiano su due ritiene che sia necessario regionalizzare fortemente il Paese; se otto italiani su dieci provano un forte meccanismo di identificazione su base territoriale e non nazionale; se il 75 per cento non ritiene l’idioma nazionale e il 76 per cento non considera lo Stato nazionale elementi identitari; se un italiano su due vede nell’assenza del senso civico il peggior difetto degli italiani. Non è un caso, insomma, se l’unificazione linguistica e culturale di questo Paese l’ha fatta la tivù nel corso degli anni Sessanta e Settanta, vale a dire meno di mezzo secolo fa. Non è un caso se il risveglio dell’identità nazionale si verifica solamente in occasione dei successi dell’Italia pallonara, concreta testimonianza della fragilità di un tessuto connettivo labile e sfilacciato. Perfino dietro la scrittura di Gabriele d’Annunzio - ineguagliato Vate del nazionalismo fascista - c’è la consapevolezza (basta ricordarsi di qualche personaggio dei suoi romanzi: Andrea Sperelli, Giorgio Aurispa, Claudio Cantelmo, Stelio Effrena) che la cultura italiana, intesa in senso unitario, trae la propria legittimità da uno specifico localismo identitario, frutto della sedimentazione di valori e gerarchie che derivano dall’ordine politico e sociale determinato dalla storia e dalla tradizione. Sapere, Passato e Bellezza sono gli elementi, strettamente interconnessi e interdipendenti, che costituiscono - secondo Galli della Loggia - il cuore dell’identità italiana e “hanno portato il nome italiano oltre ogni confine”. Sapere vuol dire istruzione e cultura, Passato vuol dire storia, Bellezza vuol dire senso estetico. Ma il turista straniero non viene genericamente in Italia, viene piuttosto a Venezia, a Firenze, a Milano, a Torino; anche a Roma e a Napoli. V’è cioè una unicità assoluta e specifica nella varietà della ricchezza estetica complessiva del Paese; una unicità che - lo segnalano recenti studi - porterà alla valorizzazione economica di tale ricchezza. Pagare il biglietto per vedere piazza San Marco o piazza della Signoria non è un delitto e neppure un abuso, ma la giusta valorizzazione dell’unicità estetica del campanile sul quale garrisce al vento il glorioso vessillo di San Marco. Da anni Galli della Loggia lamenta la “morte” di una patria che, tuttavia, si è esaltata, nel passato, e si esalta oggi nella sua pluralità di volti e di culture dei suoi campanili, dei suoi municipi, delle sue città; elementi che costituiscono una grande risorsa per il futuro. Il senso dello stare insieme nell’ambito di una comunità politica nazionale non è emerso e neppure s’è rivelato nei primi sessant’anni di storia della repubblica, dominati dalla difficoltà di trovare qualche elemento unitario, nei fatti inesistente. Ciò ha indubbiamente decretato il fallimento di un progetto politico. Dove si rintracciano, infatti, quelle virtù civiche che dovrebbero sostenere l’idea di patria? Nella “storia contrastata ma viva, fertile e felice” della Prima Repubblica? È discutibile, anche perché, nella sua accesa conflittualità, pure lo Stato dei partiti non è riuscito a trovare uno spirito patriottico e unitario, che non fosse quello della logica compromissoria e consociativa del “bipartitismo imperfetto”. Le radici della socialità si rintracciano, piuttosto, in quella che Putnam ha definito la tradizione civica delle unità regionali della penisola. La politica, nel senso più alto e più nobile del termine, è un atto profondamente creativo, ce lo ha spiegato Aristotele: è intelligenza, è capacità di gestire il presente, governare il mutamento, pensare e progettare il futuro. Allora, il talento - tutto “italiano” - che si manifesta nella “fantasia di costruzioni istituzionali e sociali, solo in forza del legame che riesce a mantenere con il cuore della sua storia” ineluttabilmente e inevitabilmente conduce alla valorizzazione delle identità territoriali differenziate che solo in una articolazione di tipo federale può trovare la sua più adeguata espressione. Secondo Galli della Loggia è diffusa “la consapevolezza deprimente che da anni siamo fermi, non facciamo, non creiamo, non costruiamo nulla d’importante, così come non risolviamo nessuno dei problemi che ci affliggono”. Un Paese così malconcio ha bisogno di “riprendere il filo della sua vicenda in quanto nazione”, certo; ma una nazione composta e articolata da identità differenziate e su base territoriale e comunitaria. Per invertire la china discendente, occorre partire dalle radici autonomistiche e cioè dalle realtà territoriali identitarie e dalle comunità politiche culturalmente differenziate che definiscono l’articolazione del Paese e sono un prodotto della sua storia. Occorre ripartire da qui perché qui si trovano il senso e l’identità delle sue plurime vocazioni comunitarie, che sono le identità negate dalla storia unitaria. Bisogna insomma saldare i conti con la storia, riannodarne i fili smarriti e non visti, riscoprire la grande ricchezza policentrica che abita nella varietà e nella differenza: questo è il “baricentro” politico e culturale che proietta il paese verso una “meta”, quella del federalismo. Questa è la “scossa” che bisogna dare al Paese per la sua rigenerazione sotto mutate sembianze istituzionali, quelle federali.

Contro un nemico (onesto) della riforma federale
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 15 novembre 2008)
Gli avversari del federalismo sono sempre tanti, forse troppi. Uno, tuttavia, merita rispetto per il suo comportamento corretto e leale. Si tratta del professor Domenico Fisichella, messinese, monarchico, teorico - nei primi anni Novanta - della nascita di Alleanza nazionale, ordinario di Dottrina dello Stato e di Scienza politica alla Sapienza di Roma, senatore per quattro legislature (le prime tre con la Casa delle Libertà, la quarta nella lista della Margherita), vicepresidente del Senato per una decina d’anni e ministro dei Beni culturali e ambientali nel primo governo Berlusconi. Già nel 2004, Fisichella aveva pubblicato un pamphlet, che raccoglieva alcuni suoi interventi al Senato, esplicitamente intitolato Contro il federalismo. Adesso ha appena dato alle stampe - con il medesimo editore, Pantheon - La questione nazionale, ideale continuazione del primo volumetto. L’analisi del federalismo, da parte di Fisichella, poggia su un consolidato approccio politologico: per questa ragione, pur concedendo all’avversario l’onore delle armi, è necessario contrapporsi a essa con rigore e con fermezza. Anche per rettificare talune interpretazioni della storia d’Italia infondate, improprie e fuorvianti, finalizzate a legittimare la persistenza di uno Stato centralista, ormai destinato a concludere il suo ciclo storico. Secondo Fisichella, la questione nazionale è l’unico tema culturale e istituzionale che oggi richiede un impegno attivo, esige cioè una “grande battaglia intellettuale e morale, sola base ideale e civile per affrontare con qualche speranza di successo nel nostro Paese e per il nostro Paese sia le grandi sfide che lo attendono nella scena interna e internazionale sia gli innumerevoli fattori che lo stanno conducendo alla completa dissoluzione”. La partenza del ragionamento è incerta sin dalle prime righe del pamphlet: perché Fisichella adotta il termine Paese e non fa riferimento alla “nazione” oppure alla “patria”? Semplicemente perché nazione e patria sono due categorie profondamente contraddittorie nella cultura politica italiana. Dal punto di vista storico, politico e culturale, esiste una profonda asimmetria, una radicale divaricazione - che affonda le proprie radici nell’atto stesso dell’Unità - tra l’identità italiana e l’identità nazionale. Lo Stato può anche nascere per decreto, come avvenne il 17 marzo 1861. Ma l’identità culturale unitaria che, necessariamente, dovrebbe sostenerlo non può nascere per decreto. Neppure i tentativi di generarla, ricorrendo al sistema scolastico e ai processi di acculturazione, a una legislazione unificata e alle istituzioni unitarie, hanno mai sortito effetti significativi in tal senso. Al di sotto di questo Stato, creato solo con una sorta di atto notarile, c’è sempre stata un’identità nazionale articolata e composta da plurime realtà identitarie territoriali. Più che di un’identità italiana “melliflua”, come l’aveva definita il compianto Giorgio Rumi, bisogna parlare di un’identità nazionale inesistente. Questo è il problema di fondo: identità italiana e identità nazionale non corrispondono affatto. Ciò dimostra - dal punto di vista dottrinario - che è molto difficile, forse pressochè impossibile, creare la nazione dopo aver fondato uno Stato; la nazione preesiste rispetto allo Stato, che si configura come la sua rappresentazione politica e istituzionale. Ciò dimostra altresì che il federalismo, contrariamente a quel che pensa Fisichella (che lo ritiene “privo di fondamento” nella realtà storica italiana!), è scolpito nel dna culturale - concretamente vivo e pulsante - di questo Paese; ora si tratta - finalmente! - di riscoprirlo e renderlo attivo e operante, come più appropriata espressione politica, che garantisce la libertà e l’autonomia alla pluralità culturale derivante dalla territorialità identitaria che caratterizza il Paese. Ciò dimostra, infine, che il disegno di State building, cioè il progetto di unificazione, elaborato e militarmente realizzato - con l’appoggio della massoneria - dalla monarchia dei Savoia, è stato concepito come un atto “contro natura”, poiché negava la storia. Tale è la vera e profonda contraddizione originaria di questo Paese, che non ha mai espresso una cultura nazionale, ma semmai plurinazionale. Per questa ragione - semplice e profonda al tempo stesso - la realizzazione dello Stato unitario e centralista ha rappresentato una forzatura politica e culturale, un atto di arroganza e di prepotenza, un vero e proprio sopruso. E non si venga a dire che fosse una “necessità” imposta dalla circostanza storica, “unico percorso possibile per sottrarre e fare uscire la nazione dalla condizione di nullità politica”, come scrive Fisichella. Anzi, semmai è vero proprio il contrario. La storia dice che il meglio di sé questo Paese l’ha prodotto con la civiltà comunale e le signorie, i principati e la realtà degli antichi Stati, che si sono inseriti in perfetta sintonia con le grandi correnti portatrici della civiltà europea. Mentre lo Stato unitario ha sempre cercato di soddisfare le proprie ambizioni di grande potenza con risultati deludenti e fallimentari: basti ricordare le avventure coloniali (da Tripoli all’Etiopia), i 645mila morti della Grande guerra, le non mai soddisfatte e spocchiose vanità - sul piano interno e su quello internazionale - della monarchia e del fascismo. Le grandi occasioni per “contare” nella politica internazionale si sono tutte le volte trasformate in miserabili occasioni perdute. Questa è la verità. Fisichella sollecita “un moto di rivolta ideale” per “manifestare solidarietà e vicinanza allo Stato e alla sua sovranità”. Ma non fa i conti con l’attuale erosione della sovranità, per effetto della progressiva affermazione delle realtà istituzionali sovranazionali e per l’emergenza delle istanze territoriali generate dal processo di globalizzazione e dalle nuove aggregazioni degli interessi a livello locale; un processo di erosione della sovranità di fronte al quale gli Stati - troppo grandi per rispondere alle esigenze locali, troppo piccoli per affrontare la globalizzazione - non possono fare nulla e devono rassegnarsi. Nella sua analisi, tuttavia, Fisichella non riconosce la legittimità del federalismo ottenuto ricorrendo a un sistematico processo di progressivo decentramento funzionale dei poteri. Si tratta di un vecchio pregiudizio, ormai superato. La dottrina tende infatti a non differenziare più la fisionomia dei federalismi aggregativi e disaggregativi. La tendenza in atto da qualche tempo è infatti quella, nell’ambito di tutti i modelli di federalismo, di attribuire le funzioni legislative generali al livello istituzionale centrale, nello stesso tempo decentrando quelle più eminentemente politiche e fiscali, burocratiche e amministrative. Tutto ciò spiega perché sia giunto, piuttosto, il momento di accelerare il federalizing process in atto a livello istituzionale da una decina di anni, per approdare presto a un migliore ordine politico, a una nuova articolazione e organizzazione dei poteri, che risponda alla crisi della democrazia rappresentativa facendo ricorso a una democrazia “di prossimità” e che consenta al Paese di fronteggiare con successo le sfide del presente. Bisogna voltare pagina. L’esperienza storica dello Stato nazionale, burocratico e accentratore, che nei suoi (quasi) centocinquant’anni d’età ha già prodotto i suoi danni e s’è dimostrato non rispondente alla realtà culturale e sociale del Paese, del tutto inadeguato a gestire la pluralità e la complessità dei suoi territori, dev’essere insomma definitivamente archiviata. Con buona pace di Fisichella e dei centralisti a oltranza.

La grande occasione perduta
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 20 dicembre 2008)
Parlare del bolognese Marco Minghetti significa parlare del più autorevole esponente del moderatismo liberale - come riconobbero Croce e Chabod - nei primi due decenni di vita del regno d’Italia. Deputato per un quarto di secolo, dal 1860 al 1886 (anno della sua morte), fu più volte ministro e due volte presidente del Consiglio: dal 24 marzo 1863 al 28 settembre 1864 e dal 10 luglio 1873 al 18 marzo 1876. Nella sua figura si salda l’impegno politico e istituzionale con un’attività di assoluto rilievo dal punto di vista della riflessione teorica e dottrinaria. Minghetti scrisse infatti negli anni del suo impegno parlamentare due opere assai importanti per cogliere il tono della cultura politica e le profonde contraddizioni del nuovo regno: Stato e Chiesa (1878) e, soprattutto, I partiti politici e l’ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione (1881). Lo spessore della sua formazione, l’autorevolezza della sua figura, la sua militanza nell’ambito del liberalismo e l’attenzione a temi quali il rapporto tra lo Stato e la Chiesa, il sistema dei partiti, l’organizzazione della giustizia e dell’amministrazione: tutti questi elementi lo avvicinarono a Cavour, al quale fu molto legato da sincera amicizia sin dagli anni Cinquanta. I due - Cavour e Minghetti - costituirono un tandem decisivo per comprendere l’evoluzione politica e istituzionale del processo di unificazione. Essi intuirono infatti sin da subito che il problema di fondo era rappresentato dalla profonda frattura - come nei fatti avvenne - tra lo State building e il Nation building. Intuirono cioè che all’unificazione giuridica e amministrativa di matrice centralista che si andava tenacemente perseguendo in quegli anni - dopo la funesta annessione della Lombardia al Piemonte, nel 1859 - ed era sostenuta dalla maggioranza di una classe politica, a cominciare dal sovrano, Vittorio Emanuele, e dai suoi principali interpreti (Rattazzi, Ricasoli, Tecchio), davvero miope e inconsapevole della realtà delle cose, non corrispondeva affatto la realtà del Paese, espressione di antiche identità territoriali autonome e indipendenti e di una pluralità di consolidate tradizioni locali. Lo Stato unitario e centralista, promosso per decreto il 17 marzo 1861, poggiava su una comunità “immaginata” - nella percezione dei suoi stolti protagonisti - che non esisteva nella concretezza storica e culturale del Paese. L’unità era dunque un atto contro natura, una inaccettabile forzatura; una natura che si configurava come la stratificazione e la sedimentazione di valori e tradizioni ereditate dall’esperienza storica delle libere municipalità, delle signorie e dei principati, degli antichi Stati, esperienze che definivano una realtà articolata e composita nelle singole espressioni territoriali locali. L’aveva scritto Cavour al siciliano Giacinto Carini nell’ottobre del 1860: «Il Parlamento, che accoglierà i deputati di tutte le popolazioni italiane, non disconoscerà certo i bisogni di ciascuna di esse. La Sicilia può fare affidamento sul ministero onde promuovere l’adozione di un sistema di larghissimo discentramento amministrativo. Abbiamo introdotto il sistema delle regioni, sta al Parlamento il fecondarlo». Al di là di confermare la non mai sopita vocazione autonomista siciliana, questo brano certifica l’idem sentire tra il conte piemontese e il suo ministro degli Interni, Marco Minghetti. Al principio di un «larghissimo discentramento» rispondeva il progetto di costruzione dell’amministrazione del regno presentato appunto da Minghetti nella primavera del 1861. Un progetto - articolato in dieci disegni di legge - che, sostanzialmente, aveva due grandi punti di forza: la legge istitutiva delle Regioni e la legge sui Consorzi, nel segno del riconoscimento della più ampia libertà amministrativa. Minghetti immaginava sei grandi unità territoriali, intese quali corpi intermedi tra lo Stato e le Province del regno. Tali aggregazioni intermedie - cioè le Regioni - avrebbero dovuto riunire, sulla base di un accordo consortile permanente, le province affini per vicinanza territoriale, ma anche per storia, interessi, leggi, modelli culturali e comportamentali, facendo leva su un vasto e sistematico decentramento amministrativo. Le Regioni, nelle intenzioni del suo ideatore, Marco Minghetti, avrebbero inoltre curato «il trapasso dagli ordini presenti agli ordini nuovi con misura e gradatamente, conciliando la unità sostanziale delle leggi con una certa varietà accomodata alle tradizioni ed alle abitudini». Avrebbero dunque introdotto con moderazione e gradualità i nuovi ordinamenti dello Stato, cercando di conciliarli con le esigenze dei territori e delle comunità. E a esse sarebbe stata riconosciuta l’autonomia fiscale, allo scopo di «poter attingere ai suoi contribuenti i mezzi pecuniari», necessari per il più ampio decentramento regionale. Federalismo istituzionale e federalismo fiscale, insomma. Si trattava di un disegno davvero profondamente innovativo, che non aveva pari nel contesto europeo. L’idea dello Stato “minimo” («dee restringere il suo compito» scriveva Minghetti) e dell’aggregazione consortile delle province - che Miglio ha definito «un vero colpo di genio» - enfatizzava il diritto naturale dei cittadini ad associarsi secondo aggregazioni istituzionali fortemente identitarie dal punto di vista storico e culturale, economico e sociale. Il progetto di Minghetti suscitò un vastissimo dibattito parlamentare, in seno a una classe politica che remava in direzione contraria - abbandonandosi all’irrealtà di una «nazione» inesistente - ed era impreparata ad affrontare con ragionevolezza tale prospettiva, che avrebbe messo il neonato Stato sui binari del decentramento regionale, verso il federalismo. Se fosse stato approvato, la storia d’Italia avrebbe preso un’altra strada. Venne nominata una Commissione presieduta dal presidente della Camera, il vicentino Sebastiano Tecchio, nemico di Minghetti, ma - soprattutto - si coalizzò un vasto fronte oppositorio, espressione della burocrazia e del notabilato piemontese che, forte dell’energica sollecitazione del sovrano («veglierete perché l’unità politica, sospiro di tanti secoli, non possa mai esser menomata» aveva detto il 18 febbraio 1861), mise in minoranza l’ideatore delle Regioni. Minghetti si dimise e venne sostituito da Bettino Ricasoli, che ovviamente ritirò il grande progetto amministrativo decentrato dello statista bolognese. Come sempre è accaduto - e accade ancora oggi - nella cultura politica di questo Paese, l’ideologizzazione e la partitizzazione avevano trasformato la sua intelligente proposta politica, peraltro sostenuta da Cavour, in una grande occasione perduta. Nel 1865 sarebbe stata approvata la legge che prevedeva l’estensione degli ordinamenti piemontesi a tutto il Paese: ma lo Stato unitario e centralista poggiava su una clamorosa contraddizione originaria, era stato costruito su una comunità nazionale semplicemente “immaginata”, inesistente nella realtà. Come scriveva, infatti, Pierre-Joseph Proudhon in quello stesso periodo, l’Italia «par nature, par tradition et destination, est anti-unitaire», perché «l’immense majorité des Italiens est féderaliste». Natura, tradizione e destino: il federalismo è nel dna di questo Paese.

