
Lega Nord 








Mentre
si spendono e spandono milioni di euro per le celebrazioni del
cosiddetto 150° anniversario della cosiddetta "unità d'Italia", c'è
ancora una Regione che incredibilmente non ha ancora la sua bandiera
ufficiale. La nostra, la Lombardia!
Il 17 marzo 2011 sarà festeggiato in pompa
magna il cosiddetto 150° anniversario della cosiddetta "Unità
d'Italia". Al di là dell'immancabile grande spreco di soldi (che solo
grazie alla Lega è stato contenuto al massimo) e delle cerimonie
retoriche, quel che ci importa è ricordare il lavaggio del cervello che
per questi 150 anni i Popoli Padani (e non) hanno dovuto subire, ad esempio,
nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle caserme, nei pubblici
uffici. Un oceano di falsità patriottarde che a metà del XX secolo ha
invaso, con l'avvento della TV, le case di milioni di persone, tenute
all'oscuro, come nel peggiore dei regimi, di quanto era accaduto e di
quanto stava accadendo nella cosiddetta "Italia", regno prima,
repubblica poi. Nell'immaginario collettivo, da Nord a Sud, in 150 anni
non si è creato alcun senso comune di appartenenza, se non
calcisticamente parlando (cosa anche questa venuta meno recentemente).
In pratica, alla parola "Italia" (pura e semplice espressione
geografica, come disse Metternich al Congresso di Vienna nel 1815), la
gente comune associa il proprio territorio (Comune, distretto,
Provincia, Regione, al massimo Nord, Centro 0 Sud), senza
conferire al termine quel significato più ampio che avrebbero voluto
darle i cosiddetti "padri della Patria", ovvero gli abili e astuti
strateghi conquistatori Piemontesi che comunque, come dimostrano la
quasi totalità dei documenti storici, si sarebbero "accontentati" della
conquista della Padania, al massimo di Roma e del Lazio, lasciando il
caotico e arretrato Sud e la Sicilia ai Borboni. E questo la dice lunga
sull'operazione di conquista organizzata dalla dinastia dei Savoia, che
dalla metà del XIX secolo, con l'appoggio di Francia ed
Inghilterra (e relativa massoneria), cacciarono gli austriaci Asburgo
dalla Padania, i Papi dal Centro e da Roma e i Borboni dal Sud. I
Popoli, da Nord a Sud, furono consultati in merito all'annessione al
Regno savoiardo (non sempre, non ovunquee spesso sotto la minaccia
delle baionette) in occasione dei cosiddetti "plebisciti". Una farsa
spacciata per scelta libera e democratica. Così nacque il
Frankenstein chiamato "Italia", che per stare insieme si sarebbe dovuto trasformare
al più presto in uno stato federale, come propose Carlo Cattaneo, uno
dei pochi pensatori liberi del suo tempo, antiaustriaco ma al contempo
critico verso i Savoia. Invece i Piemontesi optarono per il pugno di
ferro e il centralismo di tipo francese/napoleonico/giacobino. I risultati si
sono visti! Pubblichiamo qui di seguito alcuni
articoli del Prof. Stefano B. Galli pubblicati su La Padania nel 2008 e
nel 2009. Il
Prof. Galli è ricercatore e insegna Storia delle Dottrine Politiche
nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di
Milano. Le sue ricerche riguardano il pensiero politico italiano ed
europeo tra il XVIII e il XX Secolo, con particolare attenzione ai temi
del giusnaturalismo e dell’illuminismo, del costituzionalismo e del
federalismo. Ha curato la raccolta degli scritti dell’illuminista
trentino Carl’Antonio Pilati "La Chiesa non è uno Stato" (Roma, 2002);
ha
pubblicato, di recente, "Le alchimie del federalismo" (Firenze, 2005) e
"From New York to Bergen Belsen" (New York, 2006). È socio
dell’Accademia
degli Agiati di Rovereto.
Il
tema dell’identità italiana è sempre stato molto caro a Ernesto Galli
della Loggia. È uno dei temi privilegiati della sua attività
scientifica e anche giornalistica. Così il professore non ha esitato,
martedì 22 luglio scorso, a pubblicare, sulle colonne del “Corriere
della Sera”, un lungo editoriale dedicato appunto all’identità
italiana. La cultura come risorsa: questo è il titolo dell’editoriale
in cui Galli della Loggia sostiene che dietro le interpretazioni
deliberatamente confinate in un ambito economico connesse al declino
del Paese c’è qualcosa di più. C’è “il venir meno - scrive - di
un’energia interiore, il perdersi del senso e delle ragioni del nostro
stare insieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato
il primo alle seconde”. Che le ragioni della socialità abbiano
subito un generalizzato arretramento non è una novità; forse non sono
mai esistite. L’essere comunità politica non ha mai prodotto infatti
una specifica identità italiana, così sfilacciata nella sua dimensione
ideologica, del tutto priva di quel senso civico che dovrebbe
costituirne l’elemento essenziale. Perché l’idea dell’Italia non ha mai
poggiato su una dimensione culturale e morale unitaria, ma su
un’articolazione differenziata della sua realtà identitaria.
Un’articolazione che affonda le proprie radici nella storia fortemente
autonomistica di questo Paese, contro la quale s’impose il maldestro
disegno militare e politico della monarchia sardo-piemontese, nel
deliberato tentativo - peraltro non riuscito - di creare una nazione,
secondo le sollecitazioni dottrinarie e istituzionali del secolo
decimonono. E tuttavia l’unità nazionale non ha risolto il problema
dell’identità nazionale: “Abbiamo finto - ha scritto il compianto
Giorgio Rumi - che la legge 17 marzo 1861 avesse istituito una nazione
e non semplicemente un regno” dall’identità “melliflua”.Si avverte
la sensazione - osserva preoccupato il professor Galli della Loggia -
che, oggi, “le differenze sociali, culturali e quindi geografiche tra
le varie parti della penisola si stanno approfondendo”. Per la verità
tali differenze sono sempre esistite e sono sempre state assai
profonde. Non occorre ricordare, in tal senso, l’esito di un recente
sondaggio già analizzato su queste stesse colonne. Vi sarà una ragione
se sette italiani su dieci (a livello nazionale) farebbero a meno
dell’unità nazionale, che ritengono una realtà storica oggi
modificabile; se un italiano su due ritiene che sia necessario
regionalizzare fortemente il Paese; se otto italiani su dieci provano
un forte meccanismo di identificazione su base territoriale e non
nazionale; se il 75 per cento non ritiene l’idioma nazionale e il 76
per cento non considera lo Stato nazionale elementi identitari; se un
italiano su due vede nell’assenza del senso civico il peggior difetto
degli italiani. Non è un caso, insomma, se l’unificazione
linguistica e culturale di questo Paese l’ha fatta la tivù nel corso
degli anni Sessanta e Settanta, vale a dire meno di mezzo secolo
fa. Non è un
caso se il risveglio dell’identità nazionale si verifica
solamente in occasione dei successi dell’Italia pallonara, concreta
testimonianza della fragilità di un tessuto connettivo labile e
sfilacciato. Perfino dietro la scrittura di Gabriele d’Annunzio -
ineguagliato Vate del nazionalismo fascista - c’è la consapevolezza
(basta ricordarsi di qualche personaggio dei suoi romanzi: Andrea
Sperelli, Giorgio Aurispa, Claudio Cantelmo, Stelio Effrena) che la
cultura italiana, intesa in senso unitario, trae la propria legittimità
da uno specifico localismo identitario, frutto della sedimentazione di
valori e gerarchie che derivano dall’ordine politico e sociale
determinato dalla storia e dalla tradizione. Sapere, Passato e
Bellezza sono gli elementi, strettamente interconnessi e
interdipendenti, che costituiscono - secondo Galli della Loggia - il
cuore dell’identità italiana e “hanno portato il nome italiano oltre
ogni confine”. Sapere vuol dire istruzione e cultura, Passato vuol dire
storia, Bellezza vuol dire senso estetico. Ma il turista straniero non
viene genericamente in Italia, viene piuttosto a Venezia, a Firenze, a
Milano, a Torino; anche a Roma e a Napoli. V’è cioè una unicità
assoluta e specifica nella varietà della ricchezza estetica complessiva
del Paese; una unicità che - lo segnalano recenti studi - porterà alla
valorizzazione economica di tale ricchezza. Pagare il biglietto per
vedere piazza San Marco o piazza della Signoria non è un delitto e
neppure un abuso, ma la giusta valorizzazione dell’unicità estetica del
campanile sul quale garrisce al vento il glorioso vessillo di San
Marco. Da
anni Galli della Loggia lamenta la “morte” di una patria che, tuttavia,
si è esaltata, nel passato, e si esalta oggi nella sua pluralità di
volti e di culture dei suoi campanili, dei suoi municipi, delle sue
città; elementi che costituiscono una grande risorsa per il futuro. Il
senso dello stare insieme nell’ambito di una comunità politica
nazionale non è emerso e neppure s’è rivelato nei primi sessant’anni di
storia della repubblica, dominati dalla difficoltà di trovare qualche
elemento unitario, nei fatti inesistente. Ciò ha indubbiamente
decretato il fallimento di un progetto politico. Dove si rintracciano,
infatti, quelle virtù civiche che dovrebbero sostenere l’idea di
patria? Nella “storia contrastata ma viva, fertile e felice” della
Prima Repubblica? È discutibile, anche perché, nella sua accesa
conflittualità, pure lo Stato dei partiti non è riuscito a trovare uno
spirito patriottico e unitario, che non fosse quello della logica
compromissoria e consociativa del “bipartitismo imperfetto”. Le radici
della socialità si rintracciano, piuttosto, in quella che Putnam ha
definito la tradizione civica delle unità regionali della penisola. La
politica, nel senso più alto e più nobile del termine, è un atto
profondamente creativo, ce lo ha spiegato Aristotele: è intelligenza, è
capacità di gestire il presente, governare il mutamento, pensare e
progettare il futuro. Allora, il talento - tutto “italiano” - che si
manifesta nella “fantasia di costruzioni istituzionali e sociali, solo
in forza del legame che riesce a mantenere con il cuore della sua
storia” ineluttabilmente e inevitabilmente conduce alla valorizzazione
delle identità territoriali differenziate che solo in una articolazione
di tipo federale può trovare la sua più adeguata espressione. Secondo
Galli della Loggia è diffusa “la consapevolezza deprimente che da anni
siamo fermi, non facciamo, non creiamo, non costruiamo nulla
d’importante, così come non risolviamo nessuno dei problemi che ci
affliggono”. Un Paese così malconcio ha bisogno di “riprendere il filo
della sua vicenda in quanto nazione”, certo; ma una nazione composta e
articolata da identità differenziate e su base territoriale e
comunitaria. Per invertire la china discendente, occorre partire dalle
radici autonomistiche e cioè dalle realtà territoriali identitarie e
dalle comunità politiche culturalmente differenziate che definiscono
l’articolazione del Paese e sono un prodotto della sua storia. Occorre
ripartire da qui perché qui si trovano il senso e l’identità delle sue
plurime vocazioni comunitarie, che sono le identità negate dalla storia
unitaria. Bisogna insomma saldare i conti con la storia, riannodarne i
fili smarriti e non visti, riscoprire la grande ricchezza policentrica
che abita nella varietà e nella differenza: questo è il “baricentro”
politico e culturale che proietta il paese verso una “meta”, quella del
federalismo. Questa è la “scossa” che bisogna dare al Paese per la sua
rigenerazione sotto mutate sembianze istituzionali, quelle federali.
Gli
avversari del federalismo sono sempre tanti, forse troppi. Uno,
tuttavia, merita rispetto per il suo comportamento corretto e leale. Si
tratta del professor Domenico Fisichella, messinese, monarchico,
teorico - nei primi anni Novanta - della nascita di Alleanza nazionale,
ordinario di Dottrina dello Stato e di Scienza politica alla Sapienza
di Roma, senatore per quattro legislature (le prime tre con la Casa
delle Libertà, la quarta nella lista della Margherita), vicepresidente
del Senato per una decina d’anni e ministro dei Beni culturali e
ambientali nel primo governo Berlusconi. Già nel 2004, Fisichella
aveva pubblicato un pamphlet, che raccoglieva alcuni suoi interventi al
Senato, esplicitamente intitolato Contro il federalismo. Adesso ha
appena dato alle stampe - con il medesimo editore, Pantheon - La
questione nazionale, ideale continuazione del primo volumetto.
L’analisi del federalismo, da parte di Fisichella, poggia su un
consolidato approccio politologico: per questa ragione, pur concedendo
all’avversario l’onore delle armi, è necessario contrapporsi a essa con
rigore e con fermezza. Anche per rettificare talune interpretazioni
della storia d’Italia infondate, improprie e fuorvianti, finalizzate a
legittimare la persistenza di uno Stato centralista, ormai destinato a
concludere il suo ciclo storico. Secondo Fisichella, la questione
nazionale è l’unico tema culturale e istituzionale che oggi richiede un
impegno attivo, esige cioè una “grande battaglia intellettuale e
morale, sola base ideale e civile per affrontare con qualche speranza
di successo nel nostro Paese e per il nostro Paese sia le grandi sfide
che lo attendono nella scena interna e internazionale sia gli
innumerevoli fattori che lo stanno conducendo alla completa
dissoluzione”. La partenza del ragionamento è incerta sin dalle prime
righe del pamphlet: perché Fisichella adotta il termine Paese e non fa
riferimento alla “nazione” oppure alla “patria”? Semplicemente perché
nazione e patria sono due categorie profondamente contraddittorie nella
cultura politica italiana. Dal punto di vista storico, politico e
culturale, esiste una profonda asimmetria, una radicale divaricazione -
che affonda le proprie radici nell’atto stesso dell’Unità - tra
l’identità italiana e l’identità nazionale. Lo Stato può anche nascere
per decreto, come avvenne il 17 marzo 1861. Ma l’identità culturale
unitaria che, necessariamente, dovrebbe sostenerlo non può nascere per
decreto. Neppure i tentativi di generarla, ricorrendo al sistema
scolastico e ai processi di acculturazione, a una legislazione
unificata e alle istituzioni unitarie, hanno mai sortito effetti
significativi in tal senso. Al di sotto di questo Stato, creato solo
con una sorta di atto notarile, c’è sempre stata un’identità nazionale
articolata e composta da plurime realtà identitarie territoriali. Più
che di un’identità italiana “melliflua”, come l’aveva definita il
compianto Giorgio Rumi, bisogna parlare di un’identità nazionale
inesistente. Questo è il problema di
fondo: identità italiana e
identità nazionale non corrispondono affatto. Ciò dimostra - dal
punto di vista dottrinario - che è molto difficile, forse pressochè
impossibile, creare la nazione dopo aver fondato uno Stato; la nazione
preesiste rispetto allo Stato, che si configura come la sua
rappresentazione politica e istituzionale. Ciò dimostra altresì che il
federalismo, contrariamente a quel che pensa Fisichella (che lo ritiene
“privo di fondamento” nella realtà storica italiana!), è scolpito nel
dna culturale - concretamente vivo e pulsante - di questo Paese; ora si
tratta - finalmente! - di riscoprirlo e renderlo attivo e operante,
come più appropriata espressione politica, che garantisce la libertà e
l’autonomia alla pluralità culturale derivante dalla territorialità
identitaria che caratterizza il Paese. Ciò dimostra, infine, che il
disegno di State building, cioè il progetto di unificazione, elaborato
e militarmente realizzato - con l’appoggio della massoneria - dalla
monarchia dei Savoia, è stato concepito come un atto “contro natura”,
poiché negava la storia. Tale è la vera e profonda contraddizione
originaria di questo Paese, che non ha mai espresso una cultura
nazionale, ma semmai plurinazionale. Per questa ragione - semplice e
profonda al tempo stesso - la realizzazione dello Stato unitario e
centralista ha rappresentato una forzatura politica e culturale, un
atto di arroganza e di prepotenza, un vero e proprio sopruso. E non si
venga a dire che fosse una “necessità” imposta dalla circostanza
storica, “unico percorso possibile per sottrarre e fare uscire la
nazione dalla condizione di nullità politica”, come scrive Fisichella.