Un Paese mai nato
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 31 luglio 2009)
L’editoriale Noi italiani senza memoria, apparso lunedì 20 luglio sul “Corriere della Sera” e firmato da Ernesto Galli della Loggia, ha avuto l’effetto di innescare la prima – e sostanziosa – polemica estiva. Ha suscitato molto clamore. E ha richiamato una serie di interventi e di repliche, sino a coinvolgere il presidente del Comitato dei garanti per il centocinquantenario, l’ex capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, l’attuale ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, e l’ex ministro Francesco Rutelli. La questione è presto riassunta: nel 2011 cadrà il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia (1861). I programmi istituzionali per celebrare degnamente l’appuntamento paiono relegati nel dimenticatoio. Niente di strano, verrebbe da dire, visto che, in questo Paese quasi sempre i progetti e le iniziative promosse a livello istituzionale vengono attuate sempre in ritardo o comunque in affanno. Più sconvolgente è il fatto che i programmi varati (dal governo Prodi, con buona pace di Rutelli) si dimostrano del tutto inadeguati e incongruenti con una celebrazione storica che dovrebbe condurre a un’approfondita riflessione sull’identità italiana e sulla vicenda unitaria del Paese, alla boa del secolo e mezzo. Risulta infatti difficile cogliere il disegno culturale – e le sue connessioni con l’Unità del 1861 – che sta dietro queste celebrazioni, mettendo insieme una cozzaglia di opere pubbliche cofinanziate dallo Stato e dagli enti locali in undici città: il nuovo Centro congressi e il Palacinema di Venezia, l’Auditorium per il Maggio fiorentino, il completamento dell’aeroporto di Perugia, il parco Dora Spira a Torino, l’Auditorium di Isernia, il museo del Broletto di Novara, la ristrutturazione del Museo nazionale di Reggio Calabria, il Parco costiero di Imperia, il restauro del teatro San Carlo di Napoli. Se non ci fosse stata la crisi economica e i conti dello Stato non fossero stati in disordine, si sarebbe proceduto anche a realizzare il Museo mediterraneo a Cagliari, l’Herbarium Mediterraneum a Palermo, la nuova sede dell’Istituto centrale di statistica a Roma, il Polo archeologico di Puglia, il Centro culturale “Gabriele d’Annunzio” di Pescara, la pista ciclabile che avrebbe collegato i luoghi della battaglia di Magenta, la riconversione della caserma dell’82° fanteria in un moderno campus universitario, il restauro del castello di Moasca nell’astigiano. Tra progetti da realizzare e progetti archiviati, da questo arido elenco salta subito agli occhi, anche del più sprovveduto e meno attrezzato osservatore, la clamorosa voragine di idee e il grande vuoto culturale che alberga nella classe politica di fronte alla scadenza centocinquantenario dell’Unità. E pensare che, osservato con attenzione, il calendario della storia unitaria sulla carta offriva la possibilità di un’accoppiata che avrebbe potuto alimentare le corde della più robusta nostalgia patriottarda, rilanciando – di fronte alla svolta politica federalista recentemente varata – lo spirito nazionalista. Quest’anno infatti cade l’anniversario della battaglia di Solferino e di San Martino, cioè della seconda guerra d’Indipendenza. 1859-1861: si sarebbe potuto incominciare un ciclo di iniziative in questo 2009 per concluderlo, dopo tre anni, nel 2011, celebrando solennemente il compimento della parabola risorgimentale nell’Unità. La gran cassa patriottica, insomma, avrebbe potuto suonare aggressivamente per tre-quattro anni. Neppure per la scadenza 1859-2009, salvo una rituale celebrazione della figura del ginevrino Henri Dunant, che dopo la battaglia di Solferino fondò la Croce rossa internazionale, è prevista qualche iniziativa significativa. Invece nulla. Al di là dei limiti culturali oggettivi di una classe politica che spesso si appella alla storia unitaria, allo Stato e alla Nazione, ma poi non sfrutta le ghiotte occasioni offerte dal calendario della Storia, ciò deve far riflettere su un elemento che Galli della Loggia e anche gli altri interventi hanno trascurato: questo Paese – chiamato Italia – non è mai nato, dal punto di vista ideologico e culturale, perché nei fatti non esiste. Lo slancio etico e civile risorgimentale fu del tutto inutile, di fronte a un dato politico e culturale bene evidenziato dal padre del moderno federalismo, Pierre-Joseph Proudhon, che all’indomani dell’Unità, nella sua raccolta di articoli La fédération et l’unitè en Italie (1862), scriveva che la stragrande maggioranza degli italiani «est fédéraliste» perché questo Paese, per natura, per tradizione e per destino, «est anti-unitaire». Nella polemica si sono particolarmente distinti Pietrangelo Buttafuoco e, con un doppio intervento ravvicinato, il collega Alessandro Campi che ha scritto che la Lega ha vinto la sua «scommessa disgregante». A parte il fatto che non si può disgregare ciò che non è aggregato, occorre ribadire con forza che altri sono i responsabili politici dello sfascio. Diciamolo con chiarezza e una volta per tutte: dal punto di vista politico, storico e culturale, la Lega Nord ha un merito indubbio che le deve essere riconosciuto. Assumendo la dottrina del federalismo come il principio sul quale ri-fondare (cioè fondare ex novo) l’organizzazione politica e istituzionale del Paese, avviava automaticamente una rilettura della storia risorgimentale e unitaria che andava dritta al cuore del problema storico dello Stato italiano. Il federalismo infatti implica una mentalità, dunque una concezione della socialità – vale a dire della vita associata nella comunità – e della politica, della pratica delle istituzioni e della gestione del potere, del tutto diversi, che poggiano sull’autonomia. E alimentano un’idea di libertà – individuale e collettiva – che è pregnante e imprescindibile; un’idea di libertà che, sopra tutto, si colloca agli antipodi rispetto al rapporto (subordinato) tra il cittadino e lo Stato proprio dell’ordine politico di ispirazione giacobino-napoleonica. Il limite più significativo della vicenda risorgimentale fu proprio quello di conseguire l’indipendenza dei vari popoli della Penisola senza approdare alla libertà, intesa quale rigenerazione morale, quale principio etico e civile fondante della cultura politica di un Paese che avrebbe dovuto generare una vera e propria nazione, elemento essenziale per l’esistenza stessa del neonato Stato unitario. Tutto si consumò in un semplice passaggio politico e amministrativo che si oppose alla tradizione civica del pluralismo territoriale della penisola, dove affondano le radici delle libertà dei popoli che la compongono. Quando Massimo d’Azeglio disse che bisognava «fare gli italiani», intendeva sottolineare la necessità di colmare le lacune del processo di nation building. Ci provò lo Stato liberale a raccogliere l’eredità politica e culturale patriottica del Risorgimento, nel tentativo – appunto – di «fare gli italiani». Ma non vi riuscì. Ci riprovò allora Mussolini, attraverso il nazionalismo fascista. Il fascismo cercò di appropriarsi dell’eredità del Risorgimento, per riuscire là dove lo Stato liberale aveva fallito: nella costruzione della nazione. E con ciò delegittimò l’esperienza stessa dello Stato liberale, creando una frattura storica profonda. Arrivò infine – sulla scia della Liberazione – la Repubblica, che rappresenta un tornante decisivo nella storia d’Italia, con l’archiviazione della monarchia e l’approdo alla democrazia. Ma anch’essa fallì, visto che il patriottismo – oggi – emerge solo nelle circostanze sportive e non è espressione di virtù civiche e partecipazione politica. Che la memoria storica sia un elemento essenziale dell’identità di un Paese è fuori discussione; ogni popolo ha infatti bisogno di storia per rimettere in ordine il proprio passato e gli eventi che lo compongono. Non c’è identità senza memoria storica. Le occasioni perdute (1859-2009 e 1861-2011) e gli irrazionali programmi elaborati per le celebrazioni certificano appunto che l’identità nazionale è una delle mitologie originarie – insieme a molte altre (la Resistenza, il miracolo economico, la questione meridionale, l’Europa) – sulle quali s’è fondata la cultura politica di questo Paese che devono essere demolite. Requiem.
 
Unità d’Italia, che c’è da festeggiare?
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 9 e 10 agosto 2009)
Com’era prevedibile, la polemica sull’identità italiana e sullo spirito nazionale, connessa ai – quantomeno – sfilacciati programmi celebrativi del centocinquantenario dell’Unità (1861-2011), è proseguita; in taluni casi leggendo addirittura la storia come se fosse una sfida sportiva. Anche per effetto delle sollecitazioni politiche del “partito” del Sud in seno alla maggioranza, essa si è focalizzata sul rapporto tra la questione meridionale e la questione settentrionale. Nella realtà italiana, lo Stato e la nazione non devono assolutamente essere interpretati secondo la stessa prospettiva cronologica: è sbagliato cercare di mettere a fuoco l’idea di nazione da quando – 17 marzo 1861 – esiste lo Stato. L’idea di nazione è una cosa, lo Stato un’altra, per intenderci. L’idea di una nazione “italiana” non coincide affatto con gli ultimi centocinquant’anni della storia unitaria, ma preesiste rispetto allo Stato e affonda le proprie radici nel pluralismo territoriale e nelle libere città, nella diversità dei modelli culturali e comportamentali, nella differente mentalità collettiva delle comunità, negli usi, nei costumi e nelle tradizioni identitarie locali. È profondamente errato – come pare serpeggiare in seno a questa polemica estiva – sovrapporre Stato e nazione, assumendo il centralismo unitario come l’elemento essenziale, inteso quale prodotto, della nazione italiana. Dietro questo approccio v’è la consapevolezza che lo Stato possa creare la nazione – ricorrendo a processi di acculturazione forzata – e non viceversa (cioè che la nazione produce lo Stato). Semmai è vero esattamente il contrario: lo Stato burocratico e accentratore non fu il prodotto della nazione italiana. Fu, piuttosto, un atto contro natura – cioè contro la Storia – ed è per ciò che, osservato dal nostro presente, appare ormai come un relitto storico da superare e da rifondare attraverso il federalismo, ordine politico indubbiamente più adatto e anche più funzionale all’anima vera e profonda del Paese. Il Risorgimento e l’unificazione costituiscono delle vicende storiche senza dubbio rilevanti che, tuttavia, si configurano come una deriva, uno slittamento, una nota stonata, un’anomalìa rispetto alla traiettoria della Storia che – osservata nella lunga durata – ci parla di un’essenza pluralista delle nazioni e dei popoli della Penisola. Per tutta una serie di ragioni, il 17 marzo 1861, malgrado le sollecitazioni federaliste di Carlo Cattaneo, la sensibilità di Camillo Cavour, incline al decentramento, e la progettualità regionalista di Marco Minghetti, dal punto di vista istituzionale venne abbracciata risolutamente l’opzione centralista, in cui Stato e nazione si sarebbero dovute riassumere in una sintesi più alta. Che avrebbe dovuto “piegare” le ragioni del pluralismo a quelle del centralismo. Nell’intento, tuttavia, non riuscì lo Stato liberale né quello fascista e neppure quello repubblicano (le attuali polemiche lo certificano ampiamente). Nella realtà delle cose fu – paradossalmente – proprio l’Unità a creare la frattura territoriale Nord-Sud, cioè a disvelare una radicale diversità culturale e sociale, economica e produttiva, davvero inconciliabile, che divenne sorgente di divisione, non già di unione. Fu proprio in queste circostanze che nacque il concetto di un “Mezzogiorno”, elemento costitutivo fondamentale dello Stato centralista. Al momento dell’Unità c’era una parte del Paese, rappresentata dalle regioni settentrionali, che marciava in perfetta armonia con le grandi correnti portatrici della civiltà europea. Che nel secolo decimonono significava modernizzazione e industrializzazione. Sempre l’Ottocento, però, fu il secolo del trionfo dell’idea di nazione – successivamente degenerata nel nazionalismo – e, dunque, la volontà di fondare uno Stato centralista trovava una sua legittimazione teorica nella esigenza di creare una nazione forte, compatta e coesa. L’idea di nazione è sicuramente un valore da tutelare e da manutenere, attraverso l’azione delle classi dirigenti, prima fra tutte la classe politica. E come è rimasto insieme, questo Stato, nel suo secolo e mezzo di vita? Quali sollecitazioni ha cioè trovato l’idea di nazione sulla quale esso doveva poggiare? Per comprenderlo basta ripercorrere l’azione politica dei notabili liberali, poi della classe dirigente fascista, infine della presenza dei partiti politici nella gestione dell’ordine democratico. In particolare, per poco più di mezzo secolo (dal 1948 al 1992), questo Stato ha trovato una sua compattezza e una sua unità attraverso l’azione della Democrazia cristiana. È vero, infatti, che la Dc ha tenuto insieme il Paese per almeno quarant’anni. Ma come? Ricorrendo a politiche speciali di assistenza e di sviluppo del meridione, cioè a una pratica della politica basata sull’assistenzialismo e, dunque, sulla corruzione e su criteri diffusamente clientelari, deliberatamente confinati al di fuori della legalità. Metodi che garantivano il consenso alla classe politica democristiana e quindi dovevano essere costantemente alimentati attraverso le politiche pubbliche, non già smantellati e archiviati. Non si tratta solo di ricordare i quasi trecentomila miliardi di vecchie lire – circa 150 miliardi di euro – che si è “fumata” la Cassa del Mezzogiorno nei suoi cinquant’anni di attività (1951-1992). Si tratta anche di ricordare i mille miliardi di fondi neri dell’Italcasse – l’Istituto di credito delle casse di risparmio italiane – destinati al finanziamento del sistema dei partiti, primo fra tutti la Dc. Non è un caso insomma che oggi – come segnala l’Osservatorio del Nord-Ovest di Luca Ricolfi – le pensioni destinate ai falsi invalidi siano ben al di sotto del 15 per cento in Piemonte, Lombardia e Veneto. Mentre raggiungono vette strabilianti, attorno al cinquanta per cento – che vuol dire una su due – in Puglia (44,2%), Sicilia (45,1%), Campania (49,5%), Molise (51,9%), Abruzzo (52,3%), Basilicata (54,2), Umbria (54,9%), Sardegna (55,3%) e Calabria (55,5%). Complessivamente una pensione d’invalidità su tre è falsa. Quantificando il dato si tratta di un milione e mezzo di persone che sottraggono allo Stato circa otto miliardi di euro all’anno. Questo è solo un caso, uno dei tanti esiti dei processi e dei metodi di gestione del potere politico espressamente concepiti allo scopo di garantire un minimo di unità al Paese. Un Paese che non è affatto unito; e – anzi – nella diversità identitaria, nel pluralismo culturale e nelle differenze territoriali, che preesistono rispetto allo Stato (inteso quale architettura istituzionale), trova la sua anima più profonda e più vera. L’affermazione dei processi di globalizzazione ha determinato la crisi della modernità e, dunque, della sua principale “creatura”, vale a dire del suo prodotto privilegiato ed esclusivo: lo Stato. È emersa a questo punto in modo netto e chiaro l’inconsistenza dell’idea di nazione alla quale esso faceva riferimento, nell’ambito della cultura politica italiana. E sono parimenti affiorate le contraddizioni originarie della “Repubblica dei partiti”, un sistema politico imperniato sulla Dc che ha governato ricorrendo a metodi assai discutibili, comprese le stragi di Stato, che non è stato capace – all’indomani della caduta del Muro di Berlino – di dotare il Paese di una politica estera autorevole e, soprattutto, autonoma rispetto all’asse anglo-americano; che non è stato capace di colmare il gap di arretratezza avviando vaste e sistematiche politiche di modernizzazione. In questo contesto connesso alla crisi della statualità deve essere inserita la copiosa produzione bibliografica relativa all’identità italiana che ha affollato gli scaffali delle librerie a cominciare dalla prima metà degli anni Novanta e anche la determinata battaglia patriottica del Presidente Ciampi. Osservate dal palcoscenico privilegiato del nostro presente, le lamentazioni relative alla crisi dell’identità italiana e dello Stato burocatico e accentratore, al deficit di virtù civiche e al patriottismo, paiono davvero risibili e contraddittorie. 1861-2011: che c’è da celebrare?
 
Federalismo, vera libertà dal basso
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 21 agosto 2009)
Per quanto il professor Galli della Loggia s’affanni a dimostrare il contrario, la storia - per sua natura - è comunicazione politica. È quasi ridondante ricordare, per esempio, i manuali in cui - sino all’altroieri - non vi era neppure una riga sulle foibe e sulla tragedia degli italiani del confine orientale nell’immediato secondo dopoguerra. È inutile girarci intorno. La storia è, nella sua essenza, comunicazione politica perché da essa dipende l’autorappresentazione ideologica del presente e la legittimazione politica di uno Stato, di una nazione, di una città, di un partito, di un movimento, di un’associazione, di un’organizzazione, di una corrente di pensiero. Con tutti i suoi aspetti positivi e negativi. In tal senso, gli esempi si sprecano. L’ineguagliato cantore dell’Italia fascista fu Gioacchino Volpe, con la sua Italia moderna. Piero Gobetti - che ne aveva intuito sin da subito il carattere illiberale e tendenzialmente pericoloso - aveva definito il fascismo come la “autobiografia” di quella nazione nata sulla scia di un Risorgimento “senza eroi”; quel Risorgimento che Antonio Gramsci leggeva come una rivoluzione “passiva”. Non è comunicazione politica la Storia d’Italia dal 1870 al 1915, con la quale - nel 1928 -Benedetto Croce intese difendere la memoria dello Stato liberale e le sue conquiste dalla delegittimazione fascista? E non è comunicazione politica la produzione storiografica di Rosario Romeo sulla Sicilia? Franco Venturi insediò un vero e proprio cantiere di scavi per perlustrare palmo a palmo, autore per autore, il “suo” Settecento e dimostrare così, contro lo slancio internazionalista della storiografia marxista, che il più autentico spirito delle riforme era riposto nelle pieghe del secolo decimottavo. Il riformismo dei Lumi, con le sue specifiche caratteristiche, era da contrapporre a quello della Seconda internazionale, cui faceva riferimento la sinistra comunista, e rappresentava il modello politico al quale attingevano, in termini di cultura politica, gli azionisti. La volontà di demistificazione dei manuali di storia e gli insegnanti - “troppo pronti a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda” - c’entrano poco o nulla. La storia è là, nel passato. Non illumina affatto il presente. Semmai è vero il contrario, cioè che il presente, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, illumina il passato. E induce lo storico - che è un uomo, con tutti i suoi limiti e le sue sensibilità, i vizi e le virtù (per quanto si sforzi, non è un superuomo infallibile e, come disse Giorgio Rumi, non deve fare né il buonista né il giustizialista) - a guardare lo scaffale degli eventi e l’offerta più conveniente per “fare la spesa” e costruire il suo discorso narrativo. Che però ha dei limiti oggettivi, rappresentati dal necessario rigore, dal senso di responsabilità e dalla coerenza. Da storici dobbiamo ammettere che è così. E da storici, al di là di ogni mistificazione o demistificazione ideologica, dobbiamo ammettere che Matteo Lazzaro - il giovane studente leghista che ha scritto al professor Galli della Loggia (la lettera e la risposta sono state pubblicate dal “Corriere della Sera” l’altroieri, mercoledì 19 agosto) - ha ragione da vendere non solo quando parla dell’oggi, ma anche quando parla del Risorgimento e della Storia d’Italia. Ha ragione quando parla della presenza deviante della massoneria nel processo risorgimentale e del disegno militare di casa Savoia: fu proprio così. Ha ragione quando parla delle sanguinose repressioni nel Mezzogiorno (lo disse anche Gramsci), del fascismo e della sua religione “politica”. Ha ragione quando parla della breve dignità (limitata solo al grande Degasperi, l’unico vero statista di questo Paese) della prima Repubblica, poi caratterizzata dal clientelismo e dalla corruzione, da una maldestra gestione del potere politico e dell’economia, che - davvero - “ci hanno regalato uno dei debiti pubblici più grandi del mondo”. Oltre un miliardo e 750 milioni di euro non sono “bruscolini”! Ha ragione quando dice che il limite della storia di questo Paese è quello di non aver mai vissuto un momento autenticamente rivoluzionario, in cui si potessero sedimentare ed elaborare quei valori di fondo da porre al centro - quale sua essenza ideologica e politica - della “volontà generale”; una volontà che legittimasse le ragioni dello stare insieme e le origini del potere centralizzato. Rivoluzione incompiuta fu il Risorgimento, il cui esito confluì in quello Stato liberale incapace di dare una precisa fisionomia al nation building. Parimenti incompiute furono anche le rivoluzioni tentate poi dal fascismo e, infine, dallo Stato repubblicano, a seguito di un radicale mutamento politico e istituzionale, con il passaggio dalla monarchia alla repubblica, dall’autoritarismo alla democrazia. Nell’ambito del Risorgimento e della Storia d’Italia, il federalismo - ordine politico assai più coerente all’anima della Penisola e al pluralismo delle sue tradizioni storiche e culturali, economiche e sociali differenziate - avrebbe forse negato “la possibilità di parlare e scrivere liberamente, di fare un partito, un comizio e altre cosucce simili”? A parte il fatto che la libertà di stampa, di associazione e di pensiero sono conquiste europee, esse furono riconosciute nello Statuto albertino per effetto delle pressioni connesse alla circostanza storica, con l’obiettivo di formalizzare la diarchia - proclamata nel noto “Preambolo” - sulla quale si reggeva la Carta concessa da Carlo Alberto nel 1848, che riconosceva un ruolo politico alla borghesia emergente. Lo studente ha ragione - infine - quando parla dei partiti “pigliatutto” della seconda Repubblica che hanno programmi “quasi identici” e sono incapaci di progettare il futuro. A partire dall’immediato. L’unico progetto forte e credibile - come scrive Matteo - è il federalismo. Il Paese è avviato lungo questa strada: una svolta radicale che comporta interventi strutturali risolutivi, finalizzati alla riorganizzazione complessiva dello Stato. Ciò implica una rilettura della vicenda risorgimentale e unitaria che punti dritto al cuore del problema: il rapporto tra indipendenza e libertà. Conseguire l’indipendenza dallo straniero, nel corso del Risorgimento, non è bastato. Il processo storico implicava anche un riconoscimento e una consapevole elaborazione delle istanze libertarie territoriali da porre a fondamento etico e civile della cultura politica del Paese. Tutto si consumò in un semplice passaggio politico e amministrativo, che negò la tradizione civica e repubblicana del pluralismo territoriale dei popoli della Penisola. Il federalismo riconosce ed esalta questo afflato libertario. Comporta una percezione della vita associata nell’ambito della comunità politica che poggia sulla libertà, individuale e collettiva, intesa come autonomia e autogoverno, nella gestione del potere e nella pratica delle istituzioni; un’idea di libertà posta agli antipodi rispetto al rapporto tra il cittadino e lo Stato proprio dell’ordine politico di ispirazione giacobino-napoleonica, quale fu lo Stato che nacque il 17 marzo 1861. Volenti o nolenti, tale è la storia di questo Paese. Una storia che legittima le diffuse istanze del nostro presente verso il federalismo, ordine politico traducibile con tre parole: responsabilità, autonomia e autogoverno. Verso un Paese composto da comunità autonome di uomini liberi.

Un cammino lungo otto secoli
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 13 settembre 2009)
Tra qualche settimana giungerà nelle sale cinematografiche Il Barbarossa di Renzo Martinelli, film dedicato alla battaglia di Legnano – 29 maggio 1176 – e alla figura di Alberto da Giussano. Oltre l’evento mediatico, le vicende ricostruite nel film – dal punto di vista storico e politico – assumono un valore davvero importante e significativo che oggi, giornata consacrata alla Festa dei Popoli Padani, occorre rimarcare con forza. La Lega Lombarda sanciva l’alleanza dei Comuni padani contro l’imperatore germanico Federico I; alleanza nata con il solenne Giuramento nell’abbazia di Pontida del 7 aprile 1167, che si sarebbe protratta sino al 1250. Era una lega sorta sul modello delle tante coalizioni di città, progettate con il deliberato obiettivo di assistersi e sostenersi reciprocamente, ma anche di difendersi dalle aggressioni esterne, che caratterizzano i tempi storici degli albori della modernità europea. Pochi anni prima della Lega Lombarda, per esempio, era stata fondata la Lega Anseatica (1158-1669). E più tardi – il primo agosto 1291 – sarebbe sorta, sul prato di Grütli che s’affaccia sul lago dei Quattro Cantoni, la lega delle comunità montane di Uri, Schwyz e Untervalden, nucleo fondativo della futura Confederazione svizzera. Con il Patto del Grütli, i Cantoni primitivi giurarono fedeltà all’accordo di alleanza – il Patto eterno confederale – tra le comunità cantonali. Pontida prima del Grütli, dunque, la Lega Lombarda prima della Confederazione elvetica, i liberi Comuni della Padania prima dei Cantoni elvetici. Le leghe composte da comunità politiche autonome – come la Lega Lombarda e quella Anseatica o quella Elvetica – sono esperienze confederative che devono essere considerate l’ineludibile e necessario preludio storico, la premessa del federalismo moderno. Erano patti stipulati tra comunità autonome di uomini liberi, tali erano – per esempio – i cittadini delle repubbliche alpine svizzere o quelli delle libere municipalità padane, ispirate allo spirito repubblicano fondato sul senso civico, che rappresentava il tessuto connettivo della socialità politica. Comunità autonome che si autogovernavano e che si opponevano con forza collettiva – è il caso della Lega Lombarda – al centralismo imperiale o all’autorità degli Asburgo, nel caso dei Cantoni svizzeri; comunità autonome fondate sulle procedure consensuali della democrazia partecipativa delle libere città. Questi sono i caratteri originari del federalismo delle regioni padano-alpine, imperniato sull’autonomia e sull’autogoverno delle comunità politiche, sulle libertà individuali e sul senso civico. Caratteri che sono profondi e radicati nella storia, e comunque non hanno nulla da invidiare all’ostentata base libertaria sulla quale poggiano i sistemi federali extraeuropei. Caratteri ribaditi con intelligenza e con forza nel – non mai adeguatamente celebrato – testo dello Statuto di Autonomia della Regione Lombardia. Laddove, solo per fare un esempio, si afferma che la Regione promuove “la libertà dei singoli e delle comunità” e anche “le iniziative necessarie a rendere effettive la collaborazione e l’integrazione tra le Regioni padano-alpine” (art. 2). Tale è la forza del passato, che propone uno specifico modello di federalismo. È un’ispirazione e anche un’aspirazione. Che assume un riscontro del tutto particolare, oggi, quando – attraverso il passaggio del federalismo fiscale – si tratta di imboccare risolutamente la strada per giungere infine al federalismo costituzionale. Questa è la via delle riforme. A nulla valgono le polemiche, le strumentalizzazioni e i tentativi di opporsi – anche di recente, nel corso dell’estate – all’inesorabile cammino della storia. Che la fanno gli uomini, a cominciare da quelli di governo, con le loro riforme. Una storia che, assai presto, giungerà al cospetto del redde rationem con la disunità – politica e sociale, economica e culturale – del Paese, ormai presente nella realtà delle cose da diversi decenni. Tra 150mo anniversario dell’Unità d’Italia e Questione settentrionale, il tema privilegiato delle polemiche estive è stato proprio quello della disunità del Paese. Nella cultura politica italiana, sin dall’Unità, è sempre esistita una irrisolta “questione meridionale”; questione che, a partire dai primi anni Novanta, s’è ribaltata ed è diventata una speculare “questione settentrionale”. Prima – per centotrent’anni – era un problema isolato e autonomo, adesso è divenuto un problema dal doppio volto: la questione meridionale in sé e, appunto, la questione settentrionale, alimentata dall’insostenibilità dei costi finalizzati a favorire l’uscita del Sud dalla sua generalizzata arretratezza. Il problema è di una banalità sconvolgente: se le tasse – ahinoi, sempre elevate – dei lavoratori del Nord servono per pagare le false pensioni di invalidità del Sud (mediamente una su due), allora non si caverà mai un ragno dal buco. Sino agli anni Ottanta, la questione meridionale era un fattore di unità perché si configurava come una sfida da vincere per il Paese. Adesso è divenuta quello che è: un elemento di disunità, per effetto dell’assistenzialismo inutile di fronte a una produzione insufficiente, del clientelismo e della corruzione, dell’evasione e del reddito nascosto, degli sprechi (quantificabili in circa il 40%). Il sistematico drenaggio delle risorse del Nord per favorire il rilancio del Sud – incidendo il meno possibile nel debito pubblico, che proprio all’inizio degli anni Novanta ha superato il 100% del Pil – è divenuto davvero inaccettabile. Questo è lo scenario in cui si progettano investimenti faraonici per celebrare adeguatamente il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia. Ma quale “unità”? A parte il fatto che, nel 1861, mancavano all’appello il Veneto e Friuli (annessi nel 1866), Roma e il Lazio (1870), Trento e Trieste (1918). Il 17 marzo 1861, Vittorio Emanuele II assunse il nome di re d’Italia: si trattava – semplicemente – del nuovo nome dato a uno Stato vecchio, il regno di Sardegna, a seguito dell’aggregazione di sei Stati, annessi a partire dal 1848. E tuttavia non vi fu la fondazione di uno Stato nuovo, come avrebbe richiesto la circostanza storica. Sotto il profilo giuridico e costituzionale, lo Stato italiano di oggi, altro non è che il vecchio regno di Sardegna. Forse il modo più corretto – al di là del necessario e drastico ridimensionamento dei progetti a pioggia di edilizia pubblica, del tutto incoerenti e privi di senso – di celebrare l’anniversario della storia è quello di fare i conti con il falso mito fondativo dell’unità nazionale. È quello di disvelare la falsità e la menzogna, di guardare in faccia alla realtà e accettare questa verità; di ammettere che le fratture – non solo quella tra Nord e Sud, che comunque è una delle più rilevanti – esistono e sono profonde. E con esse bisogna confrontarsi perché lì sono racchiusi i motivi che hanno impedito la nascita di un vero e proprio spirito nazionale, elemento del tutto assente nella cultura politica italiana. È questo il presupposto culturale dal quale partire. Ma l’accettazione di tale realtà, come premessa per le celebrazioni del 150mo della disUnità, porta anche a individuare nel federalismo, ordine politico che concilia l’unità con la diversità, l’unica grande e ambiziosa riforma adatta alla struttura – politica e sociale, economica e culturale – del Paese; l’unica che possa proiettarlo verso un futuro migliore. Per celebrare degnamente la ricorrenza storica, insomma, non vi sono alternative: bisogna fare riforme, a cominciare dal federalismo.