Anzi, semmai è vero proprio il contrario. La storia dice che il
meglio di sé questo Paese l’ha prodotto con la civiltà comunale e le
signorie, i principati e la realtà degli antichi Stati, che si sono
inseriti in perfetta sintonia con le grandi correnti portatrici della
civiltà europea. Mentre lo Stato unitario ha sempre cercato di
soddisfare le proprie ambizioni di grande potenza con risultati
deludenti e fallimentari: basti ricordare le avventure coloniali (da
Tripoli all’Etiopia), i 645mila morti della Grande guerra, le non mai
soddisfatte e spocchiose vanità - sul piano interno e su quello
internazionale - della monarchia e del fascismo. Le grandi occasioni
per “contare” nella politica internazionale si sono tutte le volte
trasformate in miserabili occasioni perdute. Questa è la verità.
Fisichella
sollecita “un moto di rivolta ideale” per “manifestare solidarietà e
vicinanza allo Stato e alla sua sovranità”. Ma non fa i conti con
l’attuale erosione della sovranità, per effetto della progressiva
affermazione delle realtà istituzionali sovranazionali e per
l’emergenza delle istanze territoriali generate dal processo di
globalizzazione e dalle nuove aggregazioni degli interessi a livello
locale; un processo di erosione della sovranità di fronte al quale gli
Stati - troppo grandi per rispondere alle esigenze locali, troppo
piccoli per affrontare la globalizzazione - non possono fare nulla e
devono rassegnarsi. Nella sua analisi, tuttavia, Fisichella non
riconosce la legittimità del federalismo ottenuto ricorrendo a un
sistematico processo di progressivo decentramento funzionale dei
poteri. Si tratta di un vecchio pregiudizio, ormai superato. La
dottrina tende infatti a non differenziare più la fisionomia dei
federalismi aggregativi e disaggregativi. La tendenza in atto da
qualche tempo è infatti quella, nell’ambito di tutti i modelli di
federalismo, di attribuire le funzioni legislative generali al livello
istituzionale centrale, nello stesso tempo decentrando quelle più
eminentemente politiche e fiscali, burocratiche e amministrative. Tutto
ciò spiega perché sia giunto, piuttosto, il momento di accelerare il
federalizing process in atto a livello istituzionale da una decina di
anni, per approdare presto a un migliore ordine politico, a una nuova
articolazione e organizzazione dei poteri, che risponda alla crisi
della democrazia rappresentativa facendo ricorso a una democrazia “di
prossimità” e che consenta al Paese di fronteggiare con successo le
sfide del presente. Bisogna voltare pagina. L’esperienza storica dello
Stato nazionale, burocratico e accentratore, che nei suoi (quasi)
centocinquant’anni d’età ha già prodotto i suoi danni e s’è dimostrato
non rispondente alla realtà culturale e sociale del Paese, del tutto
inadeguato a gestire la pluralità e la complessità dei suoi territori,
dev’essere insomma definitivamente archiviata. Con buona pace di
Fisichella e dei centralisti a oltranza.
Parlare
del bolognese Marco Minghetti significa parlare del più autorevole
esponente del moderatismo liberale - come riconobbero Croce e Chabod -
nei primi due decenni di vita del regno d’Italia. Deputato per un
quarto di secolo, dal 1860 al 1886 (anno della sua morte), fu più volte
ministro e due volte presidente del Consiglio: dal 24 marzo 1863 al 28
settembre 1864 e dal 10 luglio 1873 al 18 marzo 1876. Nella sua figura
si salda l’impegno politico e istituzionale con un’attività di assoluto
rilievo dal punto di vista della riflessione teorica e dottrinaria.
Minghetti scrisse infatti negli anni del suo impegno parlamentare due
opere assai importanti per cogliere il tono della cultura politica e le
profonde contraddizioni del nuovo regno: Stato e Chiesa (1878) e,
soprattutto, I partiti politici e l’ingerenza loro nella giustizia e
nell’amministrazione (1881). Lo spessore della sua formazione,
l’autorevolezza della sua figura, la sua militanza nell’ambito del
liberalismo e l’attenzione a temi quali il rapporto tra lo Stato e la
Chiesa, il sistema dei partiti, l’organizzazione della giustizia e
dell’amministrazione: tutti questi elementi lo avvicinarono a Cavour,
al quale fu molto legato da sincera amicizia sin dagli anni Cinquanta.
I due - Cavour e Minghetti - costituirono un tandem decisivo per
comprendere l’evoluzione politica e istituzionale del processo di
unificazione. Essi
intuirono infatti sin da subito che il problema di
fondo era rappresentato dalla profonda frattura - come nei fatti
avvenne - tra lo State building e il Nation building. Intuirono
cioè che all’unificazione giuridica e amministrativa di matrice
centralista che si andava tenacemente perseguendo in quegli anni - dopo
la funesta annessione della Lombardia al Piemonte, nel 1859 - ed era
sostenuta dalla maggioranza di una classe politica, a cominciare dal
sovrano, Vittorio Emanuele, e dai suoi principali interpreti (Rattazzi,
Ricasoli, Tecchio), davvero miope e inconsapevole della realtà delle
cose, non corrispondeva affatto la realtà del Paese, espressione di
antiche identità territoriali autonome e indipendenti e di una
pluralità di consolidate tradizioni locali. Lo Stato unitario e
centralista, promosso per decreto il 17 marzo 1861, poggiava su una
comunità “immaginata” - nella percezione dei suoi stolti protagonisti -
che non esisteva nella concretezza storica e culturale del Paese.
L’unità era dunque un atto contro natura, una inaccettabile forzatura;
una natura che si configurava come la stratificazione e la
sedimentazione di valori e tradizioni ereditate dall’esperienza storica
delle libere municipalità, delle signorie e dei principati, degli
antichi Stati, esperienze che definivano una realtà articolata e
composita nelle singole espressioni territoriali locali. L’aveva
scritto Cavour al siciliano Giacinto Carini nell’ottobre del 1860: «Il
Parlamento, che accoglierà i deputati di tutte le popolazioni italiane,
non disconoscerà certo i bisogni di ciascuna di esse. La Sicilia può
fare affidamento sul ministero onde promuovere l’adozione di un sistema
di larghissimo discentramento amministrativo. Abbiamo introdotto il
sistema delle regioni, sta al Parlamento il fecondarlo». Al di là di
confermare la non mai sopita vocazione autonomista siciliana, questo
brano certifica l’idem sentire tra il conte piemontese e il suo
ministro degli Interni, Marco Minghetti. Al principio di un
«larghissimo discentramento» rispondeva il progetto di costruzione
dell’amministrazione del regno presentato appunto da Minghetti nella
primavera del 1861. Un progetto - articolato in dieci disegni di legge
- che, sostanzialmente, aveva due grandi punti di forza: la legge
istitutiva delle Regioni e la legge sui Consorzi, nel segno del
riconoscimento della più ampia libertà amministrativa. Minghetti
immaginava sei grandi unità territoriali, intese quali corpi intermedi
tra lo Stato e le Province del regno. Tali aggregazioni intermedie -
cioè le Regioni - avrebbero dovuto riunire, sulla base di un accordo
consortile permanente, le province affini per vicinanza territoriale,
ma anche per storia, interessi, leggi, modelli culturali e
comportamentali, facendo leva su un vasto e sistematico decentramento
amministrativo. Le Regioni, nelle intenzioni del suo ideatore, Marco
Minghetti, avrebbero inoltre curato «il trapasso dagli ordini presenti
agli ordini nuovi con misura e gradatamente, conciliando la unità
sostanziale delle leggi con una certa varietà accomodata alle
tradizioni ed alle abitudini». Avrebbero dunque introdotto con
moderazione e gradualità i nuovi ordinamenti dello Stato, cercando di
conciliarli con le esigenze dei territori e delle comunità. E a esse
sarebbe stata riconosciuta l’autonomia fiscale, allo scopo di «poter
attingere ai suoi contribuenti i mezzi pecuniari», necessari per il più
ampio decentramento regionale. Federalismo istituzionale e federalismo
fiscale, insomma. Si trattava di un disegno davvero profondamente
innovativo, che non aveva pari nel contesto europeo. L’idea dello Stato
“minimo” («dee restringere il suo compito» scriveva Minghetti) e
dell’aggregazione consortile delle province - che Miglio ha definito
«un vero colpo di genio» - enfatizzava il diritto naturale dei
cittadini ad associarsi secondo aggregazioni istituzionali fortemente
identitarie dal punto di vista storico e culturale, economico e
sociale. Il progetto di Minghetti suscitò un vastissimo dibattito
parlamentare, in seno a una classe politica che remava in direzione
contraria - abbandonandosi all’irrealtà di una «nazione» inesistente -
ed era impreparata ad affrontare con ragionevolezza tale prospettiva,
che avrebbe messo il neonato Stato sui binari del decentramento
regionale, verso il federalismo. Se fosse stato approvato, la storia
d’Italia avrebbe preso un’altra strada. Venne nominata una
Commissione presieduta dal presidente della Camera, il vicentino
Sebastiano Tecchio, nemico di Minghetti, ma - soprattutto - si coalizzò
un vasto fronte oppositorio, espressione della burocrazia e del
notabilato piemontese che, forte dell’energica sollecitazione del
sovrano («veglierete perché l’unità politica, sospiro di tanti secoli,
non possa mai esser menomata» aveva detto il 18 febbraio 1861), mise in
minoranza l’ideatore delle Regioni. Minghetti si dimise e venne
sostituito da Bettino Ricasoli, che ovviamente ritirò il grande
progetto amministrativo decentrato dello statista bolognese. Come
sempre è accaduto - e accade ancora oggi - nella cultura politica di
questo Paese, l’ideologizzazione e la partitizzazione avevano
trasformato la sua intelligente proposta politica, peraltro sostenuta
da Cavour, in una grande occasione perduta. Nel 1865 sarebbe stata
approvata la legge che prevedeva l’estensione degli ordinamenti
piemontesi a tutto il Paese: ma lo Stato unitario e centralista
poggiava su una clamorosa contraddizione originaria, era stato
costruito su una comunità nazionale semplicemente “immaginata”,
inesistente nella realtà. Come scriveva, infatti, Pierre-Joseph
Proudhon in quello stesso periodo, l’Italia «par nature, par tradition
et destination, est anti-unitaire», perché «l’immense majorité des
Italiens est féderaliste». Natura, tradizione e destino: il federalismo
è nel dna di questo Paese.
L’editoriale
Noi italiani senza memoria, apparso lunedì 20 luglio sul “Corriere
della Sera” e firmato da Ernesto Galli della Loggia, ha avuto l’effetto
di innescare la prima – e sostanziosa – polemica estiva. Ha suscitato
molto clamore. E ha richiamato una serie di interventi e di repliche,
sino a coinvolgere il presidente del Comitato dei garanti per il
centocinquantenario, l’ex capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi,
l’attuale ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, e l’ex ministro
Francesco Rutelli. La questione è presto riassunta: nel 2011 cadrà
il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia (1861). I
programmi istituzionali per celebrare degnamente l’appuntamento paiono
relegati nel dimenticatoio. Niente di strano, verrebbe da dire, visto
che, in questo Paese quasi sempre i progetti e le iniziative promosse a
livello istituzionale vengono attuate sempre in ritardo o comunque in
affanno. Più sconvolgente è il fatto che i programmi varati (dal
governo Prodi, con buona pace di Rutelli) si dimostrano del tutto
inadeguati e incongruenti con una celebrazione storica che dovrebbe
condurre a un’approfondita riflessione sull’identità italiana e sulla
vicenda unitaria del Paese, alla boa del secolo e mezzo. Risulta
infatti difficile cogliere il disegno culturale – e le sue connessioni
con l’Unità del 1861 – che sta dietro queste celebrazioni, mettendo
insieme una cozzaglia di opere pubbliche cofinanziate dallo Stato e
dagli enti locali in undici città: il nuovo Centro congressi e il
Palacinema di Venezia, l’Auditorium per il Maggio fiorentino, il
completamento dell’aeroporto di Perugia, il parco Dora Spira a Torino,
l’Auditorium di Isernia, il museo del Broletto di Novara, la
ristrutturazione del Museo nazionale di Reggio Calabria, il Parco
costiero di Imperia, il restauro del teatro San Carlo di Napoli. Se
non ci fosse stata la crisi economica e i conti dello Stato non fossero
stati in disordine, si sarebbe proceduto anche a realizzare il Museo
mediterraneo a Cagliari, l’Herbarium Mediterraneum a Palermo, la nuova
sede dell’Istituto centrale di statistica a Roma, il Polo archeologico
di Puglia, il Centro culturale “Gabriele d’Annunzio” di Pescara, la
pista ciclabile che avrebbe collegato i luoghi della battaglia di
Magenta, la riconversione della caserma dell’82° fanteria in un moderno
campus universitario, il restauro del castello di Moasca
nell’astigiano. Tra
progetti da realizzare e progetti archiviati, da questo arido elenco
salta subito agli occhi, anche del più sprovveduto e meno attrezzato
osservatore, la clamorosa voragine di idee e il grande vuoto culturale
che alberga nella classe politica di fronte alla scadenza
centocinquantenario dell’Unità. E pensare che, osservato con
attenzione, il calendario della storia unitaria sulla carta offriva la
possibilità di un’accoppiata che avrebbe potuto alimentare le corde
della più robusta nostalgia patriottarda, rilanciando – di fronte alla
svolta politica federalista recentemente varata – lo spirito
nazionalista. Quest’anno infatti cade l’anniversario della
battaglia di Solferino e di San Martino, cioè della seconda guerra
d’Indipendenza. 1859-1861: si sarebbe potuto incominciare un ciclo di
iniziative in questo 2009 per concluderlo, dopo tre anni, nel 2011,
celebrando solennemente il compimento della parabola risorgimentale
nell’Unità. La gran cassa patriottica, insomma, avrebbe potuto suonare
aggressivamente per tre-quattro anni. Neppure per la scadenza
1859-2009, salvo una rituale celebrazione della figura del ginevrino
Henri Dunant, che dopo la battaglia di Solferino fondò la Croce rossa
internazionale, è prevista qualche iniziativa significativa. Invece
nulla. Al di là dei limiti culturali oggettivi di una classe politica
che spesso si appella alla storia unitaria, allo Stato e alla Nazione,
ma poi non sfrutta le ghiotte occasioni offerte dal calendario della
Storia, ciò deve far riflettere su un elemento che Galli della Loggia e
anche gli altri interventi hanno trascurato: questo Paese – chiamato
Italia – non è mai nato, dal punto di vista ideologico e culturale,
perché nei fatti non esiste. Lo slancio etico e civile risorgimentale
fu del tutto inutile, di fronte a un dato politico e culturale bene
evidenziato dal padre del moderno federalismo, Pierre-Joseph Proudhon,
che all’indomani dell’Unità, nella sua raccolta di articoli La
fédération et l’unitè en Italie (1862), scriveva che la stragrande
maggioranza degli italiani «est fédéraliste» perché questo Paese, per
natura, per tradizione e per destino, «est anti-unitaire». Nella
polemica si sono particolarmente distinti Pietrangelo Buttafuoco e, con
un doppio intervento ravvicinato, il collega Alessandro Campi che ha
scritto che la Lega ha vinto la sua «scommessa disgregante». A parte il
fatto che non si può disgregare ciò che non è aggregato, occorre
ribadire con forza che altri sono i responsabili politici dello
sfascio. Diciamolo con chiarezza e una volta per tutte: dal punto di
vista politico, storico e culturale, la Lega Nord ha un merito indubbio
che le deve essere riconosciuto. Assumendo la dottrina del federalismo
come il principio sul quale ri-fondare (cioè fondare ex novo)
l’organizzazione politica e istituzionale del Paese, avviava
automaticamente una rilettura della storia risorgimentale e unitaria
che andava dritta al cuore del problema storico dello Stato italiano.