Stato o Nazione? Il dilemma delle celebrazioni
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 4 e 5 ottobre 2009)
Archiviate le vacanze estive, il dibattito sulle celebrazioni del 150mo anniversario dell’Unità d’Italia (1861-2011) prosegue, sia nell’ambito politico, sia a livello intellettuale. La questione è assai dibattuta e non presenta una visione univoca e consolidata. Ma alimenta letture differenziate delle vicende storiche – con ciò intendendo: istituzionali e politiche, sociali, economiche e culturali – che hanno caratterizzato i centocinquant’anni dello Stato unitario. Da un lato v’è chi non si arrende al verdetto della storia e costruisce fantasiosi paradigmi interpretativi, dall’altro chi osserva la questione italiana con disincantato realismo. Per fortuna che siamo solo agli inizi e che all’anniversario mancano ancora due anni. Per il suo esordio sulle colonne del Corrierone di via Solferino, un paio di settimane orsono, l’ex ministro delle Finanze del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, ha scelto di intervenire sul tema. Tuttavia, affrontandolo con inaccettabile superficialità e notevole improprietà analitica; per ciò sollevando una serie di polemiche e di accese discussioni. Esordio infelice. Tant’è vero che s’è subito guadagnato sul campo la censura del ministro del Lavoro Sacconi e di alcuni storici come Francesco Barbagallo, Simona Colarizi e Paolo Pombeni. Senza sottovalutare i contrappunti di Francesco Casula e di Federico Orlando (quest’ultimo, per la verità, modesto). Non è certo per l’impostazione dell’analisi di Padoa Schioppa, né per gli strascichi polemici che ha generato, che è necessario intervenire. È piuttosto auspicabile individuare dei punti fermi nel quadro di una discussione così seguìta, animata e importante, per ragionarci sopra. Ma procediamo con ordine. Padoa Schioppa sostiene che, nel 2011, “si celebrerà non la nascita della nazione (un fatto di cultura), bensì la fondazione dello Stato italiano (un fatto politico e istituzionale)”. A suo giudizio “la peculiarità della storia italiana non è la nascita della nazione, è la combinazione di una nazione precoce e di uno stato tardivo”. E non è azzardato affermare che “dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni recenti”. L’epilogo è veleno gratuito: secondo Padoa Schioppa oggi “sono ormai gravemente minacciati la democrazia, principi fondamentali dello Stato di diritto, la preservazione del patrimonio artistico, l’ambiente naturale, il fatto stesso di essere uno Stato unitario”. L’ex Ministro ha pertanto affontato il tema ed è intervenuto nel dibattito non già per esprimere la propria opinione di studioso e di professore universitario, ma – idelogizzando la questione – per seminare accuse, peraltro molto generiche, al governo in carica. Questo era il deliberato obiettivo svelato nelle ultime righe dell’articolo. Per tale ragione non varrebbe neppure la pena di prendere posizione e confutarne le tesi. Ma l’argomento è rilevante ed esso sì richiede qualche precisazione. Stato e Nazione sono concetti forti e complessi, che non meritano assolutamente tali banalizzazioni e ideologizzazioni; non ammettono superficialià analitiche. L’assunto fondamentale è che, nella primavera del 1861, attraverso un decreto e a seguito di un processo militare e massonico, viene fondato uno Stato; si trattava di una istituzione politica contraddittoria rispetto alla Nazione sulla quale poggiava e che presentava culture e tradizioni territoriali fortemente differenziate e in talune circostanze contrapposte e conflittuali. L’Unità è stata un atto contro natura. I 150 anni successivi – quelli che bisognerebbe celebrare – raccontano degli abortiti e fallimentari tentativi forzati e coercitivi, da parte dello Stato, di creare, ricorrendo alle pratiche più varie, una Nazione compatta e coesa, unita e indivisibile. Non è vero che, nella cultura politica di questo Paese, la nazione preesiste rispetto allo Stato ed è rintracciabile sin dal Medioevo. Assolutamente no. Sino al secolo decimonono sono individuabili espressioni culturali e artistiche isolate. La posizione di Machiavelli, richiamata da Padoa Schioppa, non trova la propria legittimità in una dimensione nazionale, ma in una sensibilità fondata sull’attenta osservazione dei processi storico-politici in atto a livello europeo. Machiavelli intuisce infatti che sotto i suoi occhi, nel passaggio d’epoca tra il Quattrocento e il Cinquecento, si sta svolgendo un processo dinamico che conduce alla nascita dello Stato moderno. E il suo accorato appello ai principi italiani è finalizzato alla creazione di uno Stato moderno, con le sue istituzioni e i suoi apparati, nel territorio della Penisola. Il suo messaggio è davvero moderno: o si riesce a organizzare uno Stato – com’era accaduto per esempio in Francia, da lui visitata in qualità di legato fiorentino – oppure questo Paese rimane ai margini delle grandi correnti portatrici della civiltà europea e viene escluso dalla storia. Lo Stato è un prodotto tecnico-istituzionale e si fonda sull’autorità delle istituzioni e degli apparati di potere; la Nazione è un fatto politico-creativo – quindi originale – e si fonda sulla libertà di aderire o meno, di sostenere o di opporsi alla sua rappresentazione formale, cioè allo Stato. Stato e Nazione: autorità e libertà. Stupisce – ed è fortemente contraddittorio – che Padoa Schioppa, ministro nell’ultimo governo di centrosinistra ed espressione della cultura tecnocratica che gira intorno a via Solferino, si schieri dalla parte dell’edificio istituzionale, burocratico, amministrativo, oppressivo e repressivo, non già dalla parte del popolo e della società civile, della libertà e del pluralismo. Perché si tratta pur sempre dello Stato “criminogeno” di Giulio Tremonti o del più recente Stato “canaglia” di Piero Ostellino (libri che probabilmente “tps” ha mal digerito). L’opinione degli storici intervenuti nel dibattito punta l’attenzione verso la spaccatura profonda tra cittadini e istituzioni e verso il grave deficit di senso civico attualmente così rilevante: elementi che incidono nella fisionomia, appunto, del corpo sociale della nazione. Questi sono ormai dati di fatto consolidati. E il Paese risorgerà solamente se riuscirà a rifondare la propria socialità politica. La strada maestra – e la sfida da vincere – è quella di trovare una sintesi tra principio di sussidiarietà e democrazia rappresentativa (così degenerata per effetto dello “Stato dei partiti” che ha caratterizzato la Prima repubblica). Sintesi rappresentata dal federalismo. Non v’è altra via. Dal palcoscenico privilegiato del nostro presente, osservando con attenzione questi 150 anni di storia unitaria e la lezione di fondo che essa ci trasmette, possiamo con forza smentire – e ribaltare – la celebre affermazione di Massimo d’Azeglio: “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”. Al contrario, gli italiani ci sono. E sono un soggetto politico collettivo composto da plurime e territorialmente differenziate identità culturali e sociali, economiche e produttive, storiche e linguistiche. Adesso bisogna fare l’Italia: federale!

 Cavour e la sua idea dell’Italia
di Stefano B. Galli (da "La Padania" del 7 ottobre 2009)
Una delle grandi aporie della storiografia nazionale è rappresentata dalla figura di Cavour: padre della patria, statista di levatura internazionale, grande artefice – sotto il profilo politico e diplomatico – dell’Unità, vale a dire del mito delle origini di questo Paese “uno e indivisibile”. Fu il primo presidente del Consiglio dei ministri dopo il 17 marzo 1861, data in cui Vittorio Emanuele II assunse il titolo di re d’Italia (nuovo nome conferito – in linea di perfetta continuità – a uno Stato vecchio, il regno di Sardegna). Ma morì di lì a poche settimane, il 6 giugno. Per la verità, come avrebbe raccontato Ferdinando Petruccelli della Gattina – medico che divenne deputato al parlamento costituzionale di Napoli nel 1848 e, contro le truppe regie, appoggiò poi i moti contadini di Benedetto Musolino – nei Moribondi di Palazzo Carignano (1862), Cavour era assai prepotente e molto ambizioso, supponente e arrogante. Una persona davvero insopportabile. Guardava i colleghi dall’alto in basso e non li stimava affatto, peraltro senza dissimularlo pubblicamente, anzi dimostrandolo in ogni circostanza. Se ne rese conto Massimo D’Azeglio, Capo del governo dopo Novara, che nel 1851 gli affidò il ministero dell’Agricoltura, Commercio e Marina, e delle Finanze. Ma venne presto defenestrato e da lui sostituito. Il presunto e “grande” disegno dell’Unità d’Italia – di cui Cavour fu interprete poiché lo gestì politicamente – era, nella realtà, un progetto politico assai più circostanziato e limitato. Circoscritto alle dimensioni e al ruolo politico di quella “Piemontese Nazione” teorizzata, sul finire del Settecento, da Gian Francesco Galeani Napione – ben prima dell’Eridania di Durando, della lega doganale di Gioberti e dello “Stato solo sul Po” di D’Azeglio – che auspicò la nascita di una confederazione tra gli Stati dell’Italia settentrionale. La soluzione della questione italiana come articolazione di due grosse realtà macroregionali – da un lato la valle del Po, con l’aggregazione della Romagna e delle Marche, dall’altro i territori che stanno al di là dell’Appennino e sono circondati dal mare Adriatico e dal Mediterraneo – che, dal punto di vista geopolitico, devono godere della più ampia autonomia è presente nel pensiero politico cavouriano sin dalle origini. Non già nella circostanza degli accordi segreti di Plombières del 1858, che ne rappresentano solo l’esito più naturale e scontato. Quanti sono intervenuti nei giorni scorsi sul “Corriere” e sul “Giornale” avrebbero potuto – e dovuto – ricordarlo. Un anno prima di fondare la rivista “Risorgimento”, nel 1846 Cavour scende in campo con un saggio intitolato Des chemins de fer en Italie (“Sulle ferrovie in Italia”), apparso nelle pagine della parigina “Revue nouvelle”, in cui affronta il problema nazionale, imponendosi all’attenzione degli osservatori di cose politiche. In quel momento, il futuro statista piemontese è un giovane liberale di 36 anni d’età. S’è formato all’Accademia militare, prima di diventare ufficiale del Genio e poi, appena ventinovenne, sindaco di Grinzane (carica che avrebbe mantenuto per ben 17 anni), dimostrando notevoli capacità amministrative. È una personalità affermata nell’ambito della società piemontese come imprenditore agricolo di successo (sua è l’invenzione del Barolo, generato dall’invecchiamento del Nebbiolo), innovatore e profondo conoscitore della realtà europea, visto che ha viaggiato in Francia e in Inghilterra, in Svizzera e in Belgio. La ferrovia, secondo Cavour, rappresenta un efficace strumento di modernizzazione e – in considerazione dei comparti produttivi coinvolti nel suo sviluppo (siderurgia, meccanica, edilizia, carbone, legno) – una profittevole opportunità di crescita economica e industriale. Dal punto di vista geopolitico, l’organizzazione di un vasto e articolato sistema ferroviario nella valle del Po, da Torino a Venezia, proietterebbe naturalmente l’Italia settentrionale al di là delle Alpi, assecondando la sua forte vocazione europeista e i suoi legami internazionali, non solo dal punto di vista commerciale, ma anche politico e culturale. Si tratterebbe di un importante e profondo processo di civilizzazione e di modernità. Processo che – nella percezione dell’imprenditore e sindaco di Grinzane – dal Piemonte al Lombardo-Veneto dovrebbe dilatarsi verso Sud sino a coinvolgere l’Emilia, la Romagna, le Marche e la Toscana. Ma da esso è escluso tutto il resto del centro Italia e anche il meridione. Nel vocabolario politico cavouriano è presente la parola Italia. Ma l’idea di Italia di Cavour è quella di una articolazione territoriale caratterizzata da realtà storiche e politiche, culturali e sociali, economiche e produttive, profondamente differenziate, plurime e variegate. Così si spiega, per esempio, la definizione dell’Unità come di una “corbelleria” (in una lettera a Urbano Rattazzi – il 12 aprile 1856 – a proposito di una sua conversazione parigina con Daniele Manin, leader della Società nazionale italiana). Affermazione peraltro severamente censurata e criticata dagli storici patriottardi. Così si spiega la sua opposizione di fondo alle imprese garibaldine e il malcelato tentativo di ostacolare la risalita della Penisola da parte delle camicie rosse. Così si spiegano anche gli accordi di Plombières. Così si spiega, infine, il mandato che egli conferì – una volta confermato alla guida del governo, dopo le elezioni del gennaio 1861 e la proclamazione del regno d’Italia – al suo ministro degli Interni, il bolognese Marco Minghetti, di elaborare un progetto di unificazione amministrativa basato sul più ampio decentramento. Progetto, quello di Minghetti, profondamente innovativo e senza pari nel contesto europeo che– attraverso accordi consortili permanenti tra province affini – prevedeva la nascita di sei macroregioni, intese quali corpi intermedi tra lo Stato e le amministrazioni locali. Conseguita l’unità politica della Penisola, Cavour e Minghetti erano infatti convinti che a tutte le realtà territoriali dovessero essere riconosciute e accordate l’autonomia e l’autogoverno, quanto meno dal punto di vista amministrativo. In particolare al Meridione – così distante dal Nord – era opportuno conferire la più ampia libertà, da intendersi come strumento di governo e di educazione civica, per favorire un generalizzato ricambio della classe politica e della classe dirigente, compromessa con il passato. In tal senso, Cavour rassicurò il deputato palermitano Giacinto Carini al quale garantì che la Sicilia avrebbe potuto contare infatti sull’adozione – scriveva lo statista piemontese – “di un sistema di larghissimo discentramento amministrativo”. E che il nuovo Parlamento avrebbe riconosciuto i bisogni di tutte le “popolazioni italiane” rappresentate, senza trasformarsi in una “tirannia centralizzatrice”. Purtroppo non è andata così. E il conto lo stiamo pagando ancora oggi.

Unità, la bella favola del 150mo
di Stefano B. Galli (da "La Padania" dell'11 e 12 ottobre 2009)
Di passaggio a Torino nel 1911, l’allora ventiduenne Giorgio De Chirico dipingerà un quadro dal titolo Malinconia torinese. Era la città dei Colloqui di Guido Gozzano, che l’avrebbe definita “moritura”. Cadeva in quell’anno il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ormai da tempo perduti i gradi di capitale del Regno, prima a favore di Firenze, poi di Roma, la città aveva effettuato un’importante scelta di campo, spiccando una tratta sulla modernizzazione per reinventarsi quale luogo privilegiato dello sviluppo industriale, tecnologico e produttivo del Paese. Questa identità si sarebbe definita nel primo decennio del Novecento, quando la città della Mole s’imporrà come centro nevralgico del decollo industriale italiano. Nel 1911 salì al governo – per la quarta volta – lo statista di Dronero, Giovanni Giolitti. La popolazione ammontava a poco più di 36 milioni di abitanti, dei quali poco più di 17 (cioè il 47%) rappresentavano la popolazione attiva, 19 la popolazione non attiva. Il 58,4% della popolazione attiva era impiegata nell’agricoltura, il 25 nell’industria e il 23 nel terziario (il 12% nella pubblica amministrazione). Il giubileo della patria (1861-1911) venne celebrato con un’ambiziosa esposizione internazionale dell’industria e del lavoro, a Torino, epicentro della ricorrenza storica. All’iniziativa torinese furono affiancate un’esposizione etnografica delle regioni e una rassegna d’arte, a Roma; una mostra del ritratto e un’esposizione di floricoltura a Firenze. Archiviati il fascismo e la monarchia, fondate la repubblica e la democrazia, nel 1961 il Paese era nel pieno di quel decollo economico, che avrebbe profondamente inciso nella sua struttura sociale, tuttavia aggravando la spaccatura fra Nord e Sud. Una spaccatura profonda che, per certi aspetti, negava l’idea stessa di un miracolo economico ‘nazionale’. La crescita aveva infatti coinvolto solo una parte del Paese, le regioni settentrionali. Il reddito, al Nord, era circa due volte e mezzo rispetto a quello del Sud, che si svuotava per effetto dell’emigrazione. Il Pil volava a sfiorare il nove per cento. Oltre quattro milioni di italiani utilizzavano l’apparecchio telefonico, quasi seimila quello radiofonico, la metà circa la televisione. Tre milioni di italiani circolavano in automobile e circa mille al giorno se ne andavano all’estero in cerca di lavoro. Anche la scolarità cresceva: in dieci anni gli studenti erano raddoppiati. Più di due milioni andavano oltre le scuole elementari; a trecentomila circa ammontavano gli studenti universitari. Era l’anno in cui s’incominciò a costruire il muro di Berlino e scoppiò la crisi cubana; era l’anno in cui cadeva anche il centenario dell’Unità d’Italia. A Palazzo Chigi c’era Amintore Fanfani, che apriva alla sinistra, grazie anche all’intesa con il socialista Pietro Nenni, che – dal canto suo – aveva rotto definitivamente con il Pci. Le celebrazioni del centenario 1861-1961 si svolsero tra Firenze, Genova, Trento, Ragusa, Cagliari e Perugia. Ancora una volta, l’epicentro delle manifestazioni era la città della Mole, che aveva guidato il processo risorgimentale, nell’Ottocento, e poi lo sviluppo economico e produttivo nel corso del Novecento. Torino ospitò una mostra storica sull’Unità d’Italia, una mostra sulle Regioni italiane e una mostra internazionale del lavoro. Fu un democristiano, il ministro del Bilancio Giuseppe Pella, a presiedere il Comitato Italia ’61. Ricorrendo ampiamente all’uso delle nuove tecnologie della comunicazione (radio e tv di Stato) si celebravano così i successi della storia d’Italia e lo sviluppo economico, ma anche la stentata omologazione culturale e linguistica degli italiani. Perché queste rapide ricostruzioni del 1911 e del 1961? Per dimostrare che dietro i progetti celebrativi del cinquantenario e del centenario si potevano individuare due idee ‘forti’: lo sviluppo tecnologico e produttivo per quanto attiene alla ricorrenza del 1911; la crescita economica e sociale per quanto riguarda la ricorrenza del centenario. Dietro gli appuntamenti con la storia e l’organizzazione delle celebrazioni si rinvenivano due idee forti, peraltro legittimate dalla realtà delle cose e dalle dinamiche dei decenni immediatamente precedenti le due circostanze cronologiche d’inizio Secolo e degli anni Sessanta. All’alba del Novecento l’industrializzazione e nel 1961 il boom economico: si trattava di due elementi oggettivi che caratterizzavano il volto politico ed econonomico, culturale e sociale del Paese. Per contrasto, quello che manca, anche nel documento recentemente elaborato dal Comitato dei Garanti del 150mo anniversario dell’Unità quale contrappunto al progetto governativo inoltrato a suo tempo dal ministro Sandro Bondi, è proprio un’idea forte. È del resto pressoché impossibile trovare gli elementi cui ancorare le celebrazioni. Basta consultare gli ultimi dati dell’Istat. Nel corso del 2008 il Paese ha superato il 60 milioni di abitanti (esattamente mezzo secolo dopo aver superato i cinquanta, nel 1959). Ma la popolazione italiana diminuisce a favore di quella straniera, che ammonta ormai a circa tre milioni e mezzo (nel 1961 era appena 62.780). Gli stranieri, al centro-nord, sono circa il dieci per cento. L’indice di vecchiaia (127,1: è il rapporto tra la popolazione dai 65 anni in su con la popolazione sino ai 14 anni d’età, ogni cento abitanti) ha subito un’impennata; il numero medio di figli per donna (1,41) è calato, pur in larga parte sostenuto dalle donne immigrate, e il saldo di incremento naturale della popolazione è fortemente negativo (-8,5%). L’indice di litigiosità nelle regioni del sud è ancora molto elevato, così come lo sfruttamento della prostituzione e la malavita, l’evasione e la corruzione. Gli occupati nell’agricoltura non raggiungono il quattro per cento, quelli nell’industria sono circa il trenta per cento, mentre il 66% lavora nei servizi. Il tasso di disoccupazione è preoccupante – circa il sette per cento – ed è destinato a crescere, così come il debito pubblico (intorno al 120% rispetto al Pil). Di fronte a questo quadro – che non affonda certo le proprie radici nel presente, ma rappresenta l’esito delle dinamiche degli ultimi trent’anni (almeno), cioè dagli anni Ottanta in qua – su quale idea forte si possono impiantare le celebrazioni del 2011? Nel documento del Comitato dei Garanti s’afferma che le celebrazioni del centocinquantenario dovrebbero puntare alla «valorizzazione del patrimonio di identità e di coesione nazionale che gli italiani hanno maturato nella loro storia e nel corso della loro esperienza di Stato unitario», nel segno della «continuità di ideali» che va dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituzione. Occorre insomma studiare il «farsi, articolarsi, consolidarsi» dell’identità italiana. E tuttavia, recenti sondaggi rivelano – in tal senso – dei dati che dovrebbero farci riflettere. La storia – l’idea, quindi, di un passato comune che poggia su valori condivisi – viene ritenuto un elemento identitario essenziale solo dal cinquanta per cento degli italiani. Ciò significa che l’altro cinquanta per cento non ritiene la storia un elemento essenziale dell’identità italiana. La cultura raccoglie il 47%, la mentalità collettiva il 43, l’eno-gastronomia il 39, le tradizioni nazionali il 32, la lingua il 25, l’idea di Stato (cioè le istituzioni) il 24, le virtù civiche l’11%, la religione il dieci. Per contro, il 76% – cioè tre italiani su quattro – individua nella piccola patria un valore fortemente identitario. L’unità nazionale viene ritenuta un bene rinunciabile (48%) o modificabile (22%) – quindi un valore assai discutibile – da circa il settanta per cento della popolazione. Sette italiani su dieci, insomma, non credono più nell’unità nazionale: questo è il dato davvero forte. Questo è il dato da porre al centro delle celebrazioni del 150 anniversario della dis-Unità. È inutile girarci attorno e dissimulare la verità.

>>> 23 dicembre 2010
Vanità e falsa bontà rovinano il vero spirito di questa importante festività cristiana, che va riscoperta nel suo vero significato

BUON NATALE. MA SENZA CONSUMISMO E SENZA BUONISMO

Il materialismo ha ormai trasformato il Natale in un palcoscenico per chi sfoggia opulenza o fa carità ipocrita

I giorni che portano alla festa del Natale sovente s'accompagnano a due cattive condotte che, specie in questo periodo, deturpano la nostra bella fede cristiana: trattasi del consumismo e del buonismo. Quanto al primo, il consumismo, basti osservare come il Re dei re, il Redentore, il Dio si fece uomo offrendosi al mondo nella luce dell'umiltà. Consideriamo quanto il Natale della Mangiatoia sia distante da quello nostro: quei regali che dovremmo fare per ricordare i doni dei Magi al divin Bambinello... è Gesù che celebrano o la nostra vanità? E se questo primo vizio è assai riconoscibile alla nostra coscienza, il secondo, il buonismo, risulta più insidioso perchè più dell'altro si maschera dello spirito natalizio. Quanto altruismo male indirizzato, quanta indebita indulgenza, quanto languido sentimentalismo ci allontano dalla corretta carità cristiana che è amare il prossimo sì, ma solo e sempre per amore di Dio! Il Signore, nel Vangelo, ammonisce che chi ama qualcuno più di Lui, non è degno di Lui. Orbene, la carità, per piacere a Dio, deve essere ordinata a due inscindibili fattori: la Sua maggior gloria e il bene del prossimo. Quanti, dunque, si mostrassero benevoli nei confronti di nemici della nostra fede o della nostra civiltà o della comunità, compirebbero della falsa bontà, piuttosto trattandosi di comportamento riprovevole. Tale condotta di effimera bontà priva del suo vero scopo, prende l'appellativo di buonismo. Occorre, difatti, tenere a mente che certa pretesa bontà può essere fatta "senza Dio", persino contro di Lui (quanto filantropismo laicista intende orgogliosamente onorare l'uomo al posto del suo Creatore!), e per tali ragione deve apparire riprovevole agli occhi del buon cristiano. Così, l'allora vescovo di Como Maggiolini, dotto e prudente, redarguì i padri Somaschi che avevano aperto l'oratorio alla preghiera dei mussulmani, pubblicamente bollandoli come "tonti". Questi sconsiderati, per una falsa bontà, si spinsero temerariamente sino a favorire gli adepti di una credenza che da secoli ci minaccia e causa lo spargimento di sangue cristiano, e che offende il Dio Uno e Trino, disconoscendo la divinità di Gesù. Come deve condursi, dunque, il cristiano per essere buono senza contaminarsi col buonisno? Il Vangelo ci ammaestra a perdonare al nemico e fargli bene, la Dottrina della Chiesa da sempre ci illustra quali obblighi discendano al buon cittadino da questo dovere. Innanzitutto occorre il discernimento: distinguere cioè tra i nostri nemici personali e quelli di Dio e della comunità. In due casi soli, spiega S. Tommaso, possiamo senza peccato non amare il nemico: il primo, quando detto nemico fosse cittadino di cattiva coscienza e di condotta pericolosa e pessimo esempio. In tal caso, non solo non è opportuno amarlo bensì occorre desiderarne la punizione o l'allontanamento, e questo (si badi bene!) non per suo odio e inimicizia propria, ma per il bene pubblico. Il secondo caso, è quando si vedesse che nell'aiutare il prossimo (che è ciascuno, anche la persona avversa, per vincolo della carità) si portasse pericolo a sè stessi, cioé danno grave nella persona propria. In tal caso non si è obbligati ad un simile altruismo, poichè prima caritas incipit a se ipso (la prima carità comincia da sè stesso). Solo in questi due casi non siamo tenuti ad aiutare il prossimo, ma in ogni altro è d'obbligo farlo e pregare per lui, e non facendolo si peccherebbe mortalmente. Buono e Santo Natale a tutti.
Padre Gervaso
[da "Prediche ballabiesi", per gentile concessione de "Il Diario di Ballabio"]


>>> 30 ottobre 2010
"Semain", il capodanno celtico, con il Cristianesimo divenne "Ognissanti" e fu esportato in Nord America dagli emigranti anglosassoni

HALLOWEEN? TRADIZIONE CELTICA, PRESENTE IN PADANIA ANCORA PRIMA DELLA SCOPERTA DELL'AMERICA!

Storia delle lümere, antico segno di celtismo padano, un'antichissima tradizione che sopravvive ancora oggi in molte zone rurali