Il federalismo infatti implica una mentalità, dunque una concezione
della socialità – vale a dire della vita associata nella comunità – e
della politica, della pratica delle istituzioni e della gestione del
potere, del tutto diversi, che poggiano sull’autonomia. E alimentano
un’idea di libertà – individuale e collettiva – che è pregnante e
imprescindibile; un’idea di libertà che, sopra tutto, si colloca agli
antipodi rispetto al rapporto (subordinato) tra il cittadino e lo Stato
proprio dell’ordine politico di ispirazione giacobino-napoleonica. Il
limite più significativo della vicenda risorgimentale fu proprio quello
di conseguire l’indipendenza dei vari popoli della Penisola senza
approdare alla libertà, intesa quale rigenerazione morale, quale
principio etico e civile fondante della cultura politica di un Paese
che avrebbe dovuto generare una vera e propria nazione, elemento
essenziale per l’esistenza stessa del neonato Stato unitario. Tutto si
consumò in un semplice passaggio politico e amministrativo che si
oppose alla tradizione civica del pluralismo territoriale della
penisola, dove affondano le radici delle libertà dei popoli che la
compongono. Quando Massimo d’Azeglio disse che bisognava «fare gli
italiani», intendeva sottolineare la necessità di colmare le lacune del
processo di nation building. Ci provò lo Stato liberale a raccogliere
l’eredità politica e culturale patriottica del Risorgimento, nel
tentativo – appunto – di «fare gli italiani». Ma non vi riuscì. Ci
riprovò allora Mussolini, attraverso il nazionalismo fascista. Il
fascismo cercò di appropriarsi dell’eredità del Risorgimento, per
riuscire là dove lo Stato liberale aveva fallito: nella costruzione
della nazione. E con ciò delegittimò l’esperienza stessa dello Stato
liberale, creando una frattura storica profonda. Arrivò infine – sulla
scia della Liberazione – la Repubblica, che rappresenta un tornante
decisivo nella storia d’Italia, con l’archiviazione della monarchia e
l’approdo alla democrazia. Ma anch’essa fallì, visto che il
patriottismo – oggi – emerge solo nelle circostanze sportive e non è
espressione di virtù civiche e partecipazione politica. Che la
memoria storica sia un elemento essenziale dell’identità di un Paese è
fuori discussione; ogni popolo ha infatti bisogno di storia per
rimettere in ordine il proprio passato e gli eventi che lo compongono.
Non c’è identità senza memoria storica. Le occasioni perdute (1859-2009
e 1861-2011) e gli irrazionali programmi elaborati per le celebrazioni
certificano appunto che l’identità nazionale è una delle mitologie
originarie – insieme a molte altre (la Resistenza, il miracolo
economico, la questione meridionale, l’Europa) – sulle quali s’è
fondata la cultura politica di questo Paese che devono essere demolite.
Requiem.
Com’era
prevedibile, la polemica sull’identità italiana e sullo spirito
nazionale, connessa ai – quantomeno – sfilacciati programmi celebrativi
del centocinquantenario dell’Unità (1861-2011), è proseguita; in taluni
casi leggendo addirittura la storia come se fosse una sfida sportiva.
Anche per effetto delle sollecitazioni politiche del “partito” del Sud
in seno alla maggioranza, essa si è focalizzata sul rapporto tra la
questione meridionale e la questione settentrionale. Nella realtà
italiana, lo Stato e la nazione non devono assolutamente essere
interpretati secondo la stessa prospettiva cronologica: è sbagliato
cercare di mettere a fuoco l’idea di nazione da quando – 17 marzo 1861
– esiste lo Stato. L’idea di nazione è una cosa, lo Stato un’altra, per
intenderci. L’idea di una nazione “italiana” non coincide affatto con
gli ultimi centocinquant’anni della storia unitaria, ma preesiste
rispetto allo Stato e affonda le proprie radici nel pluralismo
territoriale e nelle libere città, nella diversità dei modelli
culturali e comportamentali, nella differente mentalità collettiva
delle comunità, negli usi, nei costumi e nelle tradizioni identitarie
locali. È profondamente errato – come pare serpeggiare in seno a
questa polemica estiva – sovrapporre Stato e nazione, assumendo il
centralismo unitario come l’elemento essenziale, inteso quale prodotto,
della nazione italiana. Dietro questo approccio v’è la consapevolezza
che lo Stato possa creare la nazione – ricorrendo a processi di
acculturazione forzata – e non viceversa (cioè che la nazione produce
lo Stato). Semmai è vero esattamente il contrario: lo Stato
burocratico e accentratore non fu il prodotto della nazione italiana.
Fu, piuttosto, un atto contro natura – cioè contro la Storia – ed è per
ciò che, osservato dal nostro presente, appare ormai come un relitto
storico da superare e da rifondare attraverso il federalismo, ordine
politico indubbiamente più adatto e anche più funzionale all’anima vera
e profonda del Paese. Il Risorgimento e l’unificazione costituiscono
delle vicende storiche senza dubbio rilevanti che, tuttavia, si
configurano come una deriva, uno slittamento, una nota stonata,
un’anomalìa rispetto alla traiettoria della Storia che – osservata
nella lunga durata – ci parla di un’essenza pluralista delle nazioni e
dei popoli della Penisola. Per tutta una serie di ragioni, il 17
marzo 1861, malgrado le sollecitazioni federaliste di Carlo Cattaneo,
la sensibilità di Camillo Cavour, incline al decentramento, e la
progettualità regionalista di Marco Minghetti, dal punto di vista
istituzionale venne abbracciata risolutamente l’opzione centralista, in
cui Stato e nazione si sarebbero dovute riassumere in una sintesi più
alta. Che avrebbe dovuto “piegare” le ragioni del pluralismo a quelle
del centralismo. Nell’intento, tuttavia,
non riuscì lo Stato liberale
né quello fascista e neppure quello repubblicano (le attuali polemiche
lo certificano ampiamente). Nella realtà delle cose fu –
paradossalmente – proprio l’Unità a creare la frattura territoriale
Nord-Sud, cioè a disvelare una radicale diversità culturale e sociale,
economica e produttiva, davvero inconciliabile, che divenne sorgente di
divisione, non già di unione. Fu proprio in queste circostanze che
nacque il concetto di un “Mezzogiorno”, elemento costitutivo
fondamentale dello Stato centralista. Al momento dell’Unità c’era una
parte del Paese, rappresentata dalle regioni settentrionali, che
marciava in perfetta armonia con le grandi correnti portatrici della
civiltà europea. Che nel secolo decimonono significava modernizzazione
e industrializzazione. Sempre l’Ottocento, però, fu il secolo del
trionfo dell’idea di nazione – successivamente degenerata nel
nazionalismo – e, dunque, la volontà di fondare uno Stato centralista
trovava una sua legittimazione teorica nella esigenza di creare una
nazione forte, compatta e coesa. L’idea di nazione è sicuramente un
valore da tutelare e da manutenere, attraverso l’azione delle classi
dirigenti, prima fra tutte la classe politica. E come è rimasto
insieme, questo Stato, nel suo secolo e mezzo di vita? Quali
sollecitazioni ha cioè trovato l’idea di nazione sulla quale esso
doveva poggiare? Per comprenderlo basta ripercorrere l’azione politica
dei notabili liberali, poi della classe dirigente fascista, infine
della presenza dei partiti politici nella gestione dell’ordine
democratico. In particolare, per poco più di mezzo secolo (dal 1948 al
1992), questo Stato ha trovato una sua compattezza e una sua unità
attraverso l’azione della Democrazia cristiana. È vero, infatti,
che la Dc ha tenuto insieme il Paese per almeno quarant’anni. Ma come?
Ricorrendo a politiche speciali di assistenza e di sviluppo del
meridione, cioè a una pratica della politica basata
sull’assistenzialismo e, dunque, sulla corruzione e su criteri
diffusamente clientelari, deliberatamente confinati al di fuori della
legalità. Metodi che garantivano il consenso alla classe politica
democristiana e quindi dovevano essere costantemente alimentati
attraverso le politiche pubbliche, non già smantellati e archiviati.
Non si tratta solo di ricordare i quasi trecentomila miliardi di
vecchie lire – circa 150 miliardi di euro – che si è “fumata” la Cassa
del Mezzogiorno nei suoi cinquant’anni di attività (1951-1992). Si
tratta anche di ricordare i mille miliardi di fondi neri dell’Italcasse
– l’Istituto di credito delle casse di risparmio italiane – destinati
al finanziamento del sistema dei partiti, primo fra tutti la Dc. Non
è un caso insomma che oggi – come segnala l’Osservatorio del Nord-Ovest
di Luca Ricolfi – le pensioni destinate ai falsi invalidi siano ben al
di sotto del 15 per cento in Piemonte, Lombardia e Veneto. Mentre
raggiungono vette strabilianti, attorno al cinquanta per cento – che
vuol dire una su due – in Puglia (44,2%), Sicilia (45,1%), Campania
(49,5%), Molise (51,9%), Abruzzo (52,3%), Basilicata (54,2), Umbria
(54,9%), Sardegna (55,3%) e Calabria (55,5%). Complessivamente una
pensione d’invalidità su tre è falsa. Quantificando il dato si tratta
di un milione e mezzo di persone che sottraggono allo Stato circa otto
miliardi di euro all’anno. Questo è solo un caso, uno dei tanti esiti
dei processi e dei metodi di gestione del potere politico espressamente
concepiti allo scopo di garantire un minimo di unità al Paese. Un Paese
che non è affatto unito; e – anzi – nella diversità identitaria, nel
pluralismo culturale e nelle differenze territoriali, che preesistono
rispetto allo Stato (inteso quale architettura istituzionale), trova la
sua anima più profonda e più vera. L’affermazione dei processi di
globalizzazione ha determinato la crisi della modernità e, dunque,
della sua principale “creatura”, vale a dire del suo prodotto
privilegiato ed esclusivo: lo Stato. È emersa a questo punto in modo
netto e chiaro l’inconsistenza dell’idea di nazione alla quale esso
faceva riferimento, nell’ambito della cultura politica italiana. E sono
parimenti affiorate le contraddizioni originarie della “Repubblica dei
partiti”, un sistema politico imperniato sulla Dc che ha governato
ricorrendo a metodi assai discutibili, comprese le stragi di Stato, che
non è stato capace – all’indomani della caduta del Muro di Berlino – di
dotare il Paese di una politica estera autorevole e, soprattutto,
autonoma rispetto all’asse anglo-americano; che non è stato capace di
colmare il gap di arretratezza avviando vaste e sistematiche politiche
di modernizzazione. In questo contesto connesso alla crisi della
statualità deve essere inserita la copiosa produzione bibliografica
relativa all’identità italiana che ha affollato gli scaffali delle
librerie a cominciare dalla prima metà degli anni Novanta e anche la
determinata battaglia patriottica del Presidente Ciampi. Osservate dal
palcoscenico privilegiato del nostro presente, le lamentazioni relative
alla crisi dell’identità italiana e dello Stato burocatico e
accentratore, al deficit di virtù civiche e al patriottismo, paiono
davvero risibili e contraddittorie. 1861-2011: che c’è da celebrare?
Per
quanto il professor Galli della Loggia s’affanni a dimostrare il
contrario, la storia - per sua natura - è comunicazione politica. È
quasi ridondante ricordare, per esempio, i manuali in cui - sino
all’altroieri - non vi era neppure una riga sulle foibe e sulla
tragedia degli italiani del confine orientale nell’immediato secondo
dopoguerra. È inutile girarci intorno. La storia è, nella sua essenza,
comunicazione politica perché da essa dipende l’autorappresentazione
ideologica del presente e la legittimazione politica di uno Stato, di
una nazione, di una città, di un partito, di un movimento, di
un’associazione, di un’organizzazione, di una corrente di pensiero. Con
tutti i suoi aspetti positivi e negativi. In tal senso, gli esempi
si sprecano. L’ineguagliato cantore dell’Italia fascista fu Gioacchino
Volpe, con la sua Italia moderna. Piero Gobetti - che ne aveva intuito
sin da subito il carattere illiberale e tendenzialmente pericoloso -
aveva definito il fascismo come la “autobiografia” di quella nazione
nata sulla scia di un Risorgimento “senza eroi”; quel Risorgimento che
Antonio Gramsci leggeva come una rivoluzione “passiva”. Non è
comunicazione politica la Storia d’Italia dal 1870 al 1915, con la
quale - nel 1928 -Benedetto Croce intese difendere la memoria dello
Stato liberale e le sue conquiste dalla delegittimazione fascista? E
non è comunicazione politica la produzione storiografica di Rosario
Romeo sulla Sicilia? Franco Venturi insediò un vero e proprio cantiere
di scavi per perlustrare palmo a palmo, autore per autore, il “suo”
Settecento e dimostrare così, contro lo slancio internazionalista della
storiografia marxista, che il più autentico spirito delle riforme era
riposto nelle pieghe del secolo decimottavo. Il riformismo dei Lumi,
con le sue specifiche caratteristiche, era da contrapporre a quello
della Seconda internazionale, cui faceva riferimento la sinistra
comunista, e rappresentava il modello politico al quale attingevano, in
termini di cultura politica, gli azionisti. La volontà di
demistificazione dei manuali di storia e gli insegnanti - “troppo
pronti a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda” - c’entrano poco
o nulla. La storia è là, nel passato. Non illumina affatto il presente.
Semmai è vero il contrario, cioè che il presente, con i suoi limiti e
le sue contraddizioni, illumina il passato. E induce lo storico - che è
un uomo, con tutti i suoi limiti e le sue sensibilità, i vizi e le
virtù (per quanto si sforzi, non è un superuomo infallibile e, come
disse Giorgio Rumi, non deve fare né il buonista né il giustizialista)
- a guardare lo scaffale degli eventi e l’offerta più conveniente per
“fare la spesa” e costruire il suo discorso narrativo. Che però ha dei
limiti oggettivi, rappresentati dal necessario rigore, dal senso di
responsabilità e dalla coerenza. Da storici dobbiamo ammettere che è
così. E da storici, al di là di ogni mistificazione o
demistificazione ideologica, dobbiamo ammettere che Matteo Lazzaro - il
giovane studente leghista che ha scritto al professor Galli della
Loggia (la lettera e la risposta sono state pubblicate dal “Corriere
della Sera” l’altroieri, mercoledì 19 agosto) - ha ragione da vendere
non solo quando parla dell’oggi, ma anche quando parla del Risorgimento
e della Storia d’Italia. Ha ragione quando parla della presenza
deviante della massoneria nel processo risorgimentale e del disegno
militare di casa Savoia: fu proprio così. Ha ragione quando parla delle
sanguinose repressioni nel Mezzogiorno (lo disse anche Gramsci), del
fascismo e della sua religione “politica”. Ha ragione quando parla
della breve dignità (limitata solo al grande Degasperi, l’unico vero
statista di questo Paese) della prima Repubblica, poi caratterizzata
dal clientelismo e dalla corruzione, da una maldestra gestione del
potere politico e dell’economia, che - davvero - “ci hanno regalato uno
dei debiti pubblici più grandi del mondo”. Oltre un miliardo e 750
milioni di euro non sono “bruscolini”! Ha ragione quando dice che il
limite della storia di questo Paese è quello di non aver mai vissuto un
momento autenticamente rivoluzionario, in cui si potessero sedimentare
ed elaborare quei valori di fondo da porre al centro - quale sua
essenza ideologica e politica - della “volontà generale”; una volontà
che legittimasse le ragioni dello stare insieme e le origini del potere
centralizzato. Rivoluzione incompiuta fu il Risorgimento, il cui esito
confluì in quello Stato liberale incapace di dare una precisa
fisionomia al nation building. Parimenti incompiute furono anche le
rivoluzioni tentate poi dal fascismo e, infine, dallo Stato
repubblicano, a seguito di un radicale mutamento politico e
istituzionale, con il passaggio dalla monarchia alla repubblica,
dall’autoritarismo alla democrazia. Nell’ambito del Risorgimento e
della Storia d’Italia, il federalismo - ordine politico assai più
coerente all’anima della Penisola e al pluralismo delle sue tradizioni
storiche e culturali, economiche e sociali differenziate - avrebbe
forse negato “la possibilità di parlare e scrivere liberamente, di fare
un partito, un comizio e altre cosucce simili”? A parte il fatto che la
libertà di stampa, di associazione e di pensiero sono conquiste
europee, esse furono riconosciute nello Statuto albertino per effetto
delle pressioni connesse alla circostanza storica, con l’obiettivo di
formalizzare la diarchia - proclamata nel noto “Preambolo” - sulla
quale si reggeva la Carta concessa da Carlo Alberto nel 1848, che
riconosceva un ruolo politico alla borghesia emergente. Lo studente
ha ragione - infine - quando parla dei partiti “pigliatutto” della
seconda Repubblica che hanno programmi “quasi identici” e sono incapaci
di progettare il futuro. A partire dall’immediato. L’unico progetto
forte e credibile - come scrive Matteo - è il federalismo. Il Paese è
avviato lungo questa strada: una svolta radicale che comporta
interventi strutturali risolutivi, finalizzati alla riorganizzazione
complessiva dello Stato. Ciò implica una rilettura della vicenda
risorgimentale e unitaria che punti dritto al cuore del problema: il
rapporto tra indipendenza e libertà. Conseguire l’indipendenza
dallo straniero, nel corso del Risorgimento, non è bastato. Il processo
storico implicava anche un riconoscimento e una consapevole
elaborazione delle istanze libertarie territoriali da porre a
fondamento etico e civile della cultura politica del Paese. Tutto si
consumò in un semplice passaggio politico e amministrativo, che negò la
tradizione civica e repubblicana del pluralismo territoriale dei popoli
della Penisola. Il federalismo riconosce ed esalta questo afflato
libertario. Comporta una percezione della vita associata nell’ambito
della comunità politica che poggia sulla libertà, individuale e
collettiva, intesa come autonomia e autogoverno, nella gestione del
potere e nella pratica delle istituzioni; un’idea di libertà posta agli
antipodi rispetto al rapporto tra il cittadino e lo Stato proprio
dell’ordine politico di ispirazione giacobino-napoleonica, quale fu lo
Stato che nacque il 17 marzo 1861. Volenti o nolenti, tale è la
storia di questo Paese. Una storia che legittima le diffuse istanze del
nostro presente verso il federalismo, ordine politico traducibile con
tre parole: responsabilità, autonomia e autogoverno. Verso un Paese
composto da comunità autonome di uomini liberi.
Tra
qualche settimana giungerà nelle sale cinematografiche Il Barbarossa di
Renzo Martinelli, film dedicato alla battaglia di Legnano – 29 maggio
1176 – e alla figura di Alberto da Giussano. Oltre l’evento mediatico,
le vicende ricostruite nel film – dal punto di vista storico e politico
– assumono un valore davvero importante e significativo che oggi,
giornata consacrata alla Festa dei Popoli Padani, occorre rimarcare con
forza. La Lega Lombarda sanciva l’alleanza dei Comuni padani
contro l’imperatore germanico Federico I; alleanza nata con il solenne
Giuramento nell’abbazia di Pontida del 7 aprile 1167, che si sarebbe
protratta sino al 1250. Era una lega sorta sul modello delle tante
coalizioni di città, progettate con il deliberato obiettivo di
assistersi e sostenersi reciprocamente, ma anche di difendersi dalle
aggressioni esterne, che caratterizzano i tempi storici degli albori
della modernità europea. Pochi anni prima della Lega Lombarda, per
esempio, era stata fondata la Lega Anseatica (1158-1669). E più
tardi – il primo agosto 1291 – sarebbe sorta, sul prato di Grütli che
s’affaccia sul lago dei Quattro Cantoni, la lega delle comunità montane
di Uri, Schwyz e Untervalden, nucleo fondativo della futura
Confederazione svizzera. Con il Patto del Grütli, i Cantoni primitivi
giurarono fedeltà all’accordo di alleanza – il Patto eterno confederale
– tra le comunità cantonali. Pontida prima del Grütli, dunque, la Lega
Lombarda prima della Confederazione elvetica, i liberi Comuni della
Padania prima dei Cantoni elvetici. Le leghe composte da comunità
politiche autonome – come la Lega Lombarda e quella Anseatica o quella
Elvetica – sono esperienze confederative che devono essere considerate
l’ineludibile e necessario preludio storico, la premessa del
federalismo moderno. Erano patti stipulati tra comunità autonome di
uomini liberi, tali erano – per esempio – i cittadini delle repubbliche
alpine svizzere o quelli delle libere municipalità padane, ispirate
allo spirito repubblicano fondato sul senso civico, che rappresentava
il tessuto connettivo della socialità politica. Comunità
autonome che
si autogovernavano e che si opponevano con forza collettiva – è il caso
della Lega Lombarda – al centralismo imperiale o all’autorità degli
Asburgo, nel caso dei Cantoni svizzeri; comunità autonome fondate sulle
procedure consensuali della democrazia partecipativa delle libere
città. Questi
sono i caratteri originari del federalismo delle regioni padano-alpine,
imperniato sull’autonomia e sull’autogoverno delle comunità politiche,
sulle libertà individuali e sul senso civico. Caratteri che sono
profondi e radicati nella storia, e comunque non hanno nulla da
invidiare all’ostentata base libertaria sulla quale poggiano i sistemi
federali extraeuropei. Caratteri ribaditi con intelligenza e con forza
nel – non mai adeguatamente celebrato – testo dello Statuto di
Autonomia della Regione Lombardia. Laddove, solo per fare un esempio,
si afferma che la Regione promuove “la libertà dei singoli e delle
comunità” e anche “le iniziative necessarie a rendere effettive la
collaborazione e l’integrazione tra le Regioni padano-alpine” (art. 2).
Tale
è la forza del passato, che propone uno specifico modello di
federalismo. È un’ispirazione e anche un’aspirazione. Che assume un
riscontro del tutto particolare, oggi, quando – attraverso il passaggio
del federalismo fiscale – si tratta di imboccare risolutamente la
strada per giungere infine al federalismo costituzionale. Questa è la
via delle riforme. A nulla valgono le polemiche, le strumentalizzazioni
e i tentativi di opporsi – anche di recente, nel corso dell’estate –
all’inesorabile cammino della storia. Che la fanno gli uomini, a
cominciare da quelli di governo, con le loro riforme. Una storia che,
assai presto, giungerà al cospetto del redde rationem con la disunità –
politica e sociale, economica e culturale – del Paese, ormai presente
nella realtà delle cose da diversi decenni. Tra 150mo anniversario
dell’Unità d’Italia e Questione settentrionale, il tema privilegiato
delle polemiche estive è stato proprio quello della disunità del Paese.
Nella cultura politica italiana, sin dall’Unità, è sempre esistita una
irrisolta “questione meridionale”; questione che, a partire dai primi
anni Novanta, s’è ribaltata ed è diventata una speculare “questione
settentrionale”. Prima – per centotrent’anni – era un problema isolato
e autonomo, adesso è divenuto un problema dal doppio volto: la
questione meridionale in sé e, appunto, la questione settentrionale,
alimentata dall’insostenibilità dei costi finalizzati a favorire
l’uscita del Sud dalla sua generalizzata arretratezza. Il problema è
di una banalità sconvolgente: se le tasse – ahinoi, sempre elevate –
dei lavoratori del Nord servono per pagare le false pensioni di
invalidità del Sud (mediamente una su due), allora non si caverà mai un
ragno dal buco. Sino agli anni Ottanta, la questione meridionale era un
fattore di unità perché si configurava come una sfida da vincere per il
Paese. Adesso è divenuta quello che è: un elemento di disunità, per
effetto dell’assistenzialismo inutile di fronte a una produzione
insufficiente, del clientelismo e della corruzione, dell’evasione e del
reddito nascosto, degli sprechi (quantificabili in circa il 40%). Il
sistematico drenaggio delle risorse del Nord per favorire il rilancio
del Sud – incidendo il meno possibile nel debito pubblico, che proprio
all’inizio degli anni Novanta ha superato il 100% del Pil – è divenuto
davvero inaccettabile. Questo è lo scenario in cui si progettano
investimenti faraonici per celebrare adeguatamente il 150mo
anniversario dell’Unità d’Italia. Ma quale “unità”? A parte il fatto
che, nel 1861, mancavano all’appello il Veneto e Friuli (annessi nel
1866), Roma e il Lazio (1870), Trento e Trieste (1918). Il 17 marzo
1861, Vittorio Emanuele II assunse il nome di re d’Italia: si trattava
– semplicemente – del nuovo nome dato a uno Stato vecchio, il regno di
Sardegna, a seguito dell’aggregazione di sei Stati, annessi a partire
dal 1848. E tuttavia non vi fu la fondazione di uno Stato nuovo, come
avrebbe richiesto la circostanza storica. Sotto il profilo giuridico e
costituzionale, lo Stato italiano di oggi, altro non è che il vecchio
regno di Sardegna. Forse il modo più corretto – al di là del
necessario e drastico ridimensionamento dei progetti a pioggia di
edilizia pubblica, del tutto incoerenti e privi di senso – di celebrare
l’anniversario della storia è quello di fare i conti con il falso mito
fondativo dell’unità nazionale. È quello di disvelare la falsità e la
menzogna, di guardare in faccia alla realtà e accettare questa verità;
di ammettere che le fratture – non solo quella tra Nord e Sud, che
comunque è una delle più rilevanti – esistono e sono profonde. E con
esse bisogna confrontarsi perché lì sono racchiusi i motivi che hanno
impedito la nascita di un vero e proprio spirito nazionale, elemento
del tutto assente nella cultura politica italiana. È questo il
presupposto culturale dal quale partire. Ma l’accettazione di tale
realtà, come premessa per le celebrazioni del 150mo della disUnità,
porta anche a individuare nel federalismo, ordine politico che concilia
l’unità con la diversità, l’unica grande e ambiziosa riforma adatta
alla struttura – politica e sociale, economica e culturale – del Paese;
l’unica che possa proiettarlo verso un futuro migliore. Per celebrare
degnamente la ricorrenza storica, insomma, non vi sono alternative:
bisogna fare riforme, a cominciare dal federalismo.
Archiviate
le vacanze estive, il dibattito sulle celebrazioni del 150mo
anniversario dell’Unità d’Italia (1861-2011) prosegue, sia nell’ambito
politico, sia a livello intellettuale. La questione è assai dibattuta e
non presenta una visione univoca e consolidata. Ma alimenta letture
differenziate delle vicende storiche – con ciò intendendo:
istituzionali e politiche, sociali, economiche e culturali – che hanno
caratterizzato i centocinquant’anni dello Stato unitario. Da un lato
v’è chi non si arrende al verdetto della storia e costruisce fantasiosi
paradigmi interpretativi, dall’altro chi osserva la questione italiana
con disincantato realismo. Per fortuna che siamo solo agli inizi e che
all’anniversario mancano ancora due anni. Per il suo esordio sulle
colonne del Corrierone di via Solferino, un paio di settimane orsono,
l’ex ministro delle Finanze del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa,
ha scelto di intervenire sul tema. Tuttavia, affrontandolo con
inaccettabile superficialità e notevole improprietà analitica; per ciò
sollevando una serie di polemiche e di accese discussioni. Esordio
infelice. Tant’è vero che s’è subito guadagnato sul campo la censura
del ministro del Lavoro Sacconi e di alcuni storici come Francesco
Barbagallo, Simona Colarizi e Paolo Pombeni. Senza sottovalutare i
contrappunti di Francesco Casula e di Federico Orlando (quest’ultimo,
per la verità, modesto). Non è certo per l’impostazione dell’analisi
di Padoa Schioppa, né per gli strascichi polemici che ha generato, che
è necessario intervenire. È piuttosto auspicabile individuare dei punti
fermi nel quadro di una discussione così seguìta, animata e importante,
per ragionarci sopra. Ma procediamo con ordine. Padoa Schioppa
sostiene che, nel 2011, “si celebrerà non la nascita della nazione (un
fatto di cultura), bensì la fondazione dello Stato italiano (un fatto
politico e istituzionale)”. A suo giudizio “la peculiarità della storia
italiana non è la nascita della nazione, è la combinazione di una
nazione precoce e di uno stato tardivo”. E non è azzardato affermare
che “dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati
consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una
vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi
decenni e ancor più negli anni recenti”. L’epilogo è veleno
gratuito: secondo Padoa Schioppa oggi “sono ormai gravemente minacciati
la democrazia, principi fondamentali dello Stato di diritto, la
preservazione del patrimonio artistico, l’ambiente naturale, il fatto
stesso di essere uno Stato unitario”. L’ex Ministro ha pertanto
affontato il tema ed è intervenuto nel dibattito non già per esprimere
la propria opinione di studioso e di professore universitario, ma –
idelogizzando la questione – per seminare accuse, peraltro molto
generiche, al governo in carica. Questo era il deliberato obiettivo
svelato nelle ultime righe dell’articolo. Per tale ragione non varrebbe
neppure la pena di prendere posizione e confutarne le tesi. Ma
l’argomento è rilevante ed esso sì richiede qualche precisazione. Stato
e Nazione sono concetti forti e complessi, che non meritano
assolutamente tali banalizzazioni e ideologizzazioni; non ammettono
superficialià analitiche. L’assunto fondamentale è che, nella primavera
del 1861, attraverso un decreto e a seguito di un processo militare e
massonico, viene fondato uno Stato; si trattava di una istituzione
politica contraddittoria rispetto alla Nazione sulla quale poggiava e
che presentava culture e tradizioni territoriali fortemente
differenziate e in talune circostanze contrapposte e conflittuali.