Sul Corriere della Sera del 2 novembre 1998 era stato pubblicato con grande rilievo un editoriale di Ernesto Galli della Loggia titolato “Feste, fantasmi e zucche vuote”. L’illustre giornalista esordiva con un accorato interrogativo patriottico: “Perché degli italiani, giovani ma anche meno giovani, decidono a un tratto di mettersi a festeggiare Halloween sì che improvvisamente non solo le città ma anche i borghi più riparati della Penisola (ne sono stato testimone diretto) si riempiono improvvisamente di zucche, di streghe e di folletti? Perché degli italiani, giovani ma anche meno giovani, che probabilmente neppure si ricordano più di che cosa sia la Befana e che ancora più probabilmente non hanno mai saputo cosa siano i fuochi di San Giovanni, decidono invece che fa proprio al caso loro una festa celtica importata dagli irlandesi negli Stati Uniti? Perché tutto ciò che non si presenta con connotati italiani può, in Italia, contare sempre su un’attenzione immediata e spesso su un successo travolgente?” (1) Proseguiva poi sullo stesso tono di dramma nazionale lamentandosi che una festa come Halloween (pericolosamente straniera nel nome e nel significato) possa rischiare di soppiantare ricorrenze più banali ma sicuramente più patriottiche. Queste preoccupazioni tricolori assillano da un po’ di tempo il Galli della Loggia che sembra avere preso molto a cuore i sacri destini della patria, al punto di essersi gettato nella spericolata avventura  di dirigere per la casa editrice bolognese de Il Mulino una collana editoriale chiamata con spavalda originalità “L’identità italiana”. Nella fondamentale opera sono già comparsi illuminanti saggi sull’Altare della Patria, su Amedeo Nazzari, su Coppi e Bartali, e su “La pasta e la pizza”. Sono poi annunciati con una certa enfasi titoli come: “Mina”, “L’autostrada del sole” e - naturalmente - “La mamma”. In perfetta coerenza con questo profluvio di languore patriottico italiano, il Galli della Loggia (che porta nel suo stesso cognome tutta la sofferenza dell’intellettuale impegnato nel tenere insieme una improbabile e artificiale identità nazionale, sempre in bilico fra pericoli celtisti e sicurezze massoniche)  non poteva non evocare l’autarchico sapore deamicisiano della Befana e dei fuochi di San Giovanni per contrastare le zucche di Halloween, che spaventano tanto l’italianità di tanti intellettuali convertiti al patriottismo tricolore di regime. L’eccessivo fervore, tipico di tutti i neofiti, però gli ha fatto prendere almeno un paio di cantonate. La prima riguarda le antiche origini di tutti i riti che menziona nel suo accorato articolo: fuochi, Giobianne e zucche illuminate discendono dalla stessa matrice precristiana e sono profondamente incistati nell’immaginario collettivo che la cultura celtica ha lasciato alla nostra gente. La seconda tavanata tocca nello specifico la tradizione di Halloween, di Samain e del rapporto con il mondo dei morti. Non è una tradizione estranea alla nostra cultura, come dice il Della Loggia. Tutta la Padania è ancora oggi piena di tradizioni antiche come il mondo che hanno a che fare con il pane dei morti, con le cene apparecchiate per i morti, con le castagne lasciate sul davanzale o sul tavolo per i morti, eccetera. Da sempre e in tutti i nostri paesi la prima notte di novembre continua a essere il momento di apertura della porta che collega il mondo dei vivi con quello dei morti. E’ Samain, il capodanno celtico, che la Chiesa ha adottato e cristianizzato con Ognissanti e con la ricorrenza dei defunti. Ma non basta. La tradizione della zucca scavata a forma di testa e illuminata dall’interno non è soltanto parte del folklore irlandese. Di questo argomento si è parlato a Radio Padania Libera e sul quotidiano La Padania chiedendo agli ascoltatori e ai lettori di raccontare di usanze simili eventualmente presenti nei loro ricordi o nelle usanze ancora vive dei loro paesi: solo nel giro di un paio di settimane sono arrivate decine di segnalazioni di riti, analoghi fra di loro, che si svolgevano (e che si svolgono) in tutti gli angoli della Padania. A una serie di immagini comuni sempre presenti si sommano di volta in volta elementi diversi circa la collocazione delle zucche, il loro rapporto con gli ambienti domestici o gli alberi, l’usanza della questua di soldi o dolciumi, l’esatta collocazione del rito durante l’arco della giornata, eccetera. La collocazione geografica delle segnalazioni pervenute è stata riportata su una carta, sulla quale è segnata anche l’area approssimativa di copertura della radio che coincide ovviamente con la più parte delle segnalazioni. (Fig.1) Origini e simbolismi - L’anno celtico era suddiviso e cadenzato da quattro ricorrenze più importanti, dette “feste del fuoco”: Samain (1° novembre), Imbolc (1° febbraio), Beltane (1° maggio) e Lugnasad (1° agosto). Samain (o Samhain, Samuin, o Samhuin) era la più importante, essa cadeva nel mese lunare segnato sul calendario di Coligny col nome di Samonios (“Il tempo della fine dell’estate”) e costituiva anche il Capodanno, col quale finiva la metà “chiara” dell’anno e cominciava quella “scura” ed era perciò simbolo di morte e di rinascita. La datazione coincideva con il sorgere delle Pleiadi ma era anche legata con una certa evidenza al ciclo pastorale: secondo T.G.E. Powell il nome stesso di Samain significherebbe “riunione” e sarebbe legato al momento di riconduzione degli animali nei ripari invernali e alla macellazione per l’inverno. (2) Era perciò un periodo nel quale si doveva fare grande consumo di carni che non potevano essere conservate. Era in ogni caso la ricorrenza più importante dell’anno: era il giorno delle grandi adunanze popolari e delle assemblee delle comunità, era perciò in tutti i sensi il momento della “riunione” e della congiunzione fisica e simbolica. Avveniva la “morte rituale” del re, era il giorno in cui terminavano i mandati elettivi e venivano eletti in nuovi capi, vi si tenevano riti propiziatori dei raccolti futuri con la simbolica uccisione dello “spirito del grano” dell’estate. Era il giorno della scadenza e del rinnovo dei contratti e degli affitti, che si è conservato nel San Martino cristianizzato, il successivo 11 novembre, alla fine del periodo dei festeggiamenti di Samain. Vi si tenevano giochi, discussioni, tornei, cerimonie religiose, banchetti rituali per invocare l’abbondanza, e festini dove l’allegria e l’ebbrezza erano di rigore.(3) Si riteneva che nella notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre avvenisse anche l’amplesso rituale fra il dio padre Dagda e la dea madre Morrigan. (4) Era il momento della congiunzione fra i due anni (il vecchio e il nuovo) e fra i due mondi (il visibile e l’invisibile) senza però appartenere né all’uno né all’altro. “Il capodanno celtico era un giorno al di fuori del tempo e dello spazio, tanto da permettere agli avi defunti, agli uomini viventi, ai discendenti che dovevano ancora nascere e alle creature non umane (dei, fare, demoni, elfi eccetera) di mostrarsi nel mondo e di incontrarsi.”  (5)  In quel momento dell’anno si abbattono le barriere fra il mondo visibile e quello invisibile che entrano in comunicazione: gli abitanti dell’Altro Mondo possono fare irruzione sulla faccia della terra, ma gli umani possono entrare per un po’ nel dominio degli dei, degli eroi, e dei defunti. I festeggiamenti di Samain  solitamente non duravano solo lo spazio di una giornata, ma come tutte le feste celtiche avevano inizio una settimana prima del giorno indicato, trovavano il culmine il 1° novembre e proseguivano per almeno una settimana dopo, di solito fino al giorno 11. Per secoli la Chiesa cattolica ha cercato di eliminare queste feste pagane, ma alla fine ha dovuto rassegnarsi alla loro forza e al loro profondo radicamento nell’animo popolare. Le ha solo in qualche modo esorcizzate cristianizzandole: Imbolc è diventato la Candelora, Beltane il Calendimaggio,  e Lugnasad San Lorenzo. Samain è diventata la festa di Ognissanti e dei Morti, due ricorrenze distinte che ne hanno inglobato ed esorcizzato le due valenze più importanti (il legame con gli “spiriti santi” e con i defunti) e che hanno cercato di marginalizzare e di eliminare ogni riferimento e segno di panteismo celtico (il contatto con il “piccolo popolo” e l’idea di libero transito fra i due mondi). Samain era una festa sostanzialmente allegra (come tutte le feste celtiche): Ognissanti è ancora una festa gioiosa e solo la vicinanza con il 2 novembre la fa diventare mesta acquisendo una tristezza tutta meridionale, sconosciuta al mondo europeo più antico. Il rapporto con la morte dei popoli celtici era sereno, quasi scanzonato: la paura della morte, dei morti e dei cimiteri è merce di importazione mediterranea. Fino a gran parte del Medioevo i cimiteri erano spazio “normale” della vita comunitaria: in molte ricorrenze ci si andava per “stare con i morti”, banchettare e fare festa con loro. Nel 1231, il concilio di Rouen proibisce di danzare nel cimitero o in chiesa, pena la scomunica. Un altro concilio, nel 1305, proibisce di danzare nei cimiteri, di giocarvi a qualunque gioco, vieta ai mimi, ai giocolieri, agli esibitori di maschere, ai musicanti, ai ciarlatani di esercitarvi il loro mestiere. Analoghi divieti continuano  essere emanati un po’ ovunque fino alla fine del XVII secolo. (6)  Di quelle antiche consuetudini resta l’uso di portare fiori sulle tombe: “In quei giorni di freddo autunno i Celti portavano nei cimiteri fiori a profusione - forse secchi, forse coltivati in serre - per alludere all’aldilà come paradiso”. (7) La parte allegra dell’antica Samain si è mantenuta in Halloween, la festa che nei paesi irlandesi e anglosassoni precede Ognissanti. La sera del 31 ottobre allegre brigate (soprattutto) di bambini si mascherano e visitano chiassosamente le case del paese per chiedere dolci e regali, in mancanza dei quali faranno schiamazzi o imbratteranno di schiuma di sapone i vetri delle finestre. Il segno di andare in giro mascherati da mostri, streghe e folletti, riprende l’antica pratica del travestimento rituale utilizzata dagli sciamani che, ponendosi al di fuori delle regole conformistiche della società e assumendo le sembianze di esseri soprannaturali, si mettevano in comunicazione con la realtà spirituale. La forza simbolica di questa tradizione è tale che neppure i Protestanti, nella loro furia iconoclasta e anti-pagana, si sono azzardati a tentare di cancellarla ma l’hanno inglobata nei loro riti. In talune parti dell’Europa settentrionale (Frazer cita il caso dell’isola di Man) il 1° novembre è stato considerato il primo giorno dell’anno anche fino agli inizi del XX secolo. (8) Il termine Halloween è, molto significativamente, la contrazione di All Hallowed Souls (“tutte le anime sante”) o di All Hallows’ Eve (“sera di tutti i santi”). Il segno più popolare, noto e diffuso di questa notte di unione fra i mondi è una zucca svuotata, intagliata e contenente una candela accesa, che è detta “jack-o’-lantern” nei paesi anglosassoni e - come vedremo - lümera in Padania. In taluni casi assieme alle zucche vengono anche usati ravizzoni (in Scozia) e grosse rape (Canton Ticino). Si tratta in ogni caso di figurazioni che imitano nella forma e nelle fattezze dei teschi: grandi orbite, apertura nasale e bocche aperte in cui sono evidenziati i denti. E’ una sorta di ridicolizzazione e di demistificazione della morte, un messaggio che suona del tutto normale in una festa che afferma l’intercomunicazione fra due mondi dei vivi e quelli dei morti. La testa tagliata aveva - come è noto - una grande funzione rituale e simbolica presso i Celti che conservavano i capi recisi degli avversari più valorosi e delle persone più importanti ritenendo che la testa fosse la vera sede dell’anima e che, così facendo, si potesse trattenere presso di sé o appropriarsi delle caratteristiche migliori del morto. Le teste, scarnificate o conservate in vasi di olio, venivano tenute presso templi o abitazioni, quasi sempre in posizione dominante o agli ingressi degli edifici. (9) “Usavano anche accatastare teschi perché si pensava che il morto appartenesse, per un certo tempo, a entrambi i regni: per quanto nessuno poteva dirlo.“ (10) Il rispetto che gli veniva tributato consentiva al cranio “di profetare a beneficio dei rimasti in vita. Egli poteva inoltre, se riverito, irradiare su di loro certe energie paradisiache... L’ossario con i suoi teschi accatastati è più che una forma di sepoltura. La vicinanza dei teschi è tale, come dice Yeats, che la loro ombra dall’aldilà cade sui vivi.” (11) Il rispetto per le teste tagliate impediva (e impedisce) che esse potessero essere impiegate per azioni fortemente simboliche ma sostanzialmente dissacranti come quelle delle feste e delle burle di Samain. I teschi degli ossari venivano dipinti con colori rituali ed erano al centro delle cerimonie religiose ma solo dei loro surrogati potevano andare in giro ed essere impiegati in azioni giocose. L’utilizzo irriguardoso delle teste tagliate vere era uno dei geis (tabù) più terribili e rispettati delle comunità celtiche. Questo spiega il successo e la incredibile durata nel tempo dell’uso giocoso delle zucche intagliate a testa di morto. Caratteri delle lümere padane - Nella pur rapida ricerca effettuata sulle lümere impiegate in Padania sono emersi con grande chiarezza tutti i caratteri presenti nelle analoghe manifestazioni anglosassoni. Risulta sicuramente primario il rapporto con la notte del 1° novembre e, molto spesso con i giorni che lo precedono e lo seguono. In un caso il rito ha addirittura inizio alla fine di settembre (12) e  in un altro è stato indicato con sicurezza che continuasse fino all’Epifania. (13) Si è trovata una sola testimonianza, raccolta a San Daniele del Friuli (UD), di lümere impiegate in altro periodo, collocato a metà estate. L’antico legame con banchetti rituali, libagioni e pasti da consumare con i defunti è confermato dalla grande resistenza delle usanze di confezionare dolci speciali (detti localmente “pan dei morti”, “ossa dei morti”, eccetera) e di apparecchiare la tavola per i morti la sera del 1° novembre che si riscontrano un po’ ovunque. Sulla condivisa ritualità si sovrappongono diversi dettagli locali sempre però caratterizzati dall’impiego di cibi semplici e poveri: si tratta a volte di scodelle di latte e castagne (14), piatti di caldarroste e bicchieri di sidro (15), fino a semplici recipienti di rame riempiti d’acqua per placare la “sete dei morti”. (16) La preparazione delle lümere segue linee estremamente omogenee. Si tratta innanzitutto di una incombenza sempre affidata ai bambini e sotto la direzione degli anziani. La zucca viene svuotata, vengono incisi i buchi degli occhi, del naso e della bocca e vi viene introdotta una candela. I diversi dettagli estetici sono solo in funzione dell’abilità dei giovanissimi esecutori: tutti gli intagli possono essere semplicemente triangolari o più artisticamente arrotondati. Nei casi più elaborati, la bocca viene arredata con l’inserimento di stecchini o di semi infilati in forma di denti. Alcune testimonianze indicano che qualche volta venivano realizzate anche delle orecchie, fatte con semi di granoturco, penne di galline, pezzi di formaggio o scampoli di stoffa. (17) Le zucche sono spesso utilizzate per fare scherzi, per spaventare i bambini (18), le donne che si recano al lavatoio (15), le vecchiette che vanno al cimitero (19), lungo i sentieri e negli angoli più bui. Altre volte sono tenute in mano e portate in processione da giovani e meno giovani (20), portate in giro dai ragazzi infilate su bastoni (21), condotte bussando casa per casa per spaventare la gente (12) o tenute in mano e portate per strada da ragazzi coperti da teli bianchi a mo’ di mantello. (22) Oltre che per spaventare la gente e organizzare burle, le lümere  vengono anche collocate lungo le strade, vicino alle chiese e ai cimiteri per  “illuminare la strada alle anime” (16) e far loro ritrovare il cammino da un mondo all’altro. Esse hanno anche funzione decorativa:  la sera del 31 ottobre vengono accese dai bambini di casa  (23) e poste sui davanzali delle finestre, sui balconi, sulla porta di accesso, sui piloni dei cancelli (22), sui muretti attorno alla casa. (24) In alcuni casi, la loro funzione estetica assume proporzioni notevoli:  zucche illuminate di medie dimensioni erano messe a Cosseria (SV) a tutte le finestre di casa e una molto più grande davanti alla porta principale (18); a Pisa  erano posizionate  “ad effetto” lungo tratti del muro d’Arno. (12) A Manerbio (BS) e nelle campagne del Canavese venivano appese ai rami degli alberi. Una particolare concentrazione di simboli si trova in alcune delle usanze friulane: i semi raccolti nell’operazione di svuotamento della zucca venivano conservati per la semina dell’anno successivo (passaggio da un “tempo” all’altro), le candele venivano lasciate accese tutta notte per sciogliere e rendere più dolce e gradevole la polpa rimasta all’interno che serviva da nutrimento per i morti, in ogni casa si preparava una zucca per ognuno dei morti che si volevano ricordare (a volte si lasciava infilata nella zucca una lettera a loro destinata) e la mattina si controllava dallo spostamento degli oggetti se le anime erano effettivamente passate e se avevano gradito l’accoglienza. (17) L’impiego sistematico delle lümere è continuato, secondo quasi tutte le testimonianze raccolte,  con grande vigore fino agli anni ’50 e ha da allora continuato ad affievolirsi. Ha ritrovato una certa fortuna in tempi più recenti grazie all’acquisizione di abitudini di importazione americana di cui si è però smarrito l’antico legame con la nostra tradizione. Gli impieghi più ricorrenti sono riportati sulla Fig.4. Secondo gran parte delle testimonianze raccolte, le zucche scavate e illuminate venivano chiamate lümere in Lombardia, in Emilia e in Piemonte, lumere nel Veneto Occidentale, lumazze nel Polesine e in Romagna. E’ stata anche raccolta testimonianza di alcune limitate varianti locali che le indicano come  teste da mort a Biella, e mortesecche a Lucca. Si tratta, soprattutto in questi ultimi casi, di denominazioni che rafforzano il legame con l’originario simbolismo delle teste tagliate dei Celti. La raccolta dei dati non è certo stata caratterizzata da grande sistematicità dal momento che è stata fatta soprattutto fra gli ascoltatori di Radio Padania Libera la cui copertura del territorio interessato è solo parziale, come indicato dalla Fig.1. I riferimenti alle altre aree sono il risultato delle segnalazioni di ascoltatori da lì originari o di lettori del quotidiano che si sono presi il disturbo di dare testimonianza per lettera o fax. (24) Ad un certo punto del citato articolo di Ernesto Galli della Loggia si dice che Halloween e le sue zucche non hanno nulla a che vedere con l’Italia. Almeno su questo ha tutte le ragioni: le lümere sono una bella espressione di antico celtismo e di ritrovata padanità.
Gilberto Oneto
La Libera Compagnia Padana