L’Unità è stata un atto contro natura. I 150 anni successivi – quelli
che bisognerebbe celebrare – raccontano degli abortiti e fallimentari
tentativi forzati e coercitivi, da parte dello Stato, di creare,
ricorrendo alle pratiche più varie, una Nazione compatta e coesa, unita
e indivisibile. Non è vero che, nella cultura politica di questo
Paese, la nazione preesiste rispetto allo Stato ed è rintracciabile sin
dal Medioevo. Assolutamente no. Sino al secolo decimonono sono
individuabili espressioni culturali e artistiche isolate. La posizione
di Machiavelli, richiamata da Padoa Schioppa, non trova la propria
legittimità in una dimensione nazionale, ma in una sensibilità fondata
sull’attenta osservazione dei processi storico-politici in atto a
livello europeo. Machiavelli intuisce infatti che sotto i suoi
occhi, nel passaggio d’epoca tra il Quattrocento e il Cinquecento, si
sta svolgendo un processo dinamico che conduce alla nascita dello Stato
moderno. E il suo accorato appello ai principi italiani è finalizzato
alla creazione di uno Stato moderno, con le sue istituzioni e i suoi
apparati, nel territorio della Penisola. Il suo messaggio è davvero
moderno: o si riesce a organizzare uno Stato – com’era accaduto per
esempio in Francia, da lui visitata in qualità di legato fiorentino –
oppure questo Paese rimane ai margini delle grandi correnti portatrici
della civiltà europea e viene escluso dalla storia. Lo Stato è un
prodotto tecnico-istituzionale e si fonda sull’autorità delle
istituzioni e degli apparati di potere; la Nazione è un fatto
politico-creativo – quindi originale – e si fonda sulla libertà di
aderire o meno, di sostenere o di opporsi alla sua rappresentazione
formale, cioè allo Stato. Stato e Nazione: autorità e libertà. Stupisce
– ed è fortemente contraddittorio – che Padoa Schioppa, ministro
nell’ultimo governo di centrosinistra ed espressione della cultura
tecnocratica che gira intorno a via Solferino, si schieri dalla parte
dell’edificio istituzionale, burocratico, amministrativo, oppressivo e
repressivo, non già dalla parte del popolo e della società civile,
della libertà e del pluralismo. Perché si tratta pur sempre dello Stato
“criminogeno” di Giulio Tremonti o del più recente Stato “canaglia” di
Piero Ostellino (libri che probabilmente “tps” ha mal digerito).
L’opinione
degli storici intervenuti nel dibattito punta l’attenzione verso la
spaccatura profonda tra cittadini e istituzioni e verso il grave
deficit di senso civico attualmente così rilevante: elementi che
incidono nella fisionomia, appunto, del corpo sociale della nazione.
Questi sono ormai dati di fatto consolidati. E il Paese risorgerà
solamente se riuscirà a rifondare la propria socialità politica. La
strada maestra – e la sfida da vincere – è quella di trovare una
sintesi tra principio di sussidiarietà e democrazia rappresentativa
(così degenerata per effetto dello “Stato dei partiti” che ha
caratterizzato la Prima repubblica). Sintesi rappresentata dal
federalismo. Non v’è altra via. Dal palcoscenico privilegiato del
nostro presente, osservando con attenzione questi 150 anni di storia
unitaria e la lezione di fondo che essa ci trasmette, possiamo con
forza smentire – e ribaltare – la celebre affermazione di Massimo
d’Azeglio: “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”. Al contrario,
gli italiani ci sono. E sono un soggetto politico collettivo composto
da plurime e territorialmente differenziate identità culturali e
sociali, economiche e produttive, storiche e linguistiche. Adesso
bisogna fare l’Italia: federale!
Una
delle grandi aporie della storiografia nazionale è rappresentata dalla
figura di Cavour: padre della patria, statista di levatura
internazionale, grande artefice – sotto il profilo politico e
diplomatico – dell’Unità, vale a dire del mito delle origini di questo
Paese “uno e indivisibile”. Fu il primo presidente del Consiglio dei
ministri dopo il 17 marzo 1861, data in cui Vittorio Emanuele II
assunse il titolo di re d’Italia (nuovo nome conferito – in linea di
perfetta continuità – a uno Stato vecchio, il regno di Sardegna). Ma
morì di lì a poche settimane, il 6 giugno. Per la verità, come
avrebbe raccontato Ferdinando Petruccelli della Gattina – medico che
divenne deputato al parlamento costituzionale di Napoli nel 1848 e,
contro le truppe regie, appoggiò poi i moti contadini di Benedetto
Musolino – nei Moribondi di Palazzo Carignano (1862), Cavour era assai
prepotente e molto ambizioso, supponente e arrogante. Una persona
davvero insopportabile. Guardava i colleghi dall’alto in basso e non li
stimava affatto, peraltro senza dissimularlo pubblicamente, anzi
dimostrandolo in ogni circostanza. Se ne rese conto Massimo D’Azeglio,
Capo del governo dopo Novara, che nel 1851 gli affidò il ministero
dell’Agricoltura, Commercio e Marina, e delle Finanze. Ma venne presto
defenestrato e da lui sostituito. Il presunto e “grande” disegno
dell’Unità d’Italia – di cui Cavour fu interprete poiché lo gestì
politicamente – era, nella realtà, un progetto politico assai più
circostanziato e limitato. Circoscritto alle dimensioni e al ruolo
politico di quella “Piemontese Nazione” teorizzata, sul finire del
Settecento, da Gian Francesco Galeani Napione – ben prima dell’Eridania
di Durando, della lega doganale di Gioberti e dello “Stato solo sul Po”
di D’Azeglio – che auspicò la nascita di una confederazione tra gli
Stati dell’Italia settentrionale. La soluzione della questione italiana
come articolazione di due grosse realtà macroregionali – da un lato la
valle del Po, con l’aggregazione della Romagna e delle Marche,
dall’altro i territori che stanno al di là dell’Appennino e sono
circondati dal mare Adriatico e dal Mediterraneo – che, dal punto di
vista geopolitico, devono godere della più ampia autonomia è presente
nel pensiero politico cavouriano sin dalle origini. Non già nella
circostanza degli accordi segreti di Plombières del 1858, che ne
rappresentano solo l’esito più naturale e scontato. Quanti sono
intervenuti nei giorni scorsi sul “Corriere” e sul “Giornale” avrebbero
potuto – e dovuto – ricordarlo. Un anno prima di fondare la rivista
“Risorgimento”, nel 1846 Cavour scende in campo con un saggio
intitolato Des chemins de fer en Italie (“Sulle ferrovie in Italia”),
apparso nelle pagine della parigina “Revue nouvelle”, in cui affronta
il problema nazionale, imponendosi all’attenzione degli osservatori di
cose politiche. In quel momento, il
futuro statista piemontese è un
giovane liberale di 36 anni d’età. S’è formato all’Accademia militare,
prima di diventare ufficiale del Genio e poi, appena ventinovenne,
sindaco di Grinzane (carica che avrebbe mantenuto per ben 17 anni),
dimostrando notevoli capacità amministrative. È una personalità
affermata nell’ambito della società piemontese come imprenditore
agricolo di successo (sua è l’invenzione del Barolo, generato
dall’invecchiamento del Nebbiolo), innovatore e profondo conoscitore
della realtà europea, visto che ha viaggiato in Francia e in
Inghilterra, in Svizzera e in Belgio. La ferrovia, secondo Cavour,
rappresenta un efficace strumento di modernizzazione e – in
considerazione dei comparti produttivi coinvolti nel suo sviluppo
(siderurgia, meccanica, edilizia, carbone, legno) – una profittevole
opportunità di crescita economica e industriale. Dal punto di vista
geopolitico, l’organizzazione di un vasto e articolato sistema
ferroviario nella valle del Po, da Torino a Venezia, proietterebbe
naturalmente l’Italia settentrionale al di là delle Alpi, assecondando
la sua forte vocazione europeista e i suoi legami internazionali, non
solo dal punto di vista commerciale, ma anche politico e culturale. Si
tratterebbe di un importante e profondo processo di civilizzazione e di
modernità. Processo che – nella percezione dell’imprenditore e sindaco
di Grinzane – dal Piemonte al Lombardo-Veneto dovrebbe dilatarsi verso
Sud sino a coinvolgere l’Emilia, la Romagna, le Marche e la Toscana. Ma
da esso è escluso tutto il resto del centro Italia e anche il
meridione. Nel
vocabolario politico cavouriano è presente la parola Italia. Ma l’idea
di Italia di Cavour è quella di una articolazione territoriale
caratterizzata da realtà storiche e politiche, culturali e sociali,
economiche e produttive, profondamente differenziate, plurime e
variegate. Così si spiega, per esempio, la definizione dell’Unità come
di una “corbelleria” (in una lettera a Urbano Rattazzi – il 12 aprile
1856 – a proposito di una sua conversazione parigina con Daniele Manin,
leader della Società nazionale italiana). Affermazione peraltro
severamente censurata e criticata dagli storici patriottardi. Così si
spiega la sua opposizione di fondo alle imprese garibaldine e il
malcelato tentativo di ostacolare la risalita della Penisola da parte
delle camicie rosse. Così si spiegano anche gli accordi di Plombières.
Così
si spiega, infine, il mandato che egli conferì – una volta confermato
alla guida del governo, dopo le elezioni del gennaio 1861 e la
proclamazione del regno d’Italia – al suo ministro degli Interni, il
bolognese Marco Minghetti, di elaborare un progetto di unificazione
amministrativa basato sul più ampio decentramento. Progetto, quello di
Minghetti, profondamente innovativo e senza pari nel contesto europeo
che– attraverso accordi consortili permanenti tra province affini –
prevedeva la nascita di sei macroregioni, intese quali corpi intermedi
tra lo Stato e le amministrazioni locali. Conseguita l’unità
politica della Penisola, Cavour e Minghetti erano infatti convinti che
a tutte le realtà territoriali dovessero essere riconosciute e
accordate l’autonomia e l’autogoverno, quanto meno dal punto di vista
amministrativo. In particolare al Meridione – così distante dal Nord –
era opportuno conferire la più ampia libertà, da intendersi come
strumento di governo e di educazione civica, per favorire un
generalizzato ricambio della classe politica e della classe dirigente,
compromessa con il passato. In tal senso, Cavour rassicurò il deputato
palermitano Giacinto Carini al quale garantì che la Sicilia avrebbe
potuto contare infatti sull’adozione – scriveva lo statista piemontese
– “di un sistema di larghissimo discentramento amministrativo”. E che
il nuovo Parlamento avrebbe riconosciuto i bisogni di tutte le
“popolazioni italiane” rappresentate, senza trasformarsi in una
“tirannia centralizzatrice”. Purtroppo non è andata così. E il conto lo
stiamo pagando ancora oggi.
Di
passaggio a Torino nel 1911, l’allora ventiduenne Giorgio De Chirico
dipingerà un quadro dal titolo Malinconia torinese. Era la città dei
Colloqui di Guido Gozzano, che l’avrebbe definita “moritura”. Cadeva in
quell’anno il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ormai da
tempo perduti i gradi di capitale del Regno, prima a favore di Firenze,
poi di Roma, la città aveva effettuato un’importante scelta di campo,
spiccando una tratta sulla modernizzazione per reinventarsi quale luogo
privilegiato dello sviluppo industriale, tecnologico e produttivo del
Paese. Questa identità si sarebbe definita nel primo decennio del
Novecento, quando la città della Mole s’imporrà come centro nevralgico
del decollo industriale italiano. Nel 1911 salì al governo – per
la quarta volta – lo statista di Dronero, Giovanni Giolitti. La
popolazione ammontava a poco più di 36 milioni di abitanti, dei quali
poco più di 17 (cioè il 47%) rappresentavano la popolazione attiva, 19
la popolazione non attiva. Il 58,4% della popolazione attiva era
impiegata nell’agricoltura, il 25 nell’industria e il 23 nel terziario
(il 12% nella pubblica amministrazione). Il giubileo della patria
(1861-1911) venne celebrato con un’ambiziosa esposizione internazionale
dell’industria e del lavoro, a Torino, epicentro della ricorrenza
storica. All’iniziativa torinese furono affiancate un’esposizione
etnografica delle regioni e una rassegna d’arte, a Roma; una mostra del
ritratto e un’esposizione di floricoltura a Firenze. Archiviati il
fascismo e la monarchia, fondate la repubblica e la democrazia, nel
1961 il Paese era nel pieno di quel decollo economico, che avrebbe
profondamente inciso nella sua struttura sociale, tuttavia aggravando
la spaccatura fra Nord e Sud. Una spaccatura profonda che, per certi
aspetti, negava l’idea stessa di un miracolo economico
‘nazionale’. La
crescita aveva infatti coinvolto solo una parte del Paese, le regioni
settentrionali. Il reddito, al Nord, era circa due volte e mezzo
rispetto a quello del Sud, che si svuotava per effetto
dell’emigrazione. Il Pil volava a sfiorare il nove per cento. Oltre
quattro milioni di italiani utilizzavano l’apparecchio telefonico,
quasi seimila quello radiofonico, la metà circa la televisione. Tre
milioni di italiani circolavano in automobile e circa mille al giorno
se ne andavano all’estero in cerca di lavoro. Anche la scolarità
cresceva: in dieci anni gli studenti erano raddoppiati. Più di due
milioni andavano oltre le scuole elementari; a trecentomila circa
ammontavano gli studenti universitari. Era l’anno in cui s’incominciò a
costruire il muro di Berlino e scoppiò la crisi cubana; era l’anno in
cui cadeva anche il centenario dell’Unità d’Italia. A Palazzo Chigi
c’era Amintore Fanfani, che apriva alla sinistra, grazie anche
all’intesa con il socialista Pietro Nenni, che – dal canto suo – aveva
rotto definitivamente con il Pci. Le celebrazioni del centenario
1861-1961 si svolsero tra Firenze, Genova, Trento, Ragusa, Cagliari e
Perugia. Ancora una volta, l’epicentro delle manifestazioni era la
città della Mole, che aveva guidato il processo risorgimentale,
nell’Ottocento, e poi lo sviluppo economico e produttivo nel corso del
Novecento. Torino ospitò una mostra storica sull’Unità d’Italia, una
mostra sulle Regioni italiane e una mostra internazionale del lavoro.
Fu un democristiano, il ministro del Bilancio Giuseppe Pella, a
presiedere il Comitato Italia ’61. Ricorrendo ampiamente all’uso delle
nuove tecnologie della comunicazione (radio e tv di Stato) si
celebravano così i successi della storia d’Italia e lo sviluppo
economico, ma anche la stentata omologazione culturale e linguistica
degli italiani. Perché queste rapide ricostruzioni del 1911 e del
1961? Per dimostrare che dietro i progetti celebrativi del
cinquantenario e del centenario si potevano individuare due idee
‘forti’: lo sviluppo tecnologico e produttivo per quanto attiene alla
ricorrenza del 1911; la crescita economica e sociale per quanto
riguarda la ricorrenza del centenario. Dietro gli appuntamenti con la
storia e l’organizzazione delle celebrazioni si rinvenivano due idee
forti, peraltro legittimate dalla realtà delle cose e dalle dinamiche
dei decenni immediatamente precedenti le due circostanze cronologiche
d’inizio Secolo e degli anni Sessanta. All’alba del Novecento
l’industrializzazione e nel 1961 il boom economico: si trattava di due
elementi oggettivi che caratterizzavano il volto politico ed
econonomico, culturale e sociale del Paese. Per contrasto, quello
che manca, anche nel documento recentemente elaborato dal Comitato dei
Garanti del 150mo anniversario dell’Unità quale contrappunto al
progetto governativo inoltrato a suo tempo dal ministro Sandro Bondi, è
proprio un’idea forte. È del resto pressoché impossibile trovare gli
elementi cui ancorare le celebrazioni. Basta consultare gli ultimi dati
dell’Istat. Nel corso del 2008 il Paese ha superato il 60 milioni di
abitanti (esattamente mezzo secolo dopo aver superato i cinquanta, nel
1959). Ma la popolazione italiana diminuisce a favore di quella
straniera, che ammonta ormai a circa tre milioni e mezzo (nel 1961 era
appena 62.780). Gli stranieri, al centro-nord, sono circa il dieci per
cento. L’indice di vecchiaia (127,1: è il rapporto tra la popolazione
dai 65 anni in su con la popolazione sino ai 14 anni d’età, ogni cento
abitanti) ha subito un’impennata; il numero medio di figli per donna
(1,41) è calato, pur in larga parte sostenuto dalle donne immigrate, e
il saldo di incremento naturale della popolazione è fortemente negativo
(-8,5%). L’indice di litigiosità nelle regioni del sud è ancora molto
elevato, così come lo sfruttamento della prostituzione e la malavita,
l’evasione e la corruzione. Gli occupati nell’agricoltura non
raggiungono il quattro per cento, quelli nell’industria sono circa il
trenta per cento, mentre il 66% lavora nei servizi. Il tasso di
disoccupazione è preoccupante – circa il sette per cento – ed è
destinato a crescere, così come il debito pubblico (intorno al 120%
rispetto al Pil). Di fronte a questo quadro – che non affonda certo le
proprie radici nel presente, ma rappresenta l’esito delle dinamiche
degli ultimi trent’anni (almeno), cioè dagli anni Ottanta in qua – su
quale idea forte si possono impiantare le celebrazioni del 2011? Nel
documento del Comitato dei Garanti s’afferma che le celebrazioni del
centocinquantenario dovrebbero puntare alla «valorizzazione del
patrimonio di identità e di coesione nazionale che gli italiani hanno
maturato nella loro storia e nel corso della loro esperienza di Stato
unitario», nel segno della «continuità di ideali» che va dal
Risorgimento alla Resistenza alla Costituzione. Occorre insomma
studiare il «farsi, articolarsi, consolidarsi» dell’identità italiana.
E
tuttavia, recenti sondaggi rivelano – in tal senso – dei dati che
dovrebbero farci riflettere. La storia – l’idea, quindi, di un passato
comune che poggia su valori condivisi – viene ritenuto un elemento
identitario essenziale solo dal cinquanta per cento degli italiani. Ciò
significa che l’altro cinquanta per cento non ritiene la storia un
elemento essenziale dell’identità italiana. La cultura raccoglie il
47%, la mentalità collettiva il 43, l’eno-gastronomia il 39, le
tradizioni nazionali il 32, la lingua il 25, l’idea di Stato (cioè le
istituzioni) il 24, le virtù civiche l’11%, la religione il dieci. Per
contro, il 76% – cioè tre italiani su quattro – individua nella piccola
patria un valore fortemente identitario. L’unità nazionale viene
ritenuta un bene rinunciabile (48%) o modificabile (22%) – quindi un
valore assai discutibile – da circa il settanta per cento della
popolazione. Sette italiani su dieci, insomma, non credono più
nell’unità nazionale: questo è il dato davvero forte. Questo è il dato
da porre al centro delle celebrazioni del 150 anniversario della
dis-Unità. È inutile girarci attorno e dissimulare la verità.

I
giorni che portano alla festa del Natale sovente s'accompagnano a due
cattive condotte che, specie in questo periodo, deturpano la nostra
bella fede cristiana: trattasi del consumismo e del buonismo. Quanto al
primo, il consumismo, basti osservare come il Re dei re, il Redentore,
il Dio si fece uomo offrendosi al mondo nella luce dell'umiltà.
Consideriamo quanto il Natale della Mangiatoia sia distante da quello
nostro: quei regali che dovremmo fare per ricordare i doni dei Magi al
divin Bambinello... è Gesù che celebrano o la nostra vanità? E se
questo primo vizio è assai riconoscibile alla nostra coscienza, il
secondo, il buonismo, risulta più insidioso perchè più dell'altro si
maschera dello spirito natalizio. Quanto altruismo male indirizzato,
quanta indebita indulgenza, quanto languido sentimentalismo ci
allontano dalla corretta carità cristiana che è amare il prossimo sì,
ma solo e sempre per amore di Dio! Il Signore, nel Vangelo, ammonisce
che chi ama qualcuno più di Lui, non è degno di Lui. Orbene, la carità,
per piacere a Dio, deve essere ordinata a due inscindibili fattori: la
Sua maggior gloria e il bene del prossimo. Quanti, dunque, si
mostrassero benevoli nei confronti di nemici della nostra fede o della
nostra civiltà o della comunità, compirebbero della falsa bontà,
piuttosto trattandosi di comportamento riprovevole. Tale condotta di
effimera bontà priva del suo vero scopo, prende l'appellativo di
buonismo. Occorre, difatti, tenere a mente che certa pretesa bontà può
essere fatta "senza Dio", persino contro di Lui (quanto filantropismo
laicista intende orgogliosamente onorare l'uomo al posto del suo
Creatore!), e per tali ragione deve apparire riprovevole agli occhi del
buon cristiano. Così, l'allora vescovo di Como Maggiolini, dotto e
prudente, redarguì i padri Somaschi che avevano aperto l'oratorio alla
preghiera dei mussulmani, pubblicamente bollandoli come "tonti". Questi
sconsiderati, per una falsa bontà, si spinsero temerariamente sino a
favorire gli adepti di una credenza che da secoli ci minaccia e causa
lo spargimento di sangue cristiano, e che offende il Dio Uno e Trino,
disconoscendo la divinità di Gesù. Come deve condursi, dunque, il
cristiano per essere buono senza contaminarsi col buonisno? Il Vangelo
ci ammaestra a perdonare al nemico e fargli bene, la Dottrina della
Chiesa da sempre ci illustra quali obblighi discendano al buon
cittadino da questo dovere. Innanzitutto occorre il discernimento:
distinguere cioè tra i nostri nemici personali e quelli di Dio e della
comunità. In due casi soli, spiega S. Tommaso, possiamo senza peccato
non amare il nemico: il primo, quando detto nemico fosse cittadino di
cattiva coscienza e di condotta pericolosa e pessimo esempio. In tal
caso, non solo non è opportuno amarlo bensì occorre desiderarne la
punizione o l'allontanamento, e questo (si badi bene!) non per suo odio
e inimicizia propria, ma per il bene pubblico. Il secondo caso, è
quando si vedesse che nell'aiutare il prossimo (che è ciascuno, anche
la persona avversa, per vincolo della carità) si portasse pericolo a sè
stessi, cioé danno grave nella persona propria. In tal caso non si è
obbligati ad un simile altruismo, poichè prima caritas incipit a se
ipso (la prima carità comincia da sè stesso). Solo in questi due casi
non siamo tenuti ad aiutare il prossimo, ma in ogni altro è d'obbligo
farlo e pregare per lui, e non facendolo si peccherebbe mortalmente.
Buono e Santo Natale a tutti.
Sul
Corriere della Sera del 2 novembre 1998 era stato pubblicato con grande
rilievo un editoriale di Ernesto Galli della Loggia titolato “Feste,
fantasmi e zucche vuote”. L’illustre
giornalista esordiva con un accorato interrogativo patriottico: “Perché
degli italiani, giovani ma anche meno giovani, decidono a un
tratto di mettersi a festeggiare Halloween sì che improvvisamente non
solo le città ma anche i borghi più riparati della Penisola (ne sono
stato testimone diretto) si riempiono improvvisamente di zucche, di
streghe e di folletti? Perché degli italiani, giovani ma anche meno
giovani, che probabilmente neppure si ricordano più di che cosa sia la
Befana e che ancora più probabilmente non hanno mai saputo cosa siano i
fuochi di San Giovanni, decidono invece che fa proprio al caso loro una
festa celtica importata dagli irlandesi negli Stati Uniti? Perché tutto
ciò che non si presenta con connotati italiani può, in Italia, contare
sempre su un’attenzione immediata e spesso su un successo travolgente?”
(1) Proseguiva
poi sullo stesso tono di dramma nazionale lamentandosi che una festa
come Halloween (pericolosamente straniera nel nome e nel significato)
possa rischiare di soppiantare ricorrenze più banali ma sicuramente più
patriottiche. Queste preoccupazioni tricolori assillano da un po’ di
tempo il Galli della Loggia che sembra avere preso molto a cuore i
sacri destini della patria, al punto di essersi gettato nella
spericolata avventura di dirigere per la casa editrice bolognese
de Il Mulino una collana editoriale chiamata con spavalda originalità
“L’identità italiana”. Nella fondamentale opera sono già comparsi
illuminanti saggi sull’Altare della Patria, su Amedeo Nazzari, su Coppi
e Bartali, e su “La pasta e la pizza”. Sono poi annunciati con una
certa enfasi titoli come: “Mina”, “L’autostrada del sole” e -
naturalmente - “La mamma”. In
perfetta coerenza con questo profluvio di languore patriottico
italiano, il Galli della Loggia (che porta nel suo stesso cognome tutta
la sofferenza dell’intellettuale impegnato nel tenere insieme una
improbabile e artificiale identità nazionale, sempre in bilico fra
pericoli celtisti e sicurezze massoniche) non poteva non evocare
l’autarchico sapore deamicisiano della Befana e dei fuochi di San
Giovanni per contrastare le zucche di Halloween, che spaventano tanto
l’italianità di tanti intellettuali convertiti al patriottismo
tricolore di regime. L’eccessivo
fervore, tipico di tutti i neofiti, però gli ha fatto prendere almeno
un paio di cantonate. La
prima riguarda le antiche origini di tutti i riti che menziona nel suo
accorato articolo: fuochi, Giobianne e zucche illuminate discendono
dalla stessa matrice precristiana e sono profondamente incistati
nell’immaginario collettivo che la cultura celtica ha lasciato alla
nostra gente. La
seconda tavanata tocca nello specifico la tradizione di Halloween, di
Samain e del rapporto con il mondo dei morti. Non è una tradizione
estranea alla nostra cultura, come dice il Della Loggia. Tutta la
Padania è ancora oggi piena di tradizioni antiche come il mondo che
hanno a che fare con il pane dei morti, con le cene apparecchiate per i
morti, con le castagne lasciate sul davanzale o sul tavolo per i morti,
eccetera. Da sempre e in tutti i nostri paesi la prima notte di
novembre continua a essere il momento di apertura della porta che
collega il mondo dei vivi con quello dei morti. E’ Samain, il capodanno
celtico, che la Chiesa ha adottato e cristianizzato con Ognissanti e
con la ricorrenza dei defunti. Ma
non basta. La tradizione della zucca scavata a forma di testa e
illuminata dall’interno non è soltanto parte del folklore irlandese. Di
questo argomento si è parlato a Radio Padania Libera e sul quotidiano
La Padania chiedendo agli ascoltatori e ai lettori di raccontare di
usanze simili eventualmente presenti nei loro ricordi o nelle usanze
ancora vive dei loro paesi: solo nel giro di un paio di settimane sono
arrivate decine di segnalazioni di riti, analoghi fra di loro, che si
svolgevano (e che si svolgono) in tutti gli angoli della Padania. A una
serie di immagini comuni sempre presenti si sommano di volta in volta
elementi diversi circa la collocazione delle zucche, il loro rapporto
con gli ambienti domestici o gli alberi, l’usanza della questua di
soldi o dolciumi, l’esatta collocazione del rito durante l’arco della
giornata, eccetera. La collocazione geografica delle segnalazioni
pervenute è stata riportata su una carta, sulla quale è segnata anche
l’area approssimativa di copertura della radio che coincide ovviamente
con la più parte delle segnalazioni. (Fig.1) Origini e simbolismi - L’anno
celtico era suddiviso e cadenzato da quattro ricorrenze più importanti,
dette “feste del fuoco”: Samain (1° novembre), Imbolc (1° febbraio),
Beltane (1° maggio) e Lugnasad (1° agosto). Samain
(o Samhain, Samuin, o Samhuin) era la più importante, essa cadeva nel
mese lunare segnato sul calendario di Coligny col nome di Samonios (“Il
tempo della fine dell’estate”) e costituiva anche il Capodanno, col
quale finiva la metà “chiara” dell’anno e cominciava quella “scura” ed
era perciò simbolo di morte e di rinascita. La datazione coincideva con
il sorgere delle Pleiadi ma era anche legata con una certa evidenza al
ciclo pastorale: secondo T.G.E. Powell il nome stesso di Samain
significherebbe “riunione” e sarebbe legato al momento di riconduzione
degli animali nei ripari invernali e alla macellazione per l’inverno.