NOTE
(1) Ernesto Galli della Loggia, “Feste, fantasmi e zucche vuote”, sul Corriere della Sera (lunedì, 2 novembre 1998), pag.1 (2) T.G.E. Powell, I Celti (Milano: Il Saggiatore, 1996), pag.118 (3) Jean Markale, Le Christianisme Celtique et ses Survivances Populaires (Paris: Imago, 1983), pag.186 “Un detto caratteristico di Samain recita: “Carne, birra, noci, salcicciotto, è quanto spetta a Samain, fuoco da campo gioioso sulla collina, latte burrificato, pane e burro fresco.” Descrivendo chiaramente come si svolgevano le celebrazioni di questo giorno. Per i Celti la carne di maiale, la birra, il vino e l’idromele erano vettovaglie legate ai mondi spirituali e davano accesso all’eternità e spesso gli incontri in occasione di Samain si trasformavano in colossali ubriacature e pantagruelici banchetti. Riccardo Taraglio, Il Vischio e la Quercia (Grignasco: Edizioni Età dell’Acquario, 1997), pag.406 (4) John King, The Celtic Druids’ Year (London: Blandford, 1994), pag.130 (5) Riccardo Taraglio, Il Vischio e la Quercia, op.cit., pag.406 (6) Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente (Milano: Rizzoli, 1978),  pag.32 (7) Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno (Milano: Rusconi, 1988), pag.318 (8) James G. Frazer, Il ramo d’oro (Torino: Boringhieri, 1973), pag.976 (9) Barry Cunliffe, L’Universe des Celtes (Lucerna: Bibliotheque de l’Image, 1993), pagg.83-84 (10) Alfredo Cattabiani, Calendario, op.cit., pag.318 (11) Margarethe Riemschneider, “Vivere coi morti”, in Conoscenza religiosa, n.1, 1981, pag.69 (12) Testimonianza di Romano Redini, di Lucca (13) Tetimonianza del signor Beppe, di Casale Monferrato (AL) (14) Testimonianza di Natalina Bortoluzzi, di Belluno (15) Testimonianza di Silvano Civra Dano, di Galfione (BI) (16) Testimonianza di Renzo Dal Bello, di Suzzolins (UD) (17) Testimonianza di Ezio Pellegrini, di Rive d’Arcano (UD) Il testo completo di questa testimonianza è stato pubblicato il giorno 18 novembre 1998 su La Padania (pag.19). (18) Testimonianza di Carla Landi, delle Langhe (19) Testimonianza di Giovanni Bai, di Locarno (Ticino) (20) Testimonianza di Sergio Amadio, di San Zenone degli Ezzelini (TV) Questa usanza ripropone l’immagine della cosiddetta “processione delle anime”, o “processione dei morti” che è molto diffusa nella cultura popolare alpina, con particolare intensità nelle vallate Walser. (21) Testimonianza di Piero Casarotti, dei Colli Euganei (22) Testimonianza di Giuseppe Furlan, di Pordenone (23) Testimonianza di Gilberto dell’Oste, di  Canal di Gorto (UD) (24) Testimonianza di Maura Macchi, di Cassano Magnago (MI) (25) Segnalazioni documentate sono pervenute da: Adria (RO), Albese (CO), Albiate Brianza (MI), Alessandria, Almenno San Salvatore (BG), Alpi Carniche (UD), Altipiano dei Sette Comuni (VI), Appennino toscano (MS, LU, PT), Arcene (BG), Azzano Decimo (PN), Bagni di Lucca (LU),  Barga (LU), Bellinzona (Canton Ticino), Bedonia (PR), Borgosesia (VC), Breno (BS), Broni (PV),  Bussoleno (TO), Caglio (CO), Campagna di Milano, Canal di Grivò (UD), Canavese (TO), Candelo (BI),  Cantavenna Monferrato (AL), Canzo (CO), Capodistria (Istria), Cartigliano (VI),  Casale Monferrato (AL), Casnate (CO), Cassano Magnago (VA), Castellanza (VA), Castellazzo Bormida (AL), Chiavazza (BI), Cisterna d’Asti (AT), Collina di Torino, Comeglians (UD), Como, Corcovado (PN), Cosseria (SV), Ferrara, Ferriere (PC), Fossombrone (PE), Galfione (BI), Garfagnana (LU), Genova, Gignod (AO), Giussano (MI), Inveruno (MI), Isola Vicentina (VI), Istria centrale, Ivrea (TO), Lago di Varese, La Morra (CN), Langhe (CN, AT), Leno (BS), Locarno (Canton Ticino), Lomellina (PV), Lucca,  Lunigiana (MS), Macherio (MI), Magnago (MI), Manerbio (BS), Maniago (PN), Mantova, Milano, Modena, Monferrato (AL,AT), Montagnana (PD), Monza, Muggia (TS), Ombriano (CR), Orzinuovi (BS), Ovaro (UD), Padova, Pisa, Pogliano Milanese (MI), Piacenza d’Adige (PD), Piadena (CR), Pieve di Soligo (TV), Pola, Quartier di Piave (TV), Ravenna, Recco (GE), Rovigo,  San Carlo Canavese (TO), San Daniele del Friuli (UD), Sant’Angelo Lodigiano (LO), Sant’Angelo di Piove di Sacco (PD), Sant’Erasmo (VE), San Zenone degli Ezzelini (TV), Sommacampagna (VR), Sovramonte (BL), Spinetta Marengo (AL ), Strà (VE), Suzzolins (PN), Tambre d’Alpago (BL),  Tirano (SO), Torre del Lago (LU), Trens (BZ), Treviso, Val Camonica, Val di Sole (TN), Val di Vara (SV), Valle Imagna (BG),  Val Sugana (TN), Venezia, Venzone (UD), Verona.


>>> 19 ottobre 2010
Il caso "scuola di Adro" fa puntare i riflettori su uno dei simboli padanisti più conosciuti ed importanti
IL SOLE DELLE ALPI "SIMBOLO DI PARTITO"? NO: UN SIMBOLO PADANO. DA SECOLI
Facciate di palazzi, capitelli, dipinti, cancelli, abiti, decorazioni. Specialmente nelle regioni padano-alpine, da secoli il "Sole" si può trovare ovunque
Il fatto che il nuovo polo scolastico comunale di Adro sia stato intitolato a Gianfranco Miglio e decorato con centinaia di Sole delle Alpi, se da un lato ha scatenato una prevedibile reppresaglia centralista romanofila, dall'altro è stata un'occasione per ricordare o far scoprire all'opinione pubblica padana e non che il Sole delle Alpi non è un simbolo inventato dalla Lega, non è il suo simbolo elettorale, ma è un elemento decorativo con un'origine antichissima, per molti versi misteriosa. Lo si può trovare prevalentemente in Padania e nelle regioni alpine, ma anche in altre regioni d'Europa e persino in medio ed estremo oriente. Riportiamo qui di seguito un brano redatto dall'Associazione Culturale "Libera Compagnia Padana" che parla dell'origine e del significato di questo simbolo: "Graficamente, il Sol è costituito da sei petali disposti all'interno di un cerchio il cui raggio fornisce la cadenzatura dell'intera costruzione. Il segno è estremamente famigliare e la sua presenza è tanto continua e quotidiana da farne forse dimenticare i molteplici significati più antichi e profondi. In realtà, esso è un autentico concentrato di simbologie dotate di grande forza: infatti è contemporaneamente sole, cerchio, ruota, fiore, segno religioso e - naturalmente - la loro intricata commistione e sommatoria di valenze. Il suo nome più usato ripropone il più evidente dei suoi significati: quello di segno solare. Da sempre le rappresentazioni grafiche più diffuse del sole sono un cerchio, un cerchio circondato da raggi, un cerchio con un punto centrale e la cosiddetta "ruota solare", cerchio suddiviso in quattro parti ("croce celtica"), in sei, otto o più parti. La sua personificazione mitologica più antica è Lug ("il luminoso") che anche detto Grianainech ("faccia di sole") e la cui immagine è all'origine di tutti i soli rappresentati come visi umani circondati da raggi che sono comuni nell'iconografia dell’intera area alpina. Nella tradizione celtica, il sole non rappresenta solo la luce e la brillantezza ma anche tutto ciò che è bello, piacevole e splendido. I testi gaelici indicano spesso il sole con la metafora "occhio del giorno"; in irlandese occhio si dice sul, presentando una straordinaria similitudine (soprattutto fonetica) col termine bretone e padano che indica il sole. E' questo un legame che riporta a intriganti accostamenti con la simbologia cristiana (ma anche orientale) e nella quale il Cristo è spesso indicato come Sol justitiae o come Sol invictus. Assai  interessante è anche la coincidenza di una delle figurazioni del sole più comuni e diffuse (cerchio con punto centrale) con un segno di rappresentazione femminile (segno di sesso femminile, di fecondità, della Terra Madre) che riporta al fatto che il sole nelle lingue celtiche e germaniche (e in tutte le lingue indoeuropee antiche) sia di genere femminile. Di derivazione solare è anche la rappresentazione della ruota, presente in tutte le simbologie più antiche. Essa si rapporta al mondo del "divenire" e della creazione continua attorno a un centro immobile. Essa simboleggia anche un luogo sacro (nemeton) circoscritto e difeso che benissimo si adatta alla terra padana racchiusa dai mari e dai monti (e un tempo nota come “Terra di mezzo”) e gravitante su un centro fisico e sacrale: l'etimo di Milano va possibilmente ritrovato secondo alcuni non solo in Mediolanum ma anche in Medionemeton. Il legame solare della ruota è evidente: nel solstizio d'estate ruote infuocate venivano fatte rotolare giù dai monti in un rito che ricorda la "ruota di fuoco" celtica e la sua doppia rotazione. La ruota è attributo di Taranis ("dio della ruota") ed ha la stessa funzione del fulmine di Giove: ancora un simbolo solare che si connette con le coppelle, con le "pietre di tuono" e con tutto l'universo simbolico delle incisioni rupestri alpine. Non è infatti un caso che incisioni di ruote si trovino lungo tutto l'arco delle Alpi. Sul calderone di Gundestrup è rappresentato un guerriero ("servitore della ruota") che tiene sollevata e fa girare la ruota cosmica. Sullo stesso calderone si trova riprodotto anche il Sole delle Alpi. Legato alla ruota è il significato di rotazione che accomuna una vastissima gamma di segni antichissimi: dal triscele (triskel) allo svastica, soprattutto nella sua versione basca di Lau buru ("quattro raggi"). In questo caso la connessione con il Sol non è di tipo grafico (il Sole delle Alpi non ha segni di rotazione) ma può essere ritrovata nel suo processo costruttivo che  avviene mediante successive puntature del compasso sulla circonferenza, che producono un doppio moto rotatorio: quello del compasso e quello della punta sulla circonferenza originaria. In alcune culture locali, il Sol è anche chiamato "Fiore delle Alpi" o "Margherita a sei petali" per il suo aspetto che richiama rappresentazioni stilizzate di crisantemi o di fior di loto che sono però - ancora una volta - simboli solari. I fiori infatti simboleggiano l'energia vitale, la gioia di vivere, la fine dell'inverno. Un segno così carico di metafore come il Sol non poteva non avere anche  profondi significati religiosi o essere ripreso da simbologie cristiane. Risulta facile e immediato il suo accostamento grafico - mediato dalla simbologia solare e da quella della ruota - con il Chrismon, monogramma formato dalle iniziali greche di Cristo, X (chi) e P (rho). Questo somiglia (e forse deriva) dalla runa hagal che significa "contenere il tutto". La ripartizione in sei non può poi non far venire in mente anche il "Sigillo di Salomone" o il Maghen David ("Stella di Davide"). Questo ultimo elemento porta a fare alcune considerazioni sul sei, un numero non in sè ricchissimo di valenze simboliche: è infatti quasi solo ricordato per la creazione del mondo, definita Hexaemeron ("Opera dei sei giorni"). La sua importanza cresce invece di molto se lo si intende come il doppio di tre o come la sommatoria dei primi tre numeri (1+2+3). Il tre è numero sacro per eccellenza, in particolare presso la cultura celtica: qui è nato il concetto religioso di triade e di trinità che è poi passato al Cristianesimo. Come rappresentazione simbolica, il Sole è perciò un ricco intreccio di sovrapposizioni. Per quanto concerne il suo uso storico, il Sole delle Alpi è sicuramente un segno antichissimo: ruote si trovano in tutte le incisioni rupestri proto-storiche dell'arco alpino e dell'Appennino settentrionale. Il suo legame con il mondo celtico e ligure è di tipo simbolico (si tratta - come visto - di significati in gran parte generati da quel mondo e là ampiamente presenti), di tipo geometrico  (la costruzione a cerchi successivi tipica delle geometrie celtiche a intreccio) ed è documentato da numerose presenze archeologiche. La sua fortuna continua nel Medioevo (con particolare ricorrenza nelle decorazioni longobarde) e prosegue ininterrotta fino a oggi. La presenza nell'iconografia longobarda può - in particolare - spiegare la sua attuale diffusione anche nelle Alpi orientali e in molti paesi, abitati da popolazioni di ceppo celto-germanico con esse confinanti. In generale, le ricorrenze più consistenti si hanno - fuori dalla Padania e dall'arco alpino - soprattutto nei paesi celti, celto-romanzi e celto-germanici: Galizia, Catalogna, Occitania, Baviera, Polonia meridionale, Slovenia e Transilvania. Risulta estremamente interessante considerare il tipo di uso piuttosto peculiare che ne  è stato fatto e che denota una notevole costanza nel tempo e nello spazio. Innanzitutto si deve notare che il Sol non ha mai avuto utilizzi "nobili": esso non esiste nell'araldica nobiliare e se ne trovano tracce solo insignificanti su manufatti (architetture, monumenti, decorazioni eccetera) aulici prodotti da culture dominanti. La sua diffusione è invece incredibilmente massiccia e capillare nell'arte e nell'iconografia popolare: esso orna gli edifici più modesti, decora i costumi popolari e - soprattutto - gli utensili e gli oggetti della vita quotidiana. Lo si ritrova costantemente - ad esempio - sugli stampi per il burro, sui mobili, sui finimenti degli animali e sugli attrezzi di lavoro con particolare rilevanza in tutti i manufatti che sono vitali per la comunità. La sua particolare fattura geometrica ne fa un segno "di incisione" e di decorazione pittorica che meglio si presta all'utilizzo della pietra, del legno e dello stucco. Per questo motivo, lo si trova soprattutto nelle aree deve questi materiali sono dominanti e, quindi, in Padania. La sua diffusione deve molto anche allo speciale procedimento di tracciamento che richiede l'impiego esclusivo del compasso (strumento di scalpellini e falegnami) che non può non richiamare taluni dei significati simbolici di questo strumento: nei riti iniziatici delle corporazioni "del legno e della pietra" le punte del compasso univano il cuore dell'iniziato a quelli di tutti gli altri sodali. Questo legame con il compasso (che fa sì che il segno sia sempre "uguale a sè stesso" e immutabile) serve anche a spiegare la grande diffusione della versione con la circonferenza "a petali". Il Sol è segno essenzialmente grafico: non ha un suo colore specifico. Esso è raffigurato nelle più varie monocromie e anche policromie. Si può sicuramente con tutto ciò affermare che si tratta del segno più diffuso anche in Padania nella cultura subalterna, in quella cultura popolare contadina, montanara e artigiana che è ancora radicata e ricca, e che rappresenta il più forte e vitale tessuto connettivo del paese. Nell’araldica identitaria, il Sole è presente nella bandiera dei Brigaschi, delle Valli francoprovenzali e dei Cimbri della Provincia di Verona."

>>> 22 novembre 2009
La "Libera Compagnia Padana" organizza un importante convegno a Belgirate (VB)
150 ANNI DI "UNITA' D'ITALIA": COSA C'E' DA FESTEGGIARE?
Fra i relatori anche Romano Bracalini, Gilberto Oneto e Lorenzo del Boca
Se ne parlerà in un Convegno organizzato da La Libera Compagnia Padana domenica 29 novembre 2009, alle ore 15,00, all’Hotel Villa Carlotta di Belgirate (VB). Sono stati invitati gli storici e studiosi che fanno firmato l’appello “Più verità e meno retorica sul Risorgimento”, già pubblicato su numerosi periodici. “Il centocinquantesimo dell’unità rischia di ridursi a una sbrodolata di retorica, a un’altra occasione per ribadire luoghi comuni ma anche omissioni e menzogne storiche. Rischia di essere una parata di cerimonie ufficiali, frequentate da azzimati spettatori pagati e da scolaresche cooptate; un diluvio di discorsi politicamente corretti; la ripetizione di patriottici mantra. Noi vorremmo invece che la ricorrenza possa essere occasione per una analisi serena degli avvenimenti storici, per affrontare silenzi, reticenze e veri e propri occultamenti di prove e di cadaveri. I tempi sono maturi per farlo. Un secolo e mezzo di tempo dovrebbe aver sopito anche le passioni più accese, sicuramente quelle in buona fede. Vorremmo che si facesse finalmente anche da noi quello che – ad esempio – in America si è cominciato a fare appena qualche anno dopo la fine dalla loro guerra civile: esaminare gli avvenimenti e i ruoli con obiettività ed onestà. Purtroppo invece le interpretazioni, le giustificazioni, le verità “ufficiali” continuano a viziare la versione corrente della nostra storia. Noi chiediamo che le risorse impegnate in inutili e vacue cerimonie, in comitati paludati, vengano devolute in iniziative di chiarezza, di confronto, di divulgazione di verità non più coperte dalla ragion di Stato. Noi chiediamo che sia fatta giustizia sui vincitori e sui vinti, e su tutti quelli che sono stati presi in mezzo.”. Relatori: Francesco Mario Agnoli, Franco Bampi, Ettore Beggiato, Romano Bracalini, Elena Bianchini, Lorenzo Del Boca, Gigi Di Fiore, Paolo Gulisano, Adolfo Morganti, Gilberto Oneto, Sergio Salvi. Belgirate è raggiungibile in treno (linea Milano-Domodossola), in autobus da Milano e da Novara, e in automobile (autostrada Voltri-Sempione, uscite di Castelletto, Meina o Carpugnino). Villa Carlotta si trova appena a nord del paese, sul lungolago (statale del Sempione). É possibile pernottare, pranzare o cenare nell’albergo che ospita il convegno a prezzo convenzionato. Le prenotazioni vanno fatte direttamente all’Hotel Villa Carlotta (Tel. 0322-77696) citando la partecipazione al convegno.