(2) Era perciò un periodo nel quale si doveva fare grande consumo di
carni che non potevano essere conservate. Era
in ogni caso la ricorrenza più importante dell’anno: era il giorno
delle grandi adunanze popolari e delle assemblee delle comunità, era
perciò in tutti i sensi il momento della “riunione” e della
congiunzione fisica e simbolica. Avveniva la “morte rituale” del re,
era il giorno in cui terminavano i mandati elettivi e venivano eletti
in nuovi capi, vi si tenevano riti propiziatori dei raccolti futuri con
la simbolica uccisione dello “spirito del grano” dell’estate. Era il
giorno della scadenza e del rinnovo dei contratti e degli affitti, che
si è conservato nel San Martino cristianizzato, il successivo 11
novembre, alla fine del periodo dei festeggiamenti di Samain. Vi si
tenevano giochi, discussioni, tornei, cerimonie religiose, banchetti
rituali per invocare l’abbondanza, e festini dove l’allegria e
l’ebbrezza erano di rigore.(3) Si riteneva che nella notte fra il 31
ottobre e il 1° novembre avvenisse anche l’amplesso rituale fra il dio
padre Dagda e la dea madre Morrigan. (4) Era il momento della
congiunzione fra i due anni (il vecchio e il nuovo) e fra i due mondi
(il visibile e l’invisibile) senza però appartenere né all’uno né
all’altro. “Il capodanno celtico era un giorno al di fuori del tempo e
dello spazio, tanto da permettere agli avi defunti, agli uomini
viventi, ai discendenti che dovevano ancora nascere e alle creature non
umane (dei, fare, demoni, elfi eccetera) di mostrarsi nel mondo e di
incontrarsi.” (5) In quel momento dell’anno si
abbattono le barriere fra il mondo visibile e quello invisibile che
entrano in comunicazione: gli abitanti dell’Altro Mondo possono fare
irruzione sulla faccia della terra, ma gli umani possono entrare per un
po’ nel dominio degli dei, degli eroi, e dei defunti. I
festeggiamenti di Samain solitamente non duravano solo lo spazio
di una giornata, ma come tutte le feste celtiche avevano inizio una
settimana prima del giorno indicato, trovavano il culmine il 1°
novembre e proseguivano per almeno una settimana dopo, di solito fino
al giorno 11. Per
secoli la Chiesa cattolica ha cercato di eliminare queste feste pagane,
ma alla fine ha dovuto rassegnarsi alla loro forza e al loro profondo
radicamento nell’animo popolare. Le ha solo in qualche modo esorcizzate
cristianizzandole: Imbolc è diventato la Candelora, Beltane il
Calendimaggio, e Lugnasad San Lorenzo. Samain
è diventata la festa di Ognissanti e dei Morti, due ricorrenze distinte
che ne hanno inglobato ed esorcizzato le due valenze più importanti (il
legame con gli “spiriti santi” e con i defunti) e che hanno cercato di
marginalizzare e di eliminare ogni riferimento e segno di panteismo
celtico (il contatto con il “piccolo popolo” e l’idea di libero
transito fra i due mondi). Samain era una festa sostanzialmente allegra
(come tutte le feste celtiche): Ognissanti è ancora una festa gioiosa e
solo la vicinanza con il 2 novembre la fa diventare mesta acquisendo
una tristezza tutta meridionale, sconosciuta al mondo europeo più
antico. Il rapporto con la morte dei popoli celtici era sereno, quasi
scanzonato: la paura della morte, dei morti e dei cimiteri è merce di
importazione mediterranea. Fino a gran parte del Medioevo i cimiteri
erano spazio “normale” della vita comunitaria: in molte ricorrenze ci
si andava per “stare con i morti”, banchettare e fare festa con loro.
Nel 1231, il concilio di Rouen proibisce di danzare nel cimitero o in
chiesa, pena la scomunica. Un altro concilio, nel 1305, proibisce di
danzare nei cimiteri, di giocarvi a qualunque gioco, vieta ai mimi, ai
giocolieri, agli esibitori di maschere, ai musicanti, ai ciarlatani di
esercitarvi il loro mestiere. Analoghi divieti continuano essere
emanati un po’ ovunque fino alla fine del XVII secolo. (6) Di
quelle antiche consuetudini resta l’uso di portare fiori sulle tombe:
“In quei giorni di freddo autunno i Celti portavano nei cimiteri fiori
a profusione - forse secchi, forse coltivati in serre - per alludere
all’aldilà come paradiso”. (7) La
parte allegra dell’antica Samain si è mantenuta in Halloween, la festa
che nei paesi irlandesi e anglosassoni precede Ognissanti. La sera del
31 ottobre allegre brigate (soprattutto) di bambini si mascherano e
visitano chiassosamente le case del paese per chiedere dolci e regali,
in mancanza dei quali faranno schiamazzi o imbratteranno di schiuma di
sapone i vetri delle finestre. Il segno di andare in giro mascherati da
mostri, streghe e folletti, riprende l’antica pratica del travestimento
rituale utilizzata dagli sciamani che, ponendosi al di fuori delle
regole conformistiche della società e assumendo le sembianze di esseri
soprannaturali, si mettevano in comunicazione con la realtà spirituale.
La forza simbolica di questa tradizione è tale che neppure i
Protestanti, nella loro furia iconoclasta e anti-pagana, si sono
azzardati a tentare di cancellarla ma l’hanno inglobata nei loro riti.
In talune parti dell’Europa settentrionale (Frazer cita il caso
dell’isola di Man) il 1° novembre è stato considerato il primo giorno
dell’anno anche fino agli inizi del XX secolo. (8) Il
termine Halloween è, molto significativamente, la contrazione di All
Hallowed Souls (“tutte le anime sante”) o di All Hallows’ Eve (“sera di
tutti i santi”). Il
segno più popolare, noto e diffuso di questa notte di unione fra i
mondi è una zucca svuotata, intagliata e contenente una candela accesa,
che è detta “jack-o’-lantern” nei paesi anglosassoni e - come vedremo -
lümera in Padania. In taluni casi assieme alle zucche vengono anche
usati ravizzoni (in Scozia) e grosse rape (Canton Ticino). Si tratta in
ogni caso di figurazioni che imitano nella forma e nelle fattezze dei
teschi: grandi orbite, apertura nasale e bocche aperte in cui sono
evidenziati i denti. E’ una sorta di ridicolizzazione e di
demistificazione della morte, un messaggio che suona del tutto normale
in una festa che afferma l’intercomunicazione fra due mondi dei vivi e
quelli dei morti. La testa tagliata aveva - come è noto - una grande
funzione rituale e simbolica presso i Celti che conservavano i capi
recisi degli avversari più valorosi e delle persone più importanti
ritenendo che la testa fosse la vera sede dell’anima e che, così
facendo, si potesse trattenere presso di sé o appropriarsi delle
caratteristiche migliori del morto. Le teste, scarnificate o conservate
in vasi di olio, venivano tenute presso templi o abitazioni, quasi
sempre in posizione dominante o agli ingressi degli edifici. (9)
“Usavano anche accatastare teschi perché si pensava che il morto
appartenesse, per un certo tempo, a entrambi i regni: per quanto
nessuno poteva dirlo.“ (10) Il rispetto che gli veniva tributato
consentiva al cranio “di profetare a beneficio dei rimasti in vita.
Egli poteva inoltre, se riverito, irradiare su di loro certe energie
paradisiache... L’ossario con i suoi teschi accatastati è più che una
forma di sepoltura. La vicinanza dei teschi è tale, come dice Yeats,
che la loro ombra dall’aldilà cade sui vivi.” (11) Il
rispetto per le teste tagliate impediva (e impedisce) che esse
potessero essere impiegate per azioni fortemente simboliche ma
sostanzialmente dissacranti come quelle delle feste e delle burle di
Samain. I teschi degli ossari venivano dipinti con colori rituali ed
erano al centro delle cerimonie religiose ma solo dei loro surrogati
potevano andare in giro ed essere impiegati in azioni giocose.
L’utilizzo irriguardoso delle teste tagliate vere era uno dei geis
(tabù) più terribili e rispettati delle comunità celtiche. Questo
spiega il successo e la incredibile durata nel tempo dell’uso giocoso
delle zucche intagliate a testa di morto. Caratteri delle lümere padane - Nella
pur rapida ricerca effettuata sulle lümere impiegate in Padania sono
emersi con grande chiarezza tutti i caratteri presenti nelle analoghe
manifestazioni anglosassoni. Risulta
sicuramente primario il rapporto con la notte del 1° novembre e, molto
spesso con i giorni che lo precedono e lo seguono. In un caso il rito
ha addirittura inizio alla fine di settembre (12) e in un altro è
stato indicato con sicurezza che continuasse fino all’Epifania. (13) Si
è trovata una sola testimonianza, raccolta a San Daniele del Friuli
(UD), di lümere impiegate in altro periodo, collocato a metà estate. L’antico
legame con banchetti rituali, libagioni e pasti da consumare con i
defunti è confermato dalla grande resistenza delle usanze di
confezionare dolci speciali (detti localmente “pan dei morti”, “ossa
dei morti”, eccetera) e di apparecchiare la tavola per i morti la sera
del 1° novembre che si riscontrano un po’ ovunque. Sulla condivisa
ritualità si sovrappongono diversi dettagli locali sempre però
caratterizzati dall’impiego di cibi semplici e poveri: si tratta a
volte di scodelle di latte e castagne (14), piatti di caldarroste e
bicchieri di sidro (15), fino a semplici recipienti di rame riempiti
d’acqua per placare la “sete dei morti”. (16) La
preparazione delle lümere segue linee estremamente omogenee. Si tratta
innanzitutto di una incombenza sempre affidata ai bambini e sotto la
direzione degli anziani. La zucca viene svuotata, vengono incisi i
buchi degli occhi, del naso e della bocca e vi viene introdotta una
candela. I diversi dettagli estetici sono solo in funzione dell’abilità
dei giovanissimi esecutori: tutti gli intagli possono essere
semplicemente triangolari o più artisticamente arrotondati. Nei casi
più elaborati, la bocca viene arredata con l’inserimento di stecchini o
di semi infilati in forma di denti. Alcune testimonianze indicano che
qualche volta venivano realizzate anche delle orecchie, fatte con semi
di granoturco, penne di galline, pezzi di formaggio o scampoli di
stoffa. (17) Le
zucche sono spesso utilizzate per fare scherzi, per spaventare i
bambini (18), le donne che si recano al lavatoio (15), le vecchiette
che vanno al cimitero (19), lungo i sentieri e negli angoli più bui.
Altre volte sono tenute in mano e portate in processione da giovani e
meno giovani (20), portate in giro dai ragazzi infilate su bastoni
(21), condotte bussando casa per casa per spaventare la gente (12) o
tenute in mano e portate per strada da ragazzi coperti da teli bianchi
a mo’ di mantello. (22) Oltre
che per spaventare la gente e organizzare burle, le lümere
vengono anche collocate lungo le strade, vicino alle chiese e ai
cimiteri per “illuminare la strada alle anime” (16) e far loro
ritrovare il cammino da un mondo all’altro. Esse hanno anche funzione
decorativa: la sera del 31 ottobre vengono accese dai bambini di
casa (23) e poste sui davanzali delle finestre, sui balconi,
sulla porta di accesso, sui piloni dei cancelli (22), sui muretti
attorno alla casa. (24) In alcuni casi, la loro funzione estetica
assume proporzioni notevoli: zucche illuminate di medie
dimensioni erano messe a Cosseria (SV) a tutte le finestre di casa e
una molto più grande davanti alla porta principale (18); a Pisa
erano posizionate “ad effetto” lungo tratti del muro d’Arno. (12)
A Manerbio (BS) e nelle campagne del Canavese venivano appese ai rami
degli alberi. Una particolare concentrazione di simboli si trova in
alcune delle usanze friulane: i semi raccolti nell’operazione di
svuotamento della zucca venivano conservati per la semina dell’anno
successivo (passaggio da un “tempo” all’altro), le candele venivano
lasciate accese tutta notte per sciogliere e rendere più dolce e
gradevole la polpa rimasta all’interno che serviva da nutrimento per i
morti, in ogni casa si preparava una zucca per ognuno dei morti che si
volevano ricordare (a volte si lasciava infilata nella zucca una
lettera a loro destinata) e la mattina si controllava dallo spostamento
degli oggetti se le anime erano effettivamente passate e se avevano
gradito l’accoglienza. (17) L’impiego
sistematico delle lümere è continuato, secondo quasi tutte le
testimonianze raccolte, con grande vigore fino agli anni ’50 e ha
da allora continuato ad affievolirsi. Ha ritrovato una certa fortuna in
tempi più recenti grazie all’acquisizione di abitudini di importazione
americana di cui si è però smarrito l’antico legame con la nostra
tradizione. Gli
impieghi più ricorrenti sono riportati sulla Fig.4. Secondo
gran parte delle testimonianze raccolte, le zucche scavate e illuminate
venivano chiamate lümere in Lombardia, in Emilia e in Piemonte, lumere
nel Veneto Occidentale, lumazze nel Polesine e in Romagna. E’ stata
anche raccolta testimonianza di alcune limitate varianti locali che le
indicano come teste da mort a Biella, e mortesecche a Lucca. Si
tratta, soprattutto in questi ultimi casi, di denominazioni che
rafforzano il legame con l’originario simbolismo delle teste tagliate
dei Celti.
La
raccolta dei dati non è certo stata caratterizzata da grande
sistematicità dal momento che è stata fatta soprattutto fra gli
ascoltatori di Radio Padania Libera la cui copertura del territorio
interessato è solo parziale, come indicato dalla Fig.1. I riferimenti
alle altre aree sono il risultato delle segnalazioni di ascoltatori da
lì originari o di lettori del quotidiano che si sono presi il disturbo
di dare testimonianza per lettera o fax. (24) Ad
un certo punto del citato articolo di Ernesto Galli della Loggia si
dice che Halloween e le sue zucche non hanno nulla a che vedere con
l’Italia. Almeno su questo ha tutte le ragioni: le lümere sono una
bella espressione di antico celtismo e di ritrovata padanità.
Il
fatto che il nuovo polo scolastico comunale di Adro sia stato
intitolato a Gianfranco Miglio e decorato con centinaia di Sole delle
Alpi, se da un lato ha scatenato una prevedibile reppresaglia
centralista romanofila, dall'altro è stata un'occasione per ricordare o
far scoprire all'opinione pubblica padana e non che il Sole delle Alpi
non è un simbolo inventato dalla Lega, non è il suo simbolo elettorale,
ma è un elemento decorativo con un'origine
antichissima, per
molti versi misteriosa. Lo si può trovare prevalentemente in Padania e
nelle regioni alpine, ma anche in altre regioni d'Europa e persino in
medio ed estremo oriente. Riportiamo qui di seguito
un brano redatto dall'Associazione Culturale "Libera
Compagnia Padana" che parla dell'origine e del significato di
questo simbolo: "Graficamente,
il Sol è costituito da sei petali disposti all'interno di un
cerchio il cui raggio fornisce la cadenzatura dell'intera
costruzione. Il segno è
estremamente famigliare e la sua presenza è tanto
continua e quotidiana da farne forse dimenticare i
molteplici significati più antichi e profondi. In realtà, esso
è un autentico
concentrato di simbologie dotate di grande forza: infatti è
contemporaneamente sole,
cerchio, ruota, fiore, segno religioso e -
naturalmente - la loro intricata commistione e
sommatoria di valenze. Il suo nome più usato
ripropone il più evidente dei suoi
significati: quello di segno solare. Da sempre le rappresentazioni
grafiche più diffuse del sole sono un cerchio, un
cerchio circondato da raggi, un cerchio con un
punto
centrale e la cosiddetta "ruota solare", cerchio suddiviso
in quattro parti ("croce celtica"), in sei, otto
o più parti. La sua personificazione mitologica più antica è Lug ("il
luminoso")
che anche detto Grianainech ("faccia di sole") e la
cui immagine è all'origine di tutti i
soli rappresentati come visi umani circondati da raggi
che sono
comuni nell'iconografia dell’intera area alpina. Nella
tradizione celtica, il sole non rappresenta solo la luce e
la brillantezza ma anche tutto ciò che
è bello, piacevole e splendido. I testi gaelici indicano spesso il sole
con la
metafora "occhio del giorno"; in irlandese occhio
si dice sul, presentando una straordinaria similitudine
(soprattutto
fonetica) col termine bretone e padano che indica il sole. E'
questo un legame che riporta a intriganti accostamenti con la
simbologia cristiana (ma anche orientale) e nella quale il
Cristo è spesso indicato come Sol justitiae o come Sol invictus.


Assai interessante è anche la
coincidenza di una delle
figurazioni del sole più comuni e diffuse (cerchio con punto centrale)
con un segno
di
rappresentazione femminile (segno di sesso
femminile, di
fecondità, della Terra Madre) che riporta al fatto che il
sole
nelle lingue celtiche e germaniche (e in tutte le lingue
indoeuropee antiche) sia di genere femminile. Di derivazione
solare è anche la rappresentazione della ruota,
presente in
tutte le simbologie più antiche. Essa si rapporta al mondo del
"divenire" e della creazione continua attorno a un centro immobile. Essa simboleggia anche un luogo
sacro (nemeton) circoscritto e
difeso che benissimo si adatta alla terra padana racchiusa dai mari e
dai monti (e un
tempo nota come
“Terra di mezzo”) e gravitante su un centro fisico e sacrale: l'etimo
di Milano va possibilmente ritrovato secondo
alcuni non solo in Mediolanum ma anche in
Medionemeton. Il legame solare della ruota è
evidente: nel solstizio d'estate
ruote infuocate venivano fatte rotolare giù dai monti in un rito
che ricorda la "ruota di fuoco" celtica e la sua doppia
rotazione. La ruota è attributo di Taranis ("dio
della
ruota") ed ha la stessa funzione del fulmine di
Giove: ancora un simbolo solare che si
connette con
le coppelle, con le "pietre di tuono" e con tutto l'universo
simbolico delle incisioni rupestri alpine. Non è infatti un caso che
incisioni di ruote si trovino lungo tutto
l'arco
delle Alpi. Sul calderone di Gundestrup è rappresentato un guerriero
("servitore della ruota") che tiene sollevata
e fa girare la ruota cosmica. Sullo stesso calderone
si trova
riprodotto anche il Sole delle Alpi. Legato alla ruota è il significato
di rotazione che accomuna una vastissima gamma di
segni
antichissimi: dal triscele (triskel) allo svastica,
soprattutto nella sua versione basca di Lau buru ("quattro
raggi"). In questo caso la connessione con il Sol
non è di tipo grafico (il Sole
delle Alpi non ha
segni di rotazione) ma può essere ritrovata nel suo processo
costruttivo che
avviene mediante successive puntature del compasso sulla circonferenza,
che producono un
doppio moto
rotatorio: quello del compasso e quello della punta
sulla
circonferenza originaria. 


In alcune culture locali, il Sol è
anche chiamato "Fiore delle Alpi" o "Margherita a sei petali" per il
suo aspetto che richiama
rappresentazioni stilizzate di crisantemi o di fior di
loto che sono però - ancora una volta - simboli solari. I fiori infatti simboleggiano
l'energia
vitale, la gioia di vivere, la fine dell'inverno. Un segno
così
carico di metafore come il Sol non poteva non avere
anche
profondi significati religiosi o essere ripreso da simbologie
cristiane. Risulta
facile e
immediato il suo accostamento grafico - mediato
dalla simbologia solare e da quella della ruota - con il Chrismon,
monogramma formato
dalle iniziali greche di Cristo, X (chi) e P (rho).
Questo
somiglia (e forse deriva) dalla runa hagal che significa
"contenere il tutto". La ripartizione in sei non può poi
non far venire
in mente anche il "Sigillo di Salomone" o il Maghen David
("Stella di Davide"). Questo ultimo elemento porta
a fare
alcune considerazioni sul sei, un numero non in
sè ricchissimo di valenze simboliche: è infatti
quasi solo
ricordato per la creazione del mondo, definita Hexaemeron ("Opera dei
sei giorni"). La
sua importanza cresce invece di molto se lo si intende come il doppio
di tre o come la
sommatoria dei primi tre numeri (1+2+3). Il tre è numero sacro per
eccellenza, in particolare presso la
cultura celtica: qui è nato il concetto religioso di triade e di
trinità che è poi passato al Cristianesimo. Come
rappresentazione
simbolica, il Sole è perciò un ricco intreccio di
sovrapposizioni. Per quanto concerne il
suo uso
storico, il Sole delle Alpi è sicuramente un
segno antichissimo: ruote si trovano in tutte le incisioni rupestri
proto-storiche dell'arco alpino e dell'Appennino
settentrionale. Il
suo legame con il mondo celtico e ligure è di tipo simbolico (si tratta
- come visto - di significati in gran
parte generati da quel mondo
e là ampiamente presenti), di tipo geometrico (la
costruzione a cerchi successivi tipica delle geometrie
celtiche a
intreccio) ed è documentato da numerose presenze
archeologiche. 



La sua fortuna continua nel
Medioevo (con particolare ricorrenza
nelle decorazioni longobarde) e prosegue ininterrotta fino a oggi. La presenza
nell'iconografia longobarda può - in particolare -
spiegare la sua attuale diffusione anche nelle Alpi
orientali e in molti paesi, abitati da popolazioni
di
ceppo celto-germanico con esse confinanti. In generale, le
ricorrenze più consistenti si hanno - fuori dalla Padania e
dall'arco alpino - soprattutto nei paesi celti,
celto-romanzi e celto-germanici: Galizia,
Catalogna, Occitania, Baviera, Polonia meridionale, Slovenia e
Transilvania.
Risulta estremamente interessante considerare il
tipo di uso piuttosto peculiare che ne è stato fatto e che denota
una
notevole costanza nel tempo e nello spazio. Innanzitutto
si deve notare che il Sol non ha mai avuto utilizzi "nobili":
esso non esiste nell'araldica nobiliare e se ne trovano tracce solo
insignificanti su manufatti (architetture, monumenti, decorazioni
eccetera) aulici prodotti da culture dominanti. La sua
diffusione è invece incredibilmente massiccia e capillare
nell'arte e nell'iconografia popolare:
esso orna gli edifici più modesti, decora i costumi
popolari e -
soprattutto - gli utensili e gli oggetti della vita
quotidiana. Lo
si ritrova costantemente - ad esempio - sugli stampi per
il burro, sui mobili, sui
finimenti degli animali e sugli attrezzi di lavoro con
particolare rilevanza in tutti
i
manufatti che sono vitali per la
comunità. La sua particolare fattura
geometrica ne fa un segno "di
incisione" e di decorazione pittorica che meglio si presta
all'utilizzo della pietra, del
legno e
dello stucco. Per questo motivo, lo si trova
soprattutto nelle aree deve questi materiali sono dominanti e, quindi,
in Padania. La
sua diffusione deve molto anche allo speciale procedimento di
tracciamento che richiede l'impiego esclusivo
del compasso (strumento di
scalpellini e
falegnami) che non può non richiamare taluni dei
significati simbolici di questo strumento: nei riti iniziatici delle
corporazioni "del legno
e
della pietra" le punte del
compasso univano il cuore dell'iniziato a quelli di tutti gli
altri sodali. Questo legame con il compasso (che fa sì che il segno
sia sempre "uguale a sè stesso" e
immutabile) serve
anche a spiegare la grande diffusione
della versione
con la circonferenza "a petali". Il Sol è segno
essenzialmente grafico: non ha un suo colore
specifico. Esso
è raffigurato nelle più varie monocromie e anche
policromie. Si può sicuramente con
tutto ciò affermare che si tratta del segno più diffuso anche in
Padania nella cultura
subalterna, in quella cultura popolare contadina,
montanara
e artigiana che è ancora radicata e ricca, e che rappresenta il più
forte e vitale tessuto connettivo del paese. Nell’araldica
identitaria, il Sole è presente nella bandiera dei Brigaschi, delle
Valli francoprovenzali e dei Cimbri della Provincia di Verona."
Se
ne parlerà in un
Convegno organizzato da La Libera Compagnia Padana
domenica 29 novembre 2009, alle ore 15,00, all’Hotel Villa Carlotta di
Belgirate (VB). Sono stati invitati gli storici e studiosi che fanno
firmato l’appello “Più verità e meno retorica sul Risorgimento”, già
pubblicato su numerosi periodici. “Il centocinquantesimo dell’unità
rischia di ridursi a una sbrodolata di retorica, a un’altra occasione
per ribadire luoghi comuni ma anche omissioni e menzogne storiche.
Rischia di essere una parata di cerimonie ufficiali, frequentate da
azzimati spettatori pagati e da scolaresche cooptate; un diluvio di
discorsi politicamente corretti; la ripetizione di patriottici mantra.
Noi vorremmo invece che la ricorrenza possa essere occasione per una
analisi serena degli avvenimenti storici, per affrontare silenzi,
reticenze e veri e propri occultamenti di prove e di cadaveri. I tempi
sono maturi per farlo. Un secolo e mezzo di tempo dovrebbe aver sopito
anche le passioni più accese, sicuramente quelle in buona fede.
Vorremmo che si facesse finalmente anche da noi quello che – ad esempio
– in America si è cominciato a fare appena qualche anno dopo la fine
dalla loro guerra civile: esaminare gli avvenimenti e i ruoli con
obiettività ed onestà. Purtroppo invece le interpretazioni, le
giustificazioni, le verità “ufficiali” continuano a viziare la versione
corrente della nostra storia. Noi chiediamo che le risorse impegnate in
inutili e vacue cerimonie, in comitati paludati, vengano devolute in
iniziative di chiarezza, di confronto, di divulgazione di verità non
più coperte dalla ragion di Stato. Noi chiediamo che sia fatta
giustizia sui vincitori e sui vinti, e su tutti quelli che sono stati
presi in mezzo.”. Relatori: Francesco Mario Agnoli, Franco Bampi,
Ettore Beggiato, Romano Bracalini, Elena Bianchini, Lorenzo Del Boca,
Gigi Di Fiore, Paolo Gulisano, Adolfo Morganti, Gilberto Oneto, Sergio
Salvi. Belgirate è raggiungibile in treno (linea Milano-Domodossola),
in autobus da Milano e da Novara, e in automobile (autostrada
Voltri-Sempione, uscite di Castelletto, Meina o Carpugnino). Villa
Carlotta si trova appena a nord del paese, sul lungolago (statale del
Sempione). É possibile pernottare, pranzare o cenare nell’albergo che
ospita il convegno a prezzo convenzionato. Le prenotazioni vanno fatte
direttamente all’Hotel Villa Carlotta (Tel. 0322-77696) citando la
partecipazione al convegno.
>>> 15 novembre 2009


Sono
passati 20 lunghi anni da quella stagione che ha insanguinato mezzo
mondo, portando alla caduta della famigerata "cortina di ferro" e alla
caduta di quasi tutti i regimi comunisti sparesi per il globo. Tuttavia
la lotta per la democrazia e per i diritti civili, che è ancora lunga e
dura, pare sia stata completamente dimenticata dalla "nostra" sinistra,
rappresentata dal P.D. e da qualche cespuglio residuale del comunismo
extraparlamentare. E' come se il passato scomodo del P.C.I. - P.D.S. -
D.S. - P.D., partendo dai crimini commessi dalle Brigate Garibaldi nel
1943-45, passando per le Brigate Rosse, per i finanziamenti
al PCI provenienti da Mosca negli anni 60-70-80, fino alla disfatta
alle elezioni politiche del 1994, fossero macigni dal peso
insopportabile, il peggio dei peggiori scheletri nell'armadio. Ogni
occasione è buona per dimostrare come i "nipotini di Stalin" abbiano la
coscienza sporca ed abbiano mantenuta intatta la loro proverbiale la
tendenza a deformare la verità storiche. La caduta del muro di Berlino,
edificato nottetempo (non dimentichiamolo mai) dalla DDR per volere dei
sovietici nel 1961 e la conseguente caduta dell'ideologia comunista,
per i "compagni" diventa magicamente la "fine del socialismo reale".
Essì, il comunismo per loro era "socialismo reale", termine coniato ad
hoc, forse in riferimento agli odiati socialisti di Craxi. Le
repressioni in Cina erano (sono!) solo "azioni preventive legittime per
garantire la sicurezza nazionale". I crimini commessi a Cuba dal regime
di Fidel Castro erano (sono!) "casi isolati, sempre strumentalizzati
dagli USA", che ovviamente "hanno ridotto alla fame l'isola con il
loro embargo". Per non parlare della Corea del Nord, vera spina
nel fianco del comunismo nostrano, con le sue ridicole parate in stile
sovietico e minacciose esercitazioni militari organizzate all'alba del
terzo millennio. La "nostra" sinistra su queste cose tace, non si
dissocia, fa finta di non sentire e di non vedere, passa oltre anzi,
colta in castagna tenta di distrarre la gente dal problema della
democrazia negata, scegliendo la strada dell'attacco personale e della
ridicolizzazione dell'avversario, anzi, del nemico, che diventa egli
stesso il tiranno, il fascista, l'antidemocratico. Il copione è sempre lo
stesso, quello bolscevico.
Per non parlare del grande imbarazzo provato a sinistra con l'elezione
di Barak Hussein Obama a Presidente degli Stati Uniti d'America. Obama
non è un semplice immigrato di colore (magari islamico) divenuto
presidente degli USA, come la nostra sinistra ha tentato di dipingere
in modo trionfale per mesi. Il Partito Democratico americano, come del
resto gli altri partiti socialdemocratici occidentali, non ha in sé
alcun gruppo o corrente anti-NATO e antioccidentale, quindi le
missioni militari in Iraq e Afghanistan sono state confermate in
pieno, anzi rafforzate, proprio dal "compagno" "immigrato" "musulmano"
"di colore" Barak Hussein Obama. Siamo al ridicolo. Abbiamo una
sinistra che deforma in continuazione la realtà e che non ha nulla a
che fare, purtroppo, con gli altri partiti e movimenti
socialdemocratici europei ed internazionali, con i quali, guarda caso,
spesso non si trova in sintonia proprio sui temi di diplomazia e
sicurezza internazionale. Insomma, la "nostra" sinistra mantiene ancora
oggi tutti i caratteri di quella sinistra comunista illiberale,
stalinista, antidemocratica e antioccidentale che dal 1917 si è
sporcata con il sangue di milioni di persone innocenti. Altro caso
eclatante: negli ultimi 2 anni i media controllati dalla sinistra
nostrana hanno gridato allo scandalo per gli ottimi rapporti personali
che intercorrono fra Berlusconi e Putin (ex capo del KGB, ma per PD
& compagnia ci sono Russi e Russi...) ed hanno tentato invano di
nascondere il grido di libertà dello scrittore cinese dissidente Liu
Xiaobo, recentemente incarcerato dal regime comunista cinese per aver
redatto, con altri intellettuali anch'essi fuggiti, esisliati o
imprigionati, la "Carta 08", una sorta di appello disperato rivolto al
regime, un manifesto che proponeva una serie di riforme istituzionali
liberali Chi ama la Libertà sta con Liu Xiaobo e con tutti i dissidenti
sparsi per il mondo che pagano a caro prezzo la voglia di Libertà e di
Democrazia. Noi saremo sempre con loro, contro i vari regimi
antidemocratici del passato e del presente e soprattutto contro i loro
servitori.