>>> 15 novembre 2009
Apriamo gli occhi, prima che sia troppo tardi. Il tasso di natalità degli extracomunitari di fede islamica è il doppio del nostro
IL NOSTRO FUTURO E' A RISCHIO: PADANIA CRISTIANA, MAI MUSULMANA!
Con l'alibi della libertà religiosa, l'Islam ci invade in silenzio. Molti diritti, pochi doveri, poca integrazione e tanta arroganza
La libertà religiosa non c'entra nulla. Non stiamo parlando del sacrosanto diritto di ciascun essere umano di praticare la propria religione. Qui ormai si parla di una religione, quella islamica, che a differenza di altre religioni ha un forte impatto anche a livello sociale e politico e che tende sempre ad imporsi sulle altre in modo non proprio democratico, anzi. Ma quando si affronta questo problema, da sinistra si alzano accuse di razzismo, adducendo il fatto che sarebbe doveroso da parte nostra concedere spazi per la costruzione di luoghi di culto per le religioni diverse da quella cristiana. Certo, ma si dimentica sempre un importante differenza: le moschee non sono come le nostre chiese, sono soprattutto centri politico-culturali dove si indottrinano i fedeli e dove, troppo spesso, l'imam (che è anche guida politica della comunità musulmana locale) incita alla lotta contro la civiltà occidentale e il Cristianesimo. E lo fa in arabo, mai in italiano o in altre lingue occidentali. Per le nostre forze dell'ordine diventa impossibile controllare ed eventualmente segnalare gli imam integralisti.


>>> 2 ottobre 2009
Nel 1988 il governo comunista cinese cominciò una durissima repressione del dissenso. 4 giugno 1989: tragica carneficina a Piazza Tien-An-Men
1989-2009: VENT'ANNI CADEVA IL MURO DI BERLINO. MA NON LO SPETTRO DEL COMUNISMO
Vent'anni dopo in Cina il fuoco della Libertà non si è ancora spento sotto la cenere. Lo scrittore Liu Xiaobo, dal carcere, chiede libertà e riforme
Sono passati 20 lunghi anni da quella stagione che ha insanguinato mezzo mondo, portando alla caduta della famigerata "cortina di ferro" e alla caduta di quasi tutti i regimi comunisti sparesi per il globo. Tuttavia la lotta per la democrazia e per i diritti civili, che è ancora lunga e dura, pare sia stata completamente dimenticata dalla "nostra" sinistra, rappresentata dal P.D. e da qualche cespuglio residuale del comunismo extraparlamentare. E' come se il passato scomodo del P.C.I. - P.D.S. - D.S. - P.D., partendo dai crimini commessi dalle Brigate Garibaldi nel 1943-45, passando per le Brigate Rosse, per i finanziamenti al PCI provenienti da Mosca negli anni 60-70-80, fino alla disfatta alle elezioni politiche del 1994, fossero macigni dal peso insopportabile, il peggio dei peggiori scheletri nell'armadio. Ogni occasione è buona per dimostrare come i "nipotini di Stalin" abbiano la coscienza sporca ed abbiano mantenuta intatta la loro proverbiale la tendenza a deformare la verità storiche. La caduta del muro di Berlino, edificato nottetempo (non dimentichiamolo mai) dalla DDR per volere dei sovietici nel 1961 e la conseguente caduta dell'ideologia comunista, per i "compagni" diventa magicamente la "fine del socialismo reale". Essì, il comunismo per loro era "socialismo reale", termine coniato ad hoc, forse in riferimento agli odiati socialisti di Craxi. Le repressioni in Cina erano (sono!) solo "azioni preventive legittime per garantire la sicurezza nazionale". I crimini commessi a Cuba dal regime di Fidel Castro erano (sono!) "casi isolati, sempre strumentalizzati dagli USA", che ovviamente "hanno ridotto alla fame l'isola con il loro embargo". Per non parlare della Corea del Nord, vera spina nel fianco del comunismo nostrano, con le sue ridicole parate in stile sovietico e minacciose esercitazioni militari organizzate all'alba del terzo millennio. La "nostra" sinistra su queste cose tace, non si dissocia, fa finta di non sentire e di non vedere, passa oltre anzi, colta in castagna tenta di distrarre la gente dal problema della democrazia negata, scegliendo la strada dell'attacco personale e della ridicolizzazione dell'avversario, anzi, del nemico, che diventa egli stesso il tiranno, il fascista, l'antidemocratico. Il copione è sempre lo stesso, quello bolscevico. Per non parlare del grande imbarazzo provato a sinistra con l'elezione di Barak Hussein Obama a Presidente degli Stati Uniti d'America. Obama non è un semplice immigrato di colore (magari islamico) divenuto presidente degli USA, come la nostra sinistra ha tentato di dipingere in modo trionfale per mesi. Il Partito Democratico americano, come del resto gli altri partiti socialdemocratici occidentali, non ha in sé alcun gruppo o corrente anti-NATO e antioccidentale, quindi le missioni militari in Iraq e Afghanistan sono state confermate in pieno, anzi rafforzate, proprio dal "compagno" "immigrato" "musulmano" "di colore" Barak Hussein Obama. Siamo al ridicolo. Abbiamo una sinistra che deforma in continuazione la realtà e che non ha nulla a che fare, purtroppo, con gli altri partiti e movimenti socialdemocratici europei ed internazionali, con i quali, guarda caso, spesso non si trova in sintonia proprio sui temi di diplomazia e sicurezza internazionale. Insomma, la "nostra" sinistra mantiene ancora oggi tutti i caratteri di quella sinistra comunista illiberale, stalinista, antidemocratica e antioccidentale che dal 1917 si è sporcata con il sangue di milioni di persone innocenti. Altro caso eclatante: negli ultimi 2 anni i media controllati dalla sinistra nostrana hanno gridato allo scandalo per gli ottimi rapporti personali che intercorrono fra Berlusconi e Putin (ex capo del KGB, ma per PD & compagnia ci sono Russi e Russi...) ed hanno tentato invano di nascondere il grido di libertà dello scrittore cinese dissidente Liu Xiaobo, recentemente incarcerato dal regime comunista cinese per aver redatto, con altri intellettuali anch'essi fuggiti, esisliati o imprigionati, la "Carta 08", una sorta di appello disperato rivolto al regime, un manifesto che proponeva una serie di riforme istituzionali liberali Chi ama la Libertà sta con Liu Xiaobo e con tutti i dissidenti sparsi per il mondo che pagano a caro prezzo la voglia di Libertà e di Democrazia. Noi saremo sempre con loro, contro i vari regimi antidemocratici del passato e del presente e soprattutto contro i loro servitori.


Bibliografia padanista

Libri sul cosiddetto "risorgimento"
Zitara, Nicola L’unità d’Italia. Nascita di una colonia Milano: Jaca Book, 1971 • 149 pagine
Alianello, Carlo La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale Milano: Rusconi, 1972 • 279 pagine
Costa Cardol, Mario Venga a Napoli signor conte. Storia poco nota del nostro risorgimento Milano: Mursia, 1986 • 459 pagine
Costa Cardol, Mario Ingovernabili da Torino. I tormentati esordi dell’unità d’Italia Milano: Mursia, 1989 • 373 pagine
Pagliai, Otello Un fiorentino sul trono dei Savoia Firenze: Arnaud, 1989 • 338 pagine
Costa Cardol, Mario Va pensiero… su Roma assopita. Storia italiana 1866-1876 Milano: Mursia, 1993 • 213 pagine
Rocca, Gianni Avanti Savoia! Miti e disfatte che fecero l’Italia 1848-1866 Milano: Mondadori, 1993 • 334 pagine
Bracalini, Romano Cattaneo. Un federalista per gli Italiani Milano: Mondadori, 1995 • 237 pagine
Montanari, Gian Carlo I fedelissimi del Duca. La Brigata Estense Modena: Il Fiorino, 1995 • 63 pagine
Ciano, Antonio I Savoia e il massacro del Sud Roma: Grandmelò, 1996 • 255 pagine
Schiavone, Giuseppe Massoneria Risorgimento Democrazia Foggia: Bastogi, 1996 • 140 pagine
Fucci, Franco Radetzky a Milano Milano: Mursia, 1997 • 231 pagine
Del Boca, Lorenzo Maledetti Savoia Casale M: Piemme, 1998 • 286 pagine
Pellicciari, Angela Risorgimento da riscrivere Milano: Ares, 1998 • 323 pagine
Beggiato, Ettore 1866: La grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia Venezia: Editoria Universitaria, 1999 • 67 pagine
Gremmo, Roberto La prima strage di stato. Le "giornate di sangue" di Torino del 21 e 22 settembre 1864 Biella: Storia ribelle, 1999 • 222 pagine
Izzo, Fulvio I lager dei Savoia Napoli: Controcorrente, 1999 • 207 pagine
Martucci, Roberto L’invenzione dell’Italia unita 1855-1864 Milano: Sansoni, 1999 • 507 pagine
Gulisano, Paolo O Roma o Morte! Pio IX e il Risorgimento Rimini: Il Cerchio, 2000 • 165 pagine
Keyes O’Clery, Patrick La rivoluzione italiana Milano: Ares, 2000 • 779 pagine
Pellicciari, Angela L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata Casale: Piemme, 2000 • 287 pagine
AA.VV. La storia proibita. Quando i Piemontesi invasero il Sud Napoli: Controcorrente, 2001 • 286 pagine
Bracalini, Romano L’Italia prima dell’unità Milano: Rizzoli, 2001 • 318 pagine
Nicoletta, Antonio E furon detti briganti. Mito e realtà della conquista del Sud Rimini: Il Cerchio, 2001 • 128 pagine
Pappalardo, Francesco Il mito di Garibaldi Casale: Piemme, 2002 • 252 pagine
Del Boca, Lorenzo Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento Casale: Piemme, 2003 • 281 pagine
Pellicciari, Angela I panni sporchi dei Mille Roma: Liberal Edizioni, 2003 • 206 pagine
Costantini, Alberto Soldati dell’Imperatore. I lombardo-veneti dell’Esercito Austriaco Collegno: Chiaramonte Editore, 2004 • 442 pagine
Di Fiore, Gigi I vinti del Risorgimento Torino: UTET, 2004 • 362 pagine
Fracassetti, Eugenio Risorgimento e federalismo Venezia: Editoria Universitaria, 2004 • 215 pagine
Bianchini Braglia, Elena (a cura di) La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia Modena: Terra e Identità, 2005 • 95 pagine
Gremmo, Roberto Montanari contro il tricolore Biella: Storia Ribelle, 2005 • 240 pagine
Oneto, Gilberto L’iperitaliano. Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi Rimini: Il Cerchio, 2006 • 324 pagine

Libri su federalismo e autonomismo
Salvi, Sergio Le nazioni proibite Firenze: Vallecchi, 1973 • 623 pagine
Salvi, Sergio Patria e Matria. Il principio di nazionalità nell’Europa occidentale contemporanea Firenze: Vallecchi, 1978 • 179 pagine
Miglio, Gianfranco Una costituzione per i prossimi trent’anni Bari: Laterza, 1990 • 179 pagine
Kellas, James G. Nazionalismi ed etnie Milano: Il Mulino, 1991 • 240 pagine
Miglio, Gianfranco Disobbedienza civile Milano: Mondadori, 1993 • 85 pagine
Morra, Gianfranco Breve storia del pensiero federalista Milano: Mondadori, 1993 • 178 pagine
Putnam, Robert La tradizione civica delle regioni italiane Milano: Mondadori, 1993 • 279 pagine
Buchanan, Allen Secessione. Quando è perché un paese ha il diritto di dividersi Milano: Mondadori, 1994 • 281 pagine
Nock, Albert Jay Il nostro nemico, lo Stato Macerata: Liberilibri, 1994 • 141 pagine
Tremonti, Giulio e Giuseppe Vitaletti Il federalismo fiscale Bari: Laterza, 1994 • 163 pagine
Albertoni, Ettore (a cura di) Il federalismo nel pensiero politico e nelle istituzioni Milano: URED, 1995 • 324 pagine
Bassani, Luigi Marco, William Stewart e Alessandro Vitale I concetti del federalismo Milano: Giuffrè, 1995 • 562 pagine
Connor, Walker Etnonazionalismo. Quando e perché emergono le nazioni Bari: Dedalo, 1995 • 336 pagine
Petruccone, Claudia (a cura di) Federalismo e autonomia in Italia dall’unità a oggi Bari: Laterza, 1995 • 337 pagine
De Benoist, Alain L’impero interiore. Mito autorità potere nell’Europa moderna e contemporanea Firenze: Ponte alle Grazie, 1996 • 188 pagine
De Fiores, Claudio e Daniele Petrosino Secessione Roma: Ediesse, 1996 • 139 pagine
Ohmae, Kenichi La fine dello Stato-nazione Milano: Baldini & Castoldi, 1996 • 300 pagine
Renan Ernest e Murray Rothbart Nazione cos’è Treviglio: Facco, 1996 • 72 pagine
Salin, Pascal La tirannia fiscale Macerata: Liberilibri, 1996 • 289 pagine
Schiattone, Mario Alle origini del federalismo italiano Bari: Edizioni Dedalo, 1996 • 176 pagine
Miglio, Gianfranco e Augusto Barbera Federalismo e secessione Milano: Mondadori, 1997 • 191 pagine
Miglio, Gianfranco e Marcello Veneziani Padania Italia. Lo stato nazionale è soltanto in crisi o non è mai esistito? Firenze: Le Lettere, 1997 • 111 pagine
Miglio, Gianfranco Federalismi falsi e degenerati Milano: Sperling & Kupfer, 1997 • 197 pagine
Nicosia, Fabio Massimo Il diritto di essere liberi Treviglio: Facco, 1997 • 126 pagine
Proudhon , Pierre-Joseph Sovranità popolare e diritto di secessione Padova: Edizioni Sapere, 1997 • 118 pagine
Elazar, Daniel Idee e forme del federalismo Milano: Mondadori, 1998 • 272 pagine
Miglio, Gianfranco L’asino di Buridano Vicenza: Neri Pozza, 1999 • 104 pagine
Hoppe, Hans-Hermann Abbasso la democrazia. L’etica libertaria e la crisi dello stato Treviglio: Leonardo Facco Editore, 2000 • 82 pagine
Pasqui, Giorgio Andrea L’attualità di Emile Chanoux nella prospettiva federalista Aosta: Le Château, 2004 • 190 pagine
Piombini, Guglielmo Prima dello stato. Il medioevo della libertà Treviglio: Leonardo Facco Editore, 2004 • 168 pagine
Jefferson, Thomas Federalismo e democrazia Milano: Libero CEL, 2005 • 159 pagine
Bodrero, Antonio e Roberto Gremmo L’oppressione culturale italiana in Piemonte Ivrea: BS, 1978 • 39 pagine
Vimercati, Daniele I Lombardi alla nuova crociata Milano: Mursia, 1990 • 168 pagine
Bossi, Umberto e Daniele Vimercati Vento del Nord Milano: Sperling & Kupfer, 1992 • 204 pagine
Gatterer, Claus Bel paese brutta gente Bolzano: Praxis 3, 1992 • 374 pagine
Gatterer, Claus Italiani maledetti, maledetti austriaci Bolzano: Praxis 3, 1992 • 309 pagine
Gremmo, Roberto Contro Roma Biella: Storia ribelle, 1992 • 335 pagine
Miglio, Gianfranco Come cambiare. Le mie riforme Milano: Mondadori, 1992 • 113 pagine
Bossi, Umberto e Daniele Vimercati La rivoluzione. La Lega: storia e idee Milano: Sperling & Kupfer, 1993 • 218 pagine
Bartoldo, Gustin Kustion veneta. Appunti dalla discussione sul progetto autonomista Verona: ?, 1994 • 144 pagine
Gatterer, Claus In lotta contro Roma Bolzano: Praxis 3, 1994 • 1581 pagine
Miglio, Gianfranco Io, Bossi e la Lega Milano: Mondadori, 1994 • 96 pagine
Bossi, Umberto Tutta la verità Milano: Mondadori, 1995 • 238 pagine
Gremmo, Roberto Il separatismo in Valsusa Biella: ELF, 1995 • 255 pagine
Bossi, Umberto Il mio progetto. Discorsi su federalismo e Padania Milano: Sperling & Kupfer, 1996 • 164 pagine
Spataro, Mario Il separatismo siciliano fra il 1943 e il 1945 Napoli: Ass. Cult. Nazione Napoletana, 1996 • 34 pagine
Stella, Aldo Storia dell’Autonomia trentina Trento: Edizioni LCT, 1997 • 154 pagine
Bossi, Umberto e Daniele Vimercati Processo alla Lega Milano: Sperling & Kupfer, 1998 • 184 pagine
Tourn, Giorgio I Valdesi. La singolare vicenda di un popolo-chiesa Torino: Claudiana, 1999 • 304 pagine
Zitara, Nicola Negare la negazione. Introduzione al Separatismo Rivoluzionario Reggio Calabria: La Città del Sole, 2001 • 159 pagine



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